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Quella valigetta antiproiettile... – Di Nadia Clementi

Intervista esclusiva al giudice Guglielmo Avolio, Presidente del Tribunale di Trento

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Era il 31 gennaio 2015 quando il giudice Guglielmo Avolio venne nominato Presidente del Tribunale di Trento. Succedeva al collega Sabino Giarrusso che aveva lasciato vacante il posto più alto del foro trentino da oltre un anno.
Sessantacinque anni, nato a Nola (Napoli), sposato con due figli, Avolio resterà in carica fino al 2022, raggiungendo così l’età pensionabile.
Laureato all’Università di Napoli nel 1976 con 110 e lode, Avolio è stato giudice istruttore a Verona dal 1980 al 1986, quindi a Bologna fino al 1995, dove è diventato magistrato d’appello.
Lì ha partecipato come giudice aggiunto al processo per la strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 nonché, come giudice effettivo, al primo processo per i fatti della Uno Bianca e ad altri processi in qualche misura connessi (come quello per i depistaggi, compiuti da appartenenti alle forze dell’ordine, a margine dell’efferato omicidio di due carabinieri a Castelmaggiore).
A Trento ha scritto - tra le altre - le sentenze sulle tangenti dell’Autobrennero e la cosiddetta «strage del Calisio».
A quasi 4 anni dalla sua nomina il giudice Guglielmo Avolio è giunto a metà del proprio percorso come Presidente del Tribunale di Trento, un ruolo delicato e di grande responsabilità ma che forse non è noto a tutti.
 
Il presidente del tribunale è il magistrato preposto a capo di un determinato tribunale giudiziario che, ai sensi del d.lgs. 160/2006, assume la relativa funzione direttiva giudicante di primo grado. Le funzioni direttive giudicanti di secondo grado sono, invece, quelle attribuite al Presidente della corte di appello.
Il presidente del tribunale ha compiti organizzativi e altre funzioni impartitegli dalla legge. La figura è presente sia in diritto processuale civile che penale.
In base al d.lgs. 25 luglio 2006 n. 240, il magistrato capo dell'ufficio cura la titolarità e la rappresentanza nei rapporti con enti istituzionali e con gli altri uffici giudiziari, nonché ha competenza ad adottare i procedimenti necessari per l'organizzazione dell'attività giudiziaria e, comunque, concernenti la gestione del personale di magistratura ed il suo stato giuridico.
Nei tribunali più grandi e con affluenza maggiore delega i suoi compiti a presidenti di sezione ed altri magistrati a seconda dei casi.
 

 
Ai sensi del d.lgs. 51/1998, nei tribunali articolati in sezioni si avvale dei Presidenti di sezione i quali, nell'esercizio della funzione semidirettiva, distribuiscono «il lavoro tra i giudici e vigilano sulla loro attività, curando anche lo scambio di informazioni sulle esperienze giurisprudenziali all'interno della sezione. Collaborando, altresì, con il Presidente del tribunale nell'attività di direzione dell'ufficio».
Il d.lgs. 160/2006 prevede che sono legittimati a partecipare al concorso per titoli per il conferimento degli incarichi direttivi giudicanti di primo grado i magistrati che hanno superato il concorso per il conferimento delle funzioni giudicanti di secondo grado da non meno di cinque anni.
Gli incarichi direttivi, ad esclusione di quelli di legittimità o di quelli superiori, hanno carattere temporaneo e sono attribuiti per la durata di quattro anni, rinnovabili a domanda, acquisito il parere del ministro della giustizia, previa valutazione positiva da parte del Consiglio superiore della magistratura, per un periodo ulteriore di due anni.
 
In seguito allo scadere del predetto termine, il magistrato può concorrere per il conferimento di altri incarichi direttivi di uguale grado in sedi poste fuori dal circondario di provenienza e per incarichi direttivi di grado superiore per sedi poste fuori dal distretto di provenienza, con esclusione di quello competente ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale.
In ogni caso il citato Dlgs 160/2006 prevede un regime transitorio per i magistrati già in servizio in base al quale, ferma restando la partecipazione ai concorsi, ai fini del conferimento degli incarichi semidirettivi e direttivi, il compimento di tredici anni di servizio dalla data del decreto di nomina ad uditore giudiziario equivale al superamento del concorso per l'attribuzione delle funzioni di secondo grado.
Il Presidente del tribunale svolge inoltre altri compiti importanti in sede di separazione giudiziale e divorzio contenzioso.
 
Insomma un ruolo di garante, mediatore e vero e proprio ago della bilancia in situazioni delicate e dubbie, là dove nel difficile incastro tra difesa e accusa, tra leggi e interpretazioni del codice, vi sono parti nebbiose, letture ambigue o veri e propri sbilanciamenti da una parte o dall’altra.
Per questo motivo abbiamo pensato di intervistare il Presidente Guglielmo Avolio in merito al suo delicato operato al Tribunale di Trento: per fare un bilancio dei primi 4 anni nel suo ruolo e capire quali saranno le sfide del futuro per il diritto penale e civile nella nostra Provincia.
 


 
Presidente Avolio, a quasi quattro anni dalla sua elezione e quindi a metà del percorso come Presidente del Tribunale di Trento. Ci fa un resoconto?»
«Ho avuto due fortune trovandomi su questa poltrona, la prima è quella di stare in una città che mi piace moltissimo e della quale ne apprezzo il carattere e l’operosità della sua gente.
«La seconda è la quasi totale assenza di fenomeni criminali o meglio di forme per così dire indigene. Qui, secondo me c’è un tessuto sociale sano ed esiste un bel rapporto tra la pubblica amministrazione e il cittadino: la spesa pubblica è ben investita, salvo qualche eccezione, ma si tratta di fatti marginali rispetto ad altre città italiane.
«Mi trovo in questo territorio da molti anni e ho iniziato a fare il consigliere della corte d’appello alla fine degli anni ’90 e poi sono passato alla presidenza della sezione penale. Infine mi è stato affidato questo importante incarico per il quale spero di essere adeguato.
«Pensando alla mia carriera, rimpiango di aver lasciato il sud, e forse mi sento un po’ disertore, lo ammetto, avrei dovuto fare di più per la mia terra d’origine, ma il fatto di essermi trovato bene qui, non mi ha permesso di andare via.
«Per quanto riguarda la nostra attività, posso dire che c’è un carico di lavoro ragionevole, purtroppo in questo periodo siamo messi male con il personale, nel senso che gli operatori esperti sono in età pensionabile. Pertanto approfitto ancora una volta di questa occasione per lanciare un appello a chi di dovere, Regione e Provincia, affinché ci diano una mano ad andare avanti.
«Purtroppo ci troviamo a produrre sentenze ma non abbiamo persone sufficienti per metterle in esecuzione. Tante volte abbiamo tanta acqua da travasare ma l’imbuto è piccolo e allora dobbiamo scegliere se lasciar fuori uscire l’acqua o se versarla pian piano, mi dispiace dirlo ma è così.»
 
La sua lunga carriera l’ha portata a Trento dopo anni passati presso importanti tribunali italiani occupandosi anche di processi tristemente noti, come quelli della Stazione di Bologna e della Uno Bianca: com’è cambiata la giustizia in questi anni?
«L’anno prossimo saranno già 40 anni di magistratura effettiva. Sono partito il 30 giugno1979 a Milano con le brigate rosse che sparavano in strada, con i treni che saltavano in aria: era il periodo di massima ferocia, la cosiddetta strategia della tensione. In realtà era già iniziata negli anni ’60, e forse anche prima.
«Ricordo che, all’inizio della mia carriera, per difenderci avevamo in dotazione una borsa antiproiettile per riparare il viso in caso di scontri a fuoco e il ministero ci aveva promesso anche un impermeabile antiproiettile che non abbiamo mai visto. Erano tempi duri per noi magistrati…!»

La borsa antiproiettile.

«Questa era la situazione di quell’epoca. Si usciva la mattina di casa e non si sapeva se si ritornava la sera. Ma, tutto questo, per fortuna, nell’arco del tempo è andato via via scemando grazie alla sconfitta del terrorismo di sinistra e all'eliminazione di buona parte della manovalanza del terrorismo di destra.
«Per quanto riguarda i mandanti e i registi è un altro discorso, a partire dalle varie Gladio e dalle varie compromissioni nei delicati settori istituzionali dello Stato a livelli di fedeltà, che erano diversi da quelli per i quali avevano giurato, cioè alla costituzione e alle sue leggi; a differenza di chi giurava invece fedeltà ad organismi per così dire atlantici il cui unico scopo era quello di preservare l’Italia dal comunismo, dalle banche, dalle stazioni, dalle manifestazioni sindacali e dalle stragi.
«Questa è stata la mia carriera, iniziata con le prime stragi del 1973-74 dopo piazza Fontana, al culmine dei peggiori avvenimenti storici della nostra nazione.
«Purtroppo in queste tristi vicende hanno pagato solo la manovalanza, mentre i grandi nomi, i registi non sono mai stati puniti, penso a chi riteneva grande vecchio e pessimo arnese Gelli.
«La magistratura non è mai stata messa in condizione di fare luce sui mandanti delle stragi e della strategia della tensione. Dicevo prima che questo orrore è iniziato dopo la fine della seconda guerra mondiale, e nulla di definitivo si è potuto acquisire a riguardo. Si pensi che vige ancora oggi il segreto di stato sulla strage di Portella della ginestra consumata il 1° maggio 1947 dopo che la sinistra (all'epoca c'era) avendo ottenuto un significativo risultato elettorale in Sicilia, minacciava di insidiare i grandi latifondisti chiedendo che la terra fosse assegnata a chi lavorava.
«Ricordo che la banda del feroce bandito Salvatore Giuliano, sparando sul corteo di braccianti che occupavano delle terre incolte, fece una strage di innocenti, e in merito ai fatti fu posto il segreto di stato nonostante le perizie di più storici qualificati ritenevano che per legittimare il crimine del bandito ci fossero persone e armi appartenenti a settori che mi auguro deviati e non organici allo stato e all'atlantismo.
«Per le grandi stragi porto in me un profondo dispiacere e tanta pena, pietà per i familiari delle vittime e un minimo di soddisfazione per quanto siamo riusciti a fare nei grandi processi e qualche rimpianto per quello che si sarebbe potuto fare, ma che obiettivamente non eravamo in grado di fare… O meglio non sapevamo, o sapevamo ma come diceva Pasolini io lo so ma non avevamo le prove sufficienti per la condanna.»
 

Strage di Bologna.
 
I due casi che abbiamo citato non possono non portare alla memoria insabbiamenti, misteri, casi irrisolti: l’Italia ha avuto e ha ancora problemi con quei momenti storici?
«Su un monumento del campo di concentramento di Dachau c’è un’incisione tradotta in trenta lingue che recita: Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo. Mi piacerebbe che i nostri giovani ne facessero tesoro.»
 
Lei proviene da un territorio come quello del napoletano dove la giustizia e la legge sono stati, purtroppo, protagonisti della lotta contro le mafie: negli anni quanto è cambiata la situazione? Quale la speranza per il Sud?
«Per il Sud provo rimpianto, soprattutto a livello personale, ma mi consolo con la consapevolezza che non avrei cambiato molto. Purtroppo al Sud c’è una commistione terribile tra politici e malavita organizzata. Nel senso che la malavita crede di sfruttare i politici e viceversa, ma i complotti servono per recuperare voti. Penso alla Democrazia Cristiana degli anni 70-80 a Napoli e ai vari Salvo Lima e alla gestione Andreottiana del potere democristiano in Sicilia negli anni 70-80; ricordiamo che Andreotti è stato assolto per prescrizione dal delitto di associazione a delinquere semplice, mentre all’epoca dei fatti non esisteva il 416 bis cioè il reato di associazione di stampo mafioso.
«Ripensandoci, ho la sensazione che in certi posti il tempo si sia fermato. Ad esempio Napoli centro si è evoluta anche se come dice il mio amico collega Pier Camillo D’Avigo: “in Italia la corruzione c’è sempre, semplicemente con tangentopoli e indagini successive abbiamo affinato la specie dei predatori, nel senso che alcuni predatori con i muscoli meno potenti e con i denti meno affilati sono scomparsi ma sono rimasti quelli che mordono sul serio e questi sono più pericolosi perché non hanno concorrenza”.»
 

 
Passiamo al territorio trentino, molto diverso certamente, ma non senza i suoi problemi. Quali sono a suo parere i malcostumi che ha rilevato in questi anni di carriera?
«Sinceramente di generalizzato niente. Ai tempi di tangentopoli c’è stato qualche processo importante come quello sull’Autobrennero dove, come anche in altre città italiane era prevista e organizzata la deviazione di denaro pubblico sui partiti.
«A parte questo caso importante, ci sono stati altri casi di gravità pari quasi a zero; come diceva Totò, bazzecole.
«Nemmeno i crimini sono stati significativi, per esempio quello della strage del Calisio, ma si è trattato di un soggetto che è stato subito condannato; si trattava di una persona emarginata che ha ucciso per difendere il proprio territorio.
«Bisogna andare indietro nel tempo per trovare un attentato terroristico come quello che nel settembre 1967 spezzò la vita degli eroici Foti e Martini. Peccato che oggi li ricordano solo gli addetti ai lavori o poco più.»
 
Si parla spesso di emergenza sicurezza e di come la percezione delle persone sia distorta. Ad esempio si pensa ci siano molti più clandestini di quanto non sia vero, oppure si ipotizza un numero di reati nella propria città molto superiore al dato reale. Siamo una società in preda alla paura?
«La mia risposta è assolutamente sì. I reati, i furti in abitazione stanno diminuendo, le rapine in banca non si sentono più, i sequestri di persona che un tempo erano all’ordine del giorno, condotti con ferocia, persone costrette a una violenza spaventosa, costrette a vivere come bestie per mesi e mesi in loculi e ne uscivano come larve umane.
«Di queste cose non c’è più traccia. Lo stesso per la droga, ricordo quella degli anni ’80 a Verona: non è nemmeno paragonabile a quella che c’è adesso.
«Oggi, i furti e i crimini sono statisticamente diminuiti rispetto al passato.
«A mio parere sono i media che contribuiscono ad amplificare i fatti di cronaca generando un clima di terrore non esistente.»
 
I procedimenti penali e civili sono diminuiti in Trentino?
«Guardi in questa scheda l’attività giudiziaria dal 1° luglio 2016 al 30 giugno 2017.»

 Settore civile 
La durata media di definizione dei procedimenti è di circa 18-24 mesi, in linea con i termini stabiliti dalla giurisprudenza, formatasi in sede di applicazione della cd. Legge Pinto, in tema di ragionevole durata del processo.
Per quanto riguarda la giustizia civile, non vi sono particolari annotazioni da fare per ciò che riguarda le controversie in materia di lavoro e previdenza, la responsabilità civile, la tutela dei consumatori, nonché la esecuzione forzata, con particolare riguardo al rilascio degli immobili (si vuole cioè dire che – al netto dei dati statistici già in possesso del Ministero e del Presidente della Corte di Cassazione, non si ritiene che ci siano osservazioni sistematiche da fare), tranne un rilevante aumento delle iscrizione a seguito della crisi economica in atto. Si è registrato invece un rilevantissimo aumento dei procedimenti di opposizione ai dinieghi, da parte delle commissioni territoriali, della protezione internazione, passati nell’anno in corso da pochissime unità (nel 2015) ad oltre 200 (dato aggiornato al giugno 2016).
Si riportano di seguito alcuni flussi di lavoro, particolarmente significativi nel periodo di interesse, nei procedimenti di:
Cognizione ordinaria: si registra un decremento degli affari iscritti, pari a n° 2.535 (-11%), un totale di 2490 affari definiti ed una sostanziale invarianza dei pendenti, pari a 3.227;
decreti ingiuntivi: si registra un lieve decremento degli iscritti, 1768 (-9,4%), un totale di 1762 definiti ed una pendenza complessiva pari a 82;
Separazioni consensuali: si registra un decremento degli iscritti, 374 (-13%), un totale di 395 definiti ed una sensibile diminuzione della pendenza totale, pari a 75;
Divorzi congiunti: si registra un decremento degli iscritti, pari a 307 (-21,3%), un totale di 392 definiti ed una sensibile diminuzione della pendenza totale ammontante a 51;
Materia di lavoro e pubblico impiego: si registra un decremento degli iscritti, 235 (-11%), un totale di 146 definiti e una pendenza totale pari a 200;
Decreti ingiuntivi in materia di lavoro: si registra un lieve aumento degli iscritti, 353 (+6,6%), un totale di 357 definiti ed un pressoché completo abbattimento della pendenza, ammontante a n° 2 affari;
materia di previdenza ed assistenza: si registra un aumento degli affari iscritti, 96 (+21,5%), un totale di 62 definiti ed una pendenza totale pari a 48;
Fallimenti: si registra un decremento degli iscritti, 97 (-31%), un totale di 4 definiti ed una pendenza totale pari a 537;
Istanze di fallimento: si registra un decremento degli iscritti, 118 (-24%);
Esecuzioni immobiliari: si registra un sostanziale flusso di iscritti iscritti, 331 (-4%), un totale di 51 definiti ed una pendenza totale pari a 1133;
esecuzioni mobiliari si registra un sostanziale flusso di iscritti iscritti, 1184 (-4%), un totale di 1073 definiti ed una pendenza totale pari a 255;
tutele si registra un decremento degli iscritti, 85 (-25%), un totale di 93 definiti ed una diminuzione della pendenza totale ammontante a 53;
amministrazione di sostegno si registra un lieve incremento degli iscritti, 316 (+5%), un totale di 324 definiti ed una diminuzione della pendenza totale ammontante a 253.
In significativo sensibile aumento è il numero delle sentenze emesse per il reato di lesioni colpose aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica (352 rispetto a 326).
 
In aumento, in termini numerici, il dato relativo alle definizioni dibattimentali per i reati contro la libertà sessuale (27 a 10) (allegato 5) e quello relativo degli episodi denunciati come stalking (articolo 612 bis c.p.) (81, rispetto ai 47 della precedente rilevazione) .
Si conferma come costante il numero dei procedimenti definiti in relazione al delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), passati da 57 rispetto a 55, nel periodo precedente, mentre in leggero calo risultano le definizioni per violazione degli obblighi familiari passati da 210 a 183 .
 
 Fallimenti - Esecuzioni 
Nel settore delle procedure concorsuali si è assistito ad un leggero decremento delle procedure fallimentari e ad una consistente riduzione di quelle concordatarie.
Il primo dato è (almeno auspicabilmente) legato a segnali di ripresa dell’economia piuttosto che ad interventi legislativi di riforma, interventi che, pur non essendo mancati (v.il d.l. n. 83/2015 e il d.l. n. 59/2016), non hanno inciso sui presupposti e le condizioni per la dichiarazione di fallimento.
 
 Settore penale 
Le pendenze e le definizioni.
Alla fine del periodo di rilevazione (30 giugno 2017), sono risultati pendenti, complessivamente, 873 fascicoli.
Nel periodo in questione risultano essere sopravvenuti, complessivamente, 1086 fascicoli ed esauriti, complessivamente, 995 fascicoli.
A quest'ultimo riguardo, più specificamente, si rileva come 2 fascicoli attenevano a procedimenti iscritti nell'anno 2012; 3 attenevano a procedimenti iscritti nell'anno 2013; 40 attenevano a procedimenti iscritti nell'anno 2014; 256 attenevano a procedimenti iscritti nell'anno 2015; 710 attenevano a procedimenti iscritti nell'anno 2016 e, infine, 186 attenevano a procedimenti iscritti nell'anno 2017.

Si critica spesso l’Italia per la lentezza dei processi e la burocrazia complessa. Cosa si può fare per sbloccare la macchina della giustizia?
«Purtroppo questo è un argomento sul quale è per me avventuroso addentrarmi perché mi accuserebbero di prendermela con il legislatore. Il legislatore è sovrano e fa quello vuole.
«In linea di massima un processo che con il vecchio codice si svolgeva in due udienze, con quello nuovo se va bene si esegue in venti sedute, perché si è scelto di non dare nessun rilievo a quello che si fa nel corso delle indagini e contemporaneamente di non valorizzare il contradditorio nella fase del giudizio, difficile da spiegare.
«Ad esempio, in America l'imputato non può mentire, mentre in Italia sì, e anzi viene avvertito che può dire quello che vuole, salvo calunniare persone innocenti, come si vuole.
«Secondo la mia esperienza, la giustizia italiana è tutta da rifare, ma poi penso: “a chi conviene davvero una giustizia che funzioni, che in tempi celeri porti in prigione i colpevoli e faccia assolvere gli innocenti, e magari, già che ci siamo, dia ragione a chi ha ragione e torto a chi ha torto?
«A chi conviene?»
 
Dopo 8 anni come Presidente del Tribunale di Trento Lei si accingerà alla meritata pensione. Con quale augurio vorrebbe appendere la toga al chiodo?
«Con l’augurio di arrivarci!»

Nadia Clementi - n.clementi@ladigetto.i


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