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«Resta a casa»: ansia, paura, angoscia – Di Nadia Clementi

Ne parliamo con la dottoressa Alexandra Monica Ulmer, psicologa, psicoterapeuta EMDR, specialista in terapia familiare e relazionale

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Covid-19, gli italiani saranno chiusi in casa fino a Pasqua e forse anche nei prossimi mesi.
Nessuno sa con esattezza quando e come usciremo da questa situazione.
Tutti vorremmo vedere la luce del sole ma, a quanto pare, purtroppo non è possibile fare previsioni.
È la prima volta che la nostra generazione affronta una situazione di questo tipo.

Siamo di fronte, infatti, ad una totale rottura degli schemi, della routine, delle abitudini, dove paradossalmente la maggior parte della gente, abituata a lavorare, si è ritrovata ad essere in ansia, scombussolata e piena di rabbia, in cerca di rassicurazioni e indicazioni su cosa fare per salvare la propria vita.
L’ansia per il futuro, la paura del contagio, l’allontanamento dai nostri cari sono preoccupazioni psicologicamente difficili da affrontare.

Come potenziare l’autostima da coronavirus in questo periodo di clausura domiciliare lo abbiamo chiesto alla dottoressa Alexandra Monica Ulmer, psicologa, psicoterapeuta EMDR, specialista in terapia familiare e relazionale, libera professionista e consulente presso l’ambulatorio di psichiatria dell’Ospedale di Sesto San Giovanni a Milano.

 Chi è la dott.ssa Alexandra Monica Ulmer 


CURRICULUM BREVE
• Nata il 25/04/74 a Ginevra, Svizzera, Cittadinanza Italiana e Svizzera.
• Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della Toscana, n°3228, dal 24.05.2003 al 13/03/2014.
• Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della Lombardia, n°03/16883 dal 24/05/2003.
• Iscritta alla Sezione Toscana della Società Italiana di Psicologia Clinica e Psicoterapia, dal 01.01.2004 al 01.06.2005.
• Iscritta all’Associazione Italiana EMDR dal 14/02/2016.

IMPIEGO ATTUALE
• Psicologa-psicoterapeuta (contratto da consulente) presso Azienda Socio Sanitaria Territoriale, Centro Psicosociale, Ospedale di Sesto San Giovanni, U.O. di Psichiatria (Mi), dal 08 novembre 2011.
• Psicologa - Psicoterapeuta libera professionista: studio privato in Sesto Fiorentino (FI) dal 2003, Sesto San Giovanni (MI) dal 2013 e Bernareggio (MB) dal 2014: consulenza, terapia/consulenza di famiglia, terapia/consulenza di coppia, terapia/consulenza individuale, mediazione familiare, parent coaching.
• Consulente psicologa-psicoterapeuta presso Comune di Sesto Fiorentino (Fi), Servizi per l’Infanzia, dal 2009.

STUDI
• Diploma di maturità (liceo classico) conseguito a Ginevra presso l’istituto Collège Rousseau, 1993.
• Laurea in psicologia presso l’Università di Ginevra (facoltà di psicologia, con indirizzo clinico), 22/10/1998. (Abilitazione in Italia il 30.11.2002).
• Corso Introduttivo all’Ottica Relazionale (CIOR), presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze (2001).
• Diploma di Mediatore Familiare Sistemico (riconosciuto AIMS), presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, 11.03.2006.
• Diploma di Specializzazione in Psicoterapia Familiare e Relazionale presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, 12/12/ 2006.
• Diploma practitioner in EMDR (eyes movement desensitization and reprocessing), 8 marzo 2019.

Dottoressa Ulmer, come si lavora in questo momento a Milano, con quali difficoltà e con quali strategie?
«La difficoltà è legata principalmente all’obbligo delle distanze fra le persone. Con i pazienti in Ospedale, stiamo cercando di privilegiare i colloqui telefonici, così come d’altronde l’Ordine degli psicologi stesso ci consiglia.
«Quando la relazione è già avviata, ed esiste un rapporto di fiducia, allora può funzionare. Personalmente, uso anche Skype e Facetime. Sono mezzi che ci avvicinano, che rendono la relazione meno fredda. Questo anche con i nuovi pazienti.
«Credo che le competenze professionali e umane del terapeuta sono fondamentali per questa sfida del sostegno a distanza.
Noi operatori, per accogliere i pazienti che si recano presso la nostra struttura per la cura farmacologica o per la vista medica seguiamo le disposizioni di sicurezza, anche per contenere la nostra paura»
 
Quali sono i problemi, le paure e le ansie che le persone le sottopongono in questo momento così delicato?
«Tutti quanti avevamo una vita prima del COVID-19, con i propri problemi, le proprie difficoltà, le proprie gioie.
«Così si è aggiunta complessità alla nostra complessità. Chi ha problemi con il partner si è trovato in una situazione conflittuale amplificata per la forzata convivenza, chi soffre di ansia si è trovato con uno stato ansioso ulteriormente amplificato, chi soffre di depressione ha visto i propri pensieri negativi e catastrofici rafforzati, chi è malato si è trovato ancora più indifeso e chi soffre di solitudine è davvero ancora più solo. Potrei darvi altri cento esempi, per dire che il COVID-19 ci ha reso tutti più vulnerabili.»
 
Chi sono le persone a maggior rischio psicologico?
«Quando si parla di un trauma collettivo, come in questo caso, tutte le categorie di persone sono a rischio: anziani, bambini, operatori sanitari, lavoratori, ecc…
«Ciò che fa la differenza sono le risorse che ogni individuo trova dentro di sé e le risorse esterne che ha a disposizione, come la famiglia o le amicizie. Il fatto è che le risorse si costruiscono nel tempo, dall’infanzia in poi. In un momento di crisi, dobbiamo attingere a ciò che abbiamo già, alle nostre riserve
 

 
Come si può gestire la paura del contagio?
«Va detto innanzitutto che la paura è un’emozione utile perché ci permette di sopravvivere. Se non ci fosse la paura, non si potrebbe sfuggire al pericolo e mettersi in salvo. La parte cerebrale che si attiva è l’amigdala.
«E non ha niente a che fare con la parte che ci consente di riflettere! Con il COVID-19, il fatto che il contagio sia invisibile fa aumentare la paura. Così, la migliore strategia che possiamo utilizzare per gestirla è seguire le indicazioni degli esperti, che ci garantiscono di attivare la parte pensante del cervello.»
 
Che cosa si deve fare quando la paura diventa panico?
«Sicuramente chiedere aiuto! Perché significa che qualcosa è andato a potenziare la normale paura. Potrebbero essere, per esempio, le esperienze negative del passato che non sono state elaborate. In ogni caso, si può fare qualcosa con un aiuto esterno.»
 
Quali supporti psicologici sono concretamente praticabili per queste persone? E a quali di esse attribuire una priorità negli interventi?
«Per mia esperienza, credo molto nella terapia EMDR. È un metodo psicoterapeutico che è stato validato scientificamente ed è stato riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlato. Può essere utilizzato sia con gli operatori sanitari che sono in prima linea e che hanno bisogno di un tempo di decompressione, sia con la popolazione che si sente impotente.»
 
Lei è anche una Terapeuta EMDR in cosa consiste esattamente questa sua specializzazione?
«La terapia EMDR ha come base teorica il modello AIP (adaptive information processing) che affronta i ricordi non elaborati che possono dare origine a molte disfunzioni. Nella mia pratica clinica, ottengo ottimi risultati e i pazienti riferiscono di non sentire più fastidi ricordando l’episodio traumatico.»
 
Quali consigli può dare, invece, a chi ha contratto il virus ed è in quarantena in casa?
«Chi ha contratto il virus non deve sentirsi in colpa. I pensieri come se avessi fatto questo, se non fossi andato lì… sono naturali ma non permettono di reagire in modo costruttivo. Invece, è importante assumere un atteggiamento responsabile verso gli altri e verso se stesso, stando in quarantena.
«Le indicazioni sono poi le stesse per tutti: mantenere una routine, coricarsi ad un orario abituale, mangiare con regolarità, fare un po’ di movimento, scegliere due momenti nella giornata per ascoltare le informazioni scegliendo un canale ufficiale, tenersi in contatto con amici e familiari tramite Skype, telefono, WhatsApp, fare delle attività piacevoli come leggere, guardare un film, fare un puzzle…
 
La convivenza forzata rischia di mandare in tilt l'equilibrio familiare. Quali regole darsi?
«È vero. Siamo obbligati a ripensare il nostro modo di stare in famiglia. Ci vuole pazienza, rispetto e senso delle responsabilità. Impariamo che non siamo onnipotenti, che abbiamo dei limiti e che anche così, siamo amabili. Impariamo a dare importanza all’ascolto.
«Chi ha dei bambini può iniziare a condividere dei giochi con loro, un film, una ricetta da fare insieme. Per le coppie può essere un’opportunità per parlare, per aiutarsi nelle faccende domestiche. E ognuno può cominciare a sperimentarsi in cose nuove (la cucina, la lettura e altri passatempi).»
 
Quali sono le attività domestiche che possono aiutarci a scaricare la tensione?
«Dipende da ciascuno di noi. L’importante è non procrastinare, cioè dobbiamo fare ciò che abbiamo deciso di fare.
«Qualcuno ha già fatto le pulizie di primavera, qualcuno prova nuove ricette, altri fanno giardinaggio. E poi qualcuno ancora preferisce fare ginnastica con una app!»
 
Il ritorno alle attività manuali: c'è chi cucina e chi tira fuori la cassetta degli attrezzi in disuso da anni. Sono un antidoto valido lo contro stress?
«Assolutamente sì. Però nessuno si deve sentire in obbligo di fare attività manuali, ci sono altre mille cose da fare come leggere, scrivere e… pensare. Ricordiamoci che anche la noia è un fattore di crescita.»

Si parla molto di social network e il preoccupante effetto che possono generare nell’amplificare paure e ansie: è così? Dobbiamo ridurne l’utilizzo o anche in questo caso esistono strategie per un uso corretto e più consapevole?
«Come ho detto prima, bisognerebbe dedicare dei momenti alle informazioni. Si consiglia non più di due volte al giorno.
«È ovvio che può risultare difficile per i ragazzi che stanno tanto tempo sui social. Per questo, la famiglia diventa una risorsa quando propone ai propri figli alternative come per esempio fare sport insieme, giochi da tavolo, la cucina o altro.»
 
Come spiegare ai bambini questo momento difficile?
«Chi mi conosce sa che sono a favore della verità. Sempre. Anche quando è difficile da dire. Consiglio di scegliere un momento tranquillo per parlarne, di usare parole semplici, facendo sentire i bambini rassicurati e ascoltati.
«È importante rispondere alle loro domande senza sminuire il contenuto delle domande stesse. Le informazioni che diamo devono essere quelle accertate. Una buona cosa è rassicurare sul fatto che ci sono tanti professionisti che stanno lavorando per aiutare la comunità. Non dobbiamo ne spaventare i bambini ne ingannarli.»
 
Per gli adolescenti la privazione sociale è più difficile da sostenere. Quali consigli?
«La privazione sociale è difficile per tutti, in modo diverso a seconda dell’età. Gli adolescenti sono in una fase della crescita in cui hanno bisogno dei pari per uno sviluppo sano. Ricordiamoci che è il modo che hanno per differenziarsi dai genitori.
«È un po’ una palestra relazionale: mi alleno per non dover più dipendere dai muscoli di mamma e papa e sviluppo i miei muscoli per poi un giorno fare da me. Capite bene che per loro sono fondamentali le relazioni con i pari.
«Consiglierei ai genitori di avere pazienza ed elasticità se vedono i figli chiusi in stanza e attaccati allo smartphone. Ma inviterei anche i genitori ad un dialogo aperto e non giudicante con i figli sui loro bisogni sociali.»
 
Idem per gli anziani?
«Gli anziani hanno più che mai bisogno di sentire la vicinanza dei figli, dei nipoti e dei parenti. È il momento giusto per esserci. Ricordiamoci che sono le nostre radici, la nostra storia.
«Ed è anche bello vedere come diventano competenti con l’uso di Facetime, per esempio. Non si finisce mai di imparare!»
 
In caso di necessità la persona più debole a chi si deve rivolgere?
«Ogni regione ha provveduto a mettere a disposizione dei cittadini dei numeri telefonici per un sostegno psicologico. In più, ci sono molte iniziative private sempre rivolte all’aiuto.
«È il momento giusto per superare il proprio timore di rivolgersi allo psicologo, visto da tanti come quello che cura i matti. Non è così. Mi piace dire che lo psicologo cura la ferita dell’anima, qualsiasi essa sia.»
 
Secondo Lei come è possibile trasformare la crisi in opportunità?
«L’origine della parola crisi rimanda ad una scelta, a un cambiamento. Credo profondamente che ogni crisi porti con sé una crescita. Ciò che è doloroso è il momento del passaggio da una riva all’altra, che è un tempo di incertezza, di dolore, di senso di impotenza, di smarrimento.
«Ma l’essere umano è capace di resilienza, cioè trasformare l’esperienza negativa in risorsa. Tutto quello che stiamo imparando su di noi e sugli altri cambierà il nostro modo di vivere per sempre, sia a livello individuale, sia a livello collettivo.»
 
Nadia Clementi - n.clementi@ladigetto.it
Alexandra Monica Ulmer - ulmeralexandra@gmail.com

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