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Storie di donne, letteratura di genere/ 290 – Di Luciana Grillo

Olga Tokarczuk: «I vagabondi» – Finalista Premio Gregor von Rezzori Città di Firenze 2019, vincitore dell'International Man Booker Prize 2018, va letto, riletto e meditato

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Titolo: I vagabondi
Autrice: Olga Tokarczuk
 
Traduttrice: Barbara Delfino
Editore: Bompiani 2019
 
Pagine: 384, Brossura
Prezzo di copertina: € 20
 
L’autrice è polacca, riscuote grandi consensi come scrittrice e come poetessa; Svetlana Aleksievic l’ha definita «una scrittrice magnifica». Tradotta in trenta Paesi, ha vinto, con I vagabondi, l’International Man Booker Prize 2018.
Fin dalle prime pagine, l’autrice manifesta una sua aspirazione antica, nutrita fin da bambina, quella di essere una barca in movimento sull’Oder e ricorda: «feci il mio primo viaggio attraversando un campo a piedi… con lo sguardo concentrato sulla corrente, mi resi conto che – nonostante tutti i pericoli – è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo».
 
Dunque, mossa da una curiosità insaziabile, l’autrice si sposta continuamente, incontra persone (come Branko che «arriva sempre con la sua maglietta con la conchiglia rossa») e animali (come lo scarafaggio nero che «analizza per un attimo l’aria con le antenne, si ferma… scappa via frusciando nell’erba secca»), attraversa luoghi e solca mari, scopre aeroporti al cui «interno vengono allestite interessanti mostre d’arte, ci sono centri per convegni, vengono organizzati festival e lanci promozionali di prodotti. Hanno giardini e zone per passeggiare e svolgere attività educative…», incontra viaggiatori alla ricerca delle proprie radici e sostiene che «è come se l’industria dei cosmetici riconoscesse il fenomeno del viaggio come una copia ridotta della vita stanziale, una sua divertente miniatura un po’ infantile». Per le persone che temono il volo, ci sono i treni, «progettati per il sonno dei passeggeri», mentre le guide turistiche «hanno rovinato per sempre la maggior parte del pianeta; pubblicate in milioni di copie, in molte lingue, hanno indebolito i luoghi, li hanno immobilizzati, dato loro un nome e sfumato i contorni».
 
Il volume, diviso in brevi capitoli, spazia nei campi più vari: l’autrice entra nel Josephinum di Vienna, dove sono esposte cere anatomiche, con riproduzioni perfette di muscoli, tendini, intestini.
C’è una donna che «al collo ha una collana di perle. Mi colpisce l’assoluto candore dei suoi polmoni, lisci, setosi… Certo non hanno mai aspirato il fumo di una sigaretta».
E poi si sposta presso i Maori, segue il dottor Blau nei suoi viaggi, prende in considerazione due punti di vista: «la prospettiva della rana e la vista dall’alto dell’uccello», racconta vicende di Annuska e Pietjia, trascrive le lettere di Josephine Soliman a Francesco I imperatore d’Austria, scopre una scritta strana sul fondo di un sacchetto per il mal d’aria, deduce, guardando la mappa della Grecia, che «lo stretto del Peloponneso è la terra che lascia spazio all’acqua, mentre l’isola di Creta è l’acqua che lascia spazio alla terra» e conclude – con un magistrale tocco d’ironia – «che la forma più bella sia quella del Peloponneso. Sembra una grande mano materna, sicuramente non umana, che si immerge nell’acqua per controllare che la temperatura sia quella ideale per farsi un bagno».
 
Potrei continuare ancora a parlare di questo libro che sorprende, potrei citare le Cleopatre, l’Asino Apuleio, il capitano Cook… E comunque non sarei esaustiva.
Va letto, riletto e un po’ meditato.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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