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Caravaggio, «Seppellimento di Santa Lucia» – Di Daniela Larentis

Inaugurata al MART di Rovereto la mostra «Caravaggio. Il contemporaneo|In dialogo con Burri e Pasolini» – Intervista allo storico dell’arte Francesco Butturini

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Caravaggio, Seppellimento di Santa Lucia, 1608, ritaglio.
 
È appena stata inaugurata «Caravaggio. Il contemporaneo», visitabile dal 9 ottobre fino al 14 febbraio 2021, l’attesissima mostra che offre ai visitatori del Museo d’arte moderna e contemporanea di Rovereto la grande opportunità di contemplare la monumentale tela realizzata nel 1608 da Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, «Seppellimento di santa Lucia», la prima opera siciliana dell’artista, attualmente collocata a Siracusa, nella Chiesa di Santa Lucia alla Badia.
Al Mart le opere esposte sono in realtà due. Una è l’originale, l’altra una fedelissima replica realizzata con tecnologie rivoluzionarie da Factum Arte e Factum Fondazione.
L’opera originale sarà esposta fino al 4 dicembre, poi ritornerà a Siracusa dove è attesa per i festeggiamenti della Patrona della città.

Il rapporto tra antico e contemporaneo è al centro dell’indagine della nuova stagione del Mart, programmata dal Presidente Vittorio Sgarbi che già in un saggio del 2012 scriveva: «Conviene ribadire due concetti fondamentali e apparentemente contraddittori: tutta l’arte è arte contemporanea; contemporaneo è un dato non ideologico, ma semplicemente cronologico.
«È questa la forza dell’arte in divenire, che va ritenuta contemporanea non in quanto più o meno sperimentale, più o meno avanzata, ma solo in quanto concepita, elaborata ed espressa nel nostro tempo.
«Non c’è altro modo di essere contemporanei che essere qui e ora. Così, insieme alla contemporaneità di ciò che esiste, c’è la contemporaneità di ciò che è esistito e continua a vivere».

Questo tipo di proposta espositiva, basata su confronti e parallelismi, è una delle cifre stilistiche del museo di Rovereto che già nel 2014 ospitava una straordinaria mostra su Antonello da Messina, a cura degli studiosi Ferdinando Bologna e Federico De Melis.
Per l’occasione, le opere del Maestro quattrocentesco venivano messe a confronto con la ritrattistica contemporanea, raccolta in un progetto curato dal filosofo francese Jean-Luc Nancy.
Abbiamo visitato la mostra che vede protagonista il Caravaggio in dialogo con la contemporaneità, cogliendo l’occasione di poter osservare lo straordinario dipinto di uno dei più importanti pittori della storia dell’arte italiana.
Se per ammirare il «Martirio di San Matteo», «San Matteo e l’angelo» e la «Vocazione di San Matteo», nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, occorre andare fino a Roma, per vedere il Seppellimento basterà recarsi a Rovereto, un’opportunità imperdibile.
 

Presentazione della mostra alla stampa.
 
«Fra i dipinti di Caravaggio, secondo Roberto Longhi, il Seppellimento di santa Lucia è il più antico – scrive Vittorio Sgarbi nel suo intervento in catalogo, – realizzato successivamente all’ottobre del 1608, dopo l’evasione dal carcere di Malta e l’arrivo a Siracusa, come pala per l’altare maggiore della basilica di Santa Lucia al Sepolcro, nel sito ove, secondo la tradizione, la santa fu martirizzata e sepolta.
«La scena sembra collocata negli ambienti sotterranei e bui delle latomie sottostanti la chiesa, nelle quali si trova il sepolcro della martire.
«L’ardita composizione – spiega Sgarbi – è giocata sulle diagonali, con due enormi carnefici in primo piano, nell’intento di scavare la fossa, che accompagnano lo sguardo dello spettatore verso il corpo esanime della santa, la quale presenta una ferita da taglio sul collo.
«Gli astanti al funerale, con il vescovo che dà l’estrema unzione alla martire decapitata, sono come schiacciati sullo sfondo, sovrastati da giganteschi muri che occupano più della metà della tela, attraversata solamente dall’ombra di un arco.
«La superficie rugginosa e il taglio drammatico della luce accrescono il senso di oppressione e di tensione, che rispecchia lo stato d’animo dell’artista ricercato con un bando capitale e costretto alla fuga, che si trasforma in condizione psicologica […].»
 
La mostra «Caravaggio. Il contemporaneo», nata da un’idea di Vittorio Sgarbi, indaga la grande attualità del linguaggio caravaggesco, mettendo in dialogo uno dei dipinti più drammatici del Maestro seicentesco con due fondamentali figure del XX secolo: l’artista Alberto Burri e il poeta Pier Paolo Pasolini.
Non è la prima volta che Caravaggio e Burri vengono messi in rapporto. Sgarbi intende approfondire quindi un solco già tracciato, sottolineando come, in tempi diversi, entrambi gli artisti abbiano lavorato e amato la Sicilia.
 

Alberto Burri, Ferro SP, 1961, Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea.
 
Lungo le pareti delle sale espositive si possono osservare le fotografie di Massimo Siragusa, che ha immortalato attraverso i suoi scatti il «Grande Cretto di Gibellina», il sudario di cemento posto sulle macerie della città distrutta dal terremoto nel 1968, opera di land art realizzata da Alberto Burri.
In un continuo rimando tra immagini, simboli e affinità, il percorso prosegue con l’esposizione del grande dipinto «I naufraghi» di Cagnaccio di San Pietro, appartenente al Mart.
Come il «Seppellimento», l’opera richiama nuovamente il tema della morte e del cadavere disteso ai piedi di un gruppo di persone.
 
Altra significativa corrispondenza proposta è quella tra Caravaggio e Pier Paolo Pasolini.
Come hanno postulato numerosi studi e dibattiti, il realismo caravaggesco si incarna nel Novecento nella figura di Pier Paolo Pasolini.
Affascinato dalla figura di Caravaggio fin dai suoi studi giovanili con Roberto Longhi, il poeta condivide con il Maestro seicentesco l’attenzione per i tipi umani e l’approccio crudo e realista che caratterizzano le descrizioni delle borgate.
Le affinità tra i due emergono anche nelle rispettive vite, segnate da scandali, problemi con la giustizia e da morti violente e premature, parallelismo che al Mart viene introdotto dalle opere di Nicola Verlato (l’artista presenta tre lavori, di cui uno realizzato appositamente per questa esposizione).
 

Cagnaccio di San Pietro, I naufraghi, 1934, Mart, Collezione VAF-Stiftung.
 
In mostra trovano inoltre collocazione alcune fotografie del cadavere del poeta, provenienti dai fascicoli giudiziari del procedimento penale.
Il percorso si conclude con cinque ritratti fotografici di Pasolini, realizzati da un giovane Dino Pedriali un paio di settimane prima dell’omicidio.
Oltre ai nuclei tematici rappresentati dagli accostamenti con Burri, Pasolini, Cagnaccio e Verlato, la mostra ha due opere-sipario. All’inizio e alla fine, sulla soglia, un’opera di Hermann Nitsch, proveniente dalle Collezioni del Mart, e una di Margherita Manzelli, appartenente alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
 
Ad accompagnare l’esposizione, un esaustivo catalogo che contiene saggi di Vittorio Sgarbi, Silvia Mazza, giornalista e storica dell’arte, Keith Sciberras, tra i massimi esperti di Caravaggio, capo del dipartimento di Storia dell’arte dell’Università di Malta.
Seguono i testi del collezionista Stefano Zorzi, già autore del saggio «Parola di Burri», di Daniela Ferrari, curatrice Mart, e l’intervista a Nicola Verlato, realizzata da Denis Isaia, curatore Mart. Completano il volume i testi di Simona Zecchi, giornalista d’inchiesta autrice del libro-inchiesta «Pasolini, massacro di un poeta» e di Peter Glidewell, critico d’arte.
 

Hermann Nitsch.

Trovarsi di fronte a un’opera di Caravaggio è una grande emozione difficile da descrivere a parole.
Catturati dalla straordinaria bellezza del «Seppellimento di santa Lucia», approfittando della gentile disponibilità di Francesco Butturini, noto storico dell’arte, scrittore, giornalista (collabora con L’Arena di Verona dagli anni Settanta, conta al suo attivo diverse altre collaborazioni con varie riviste d’arte e testate fra cui Il Sole 24ORE, peraltro autore di numerosissime pubblicazioni) incontrato alla presentazione della mostra alla stampa, gli abbiamo rivolto alcune domande.
 

Margherita Manzelli.

Può condividere con noi un pensiero riguardo a quest’opera tanto discussa?
«Sono stato preside per 26 anni del liceo classico Scipione Maffei di Verona, nel 2002 accompagnai la mia scuola di teatro a Palazzolo Acreide, non molto distante da Ortigia.
«Arrivai il giorno prima, contattai l’amico e storico dell’arte Enzo Papa per andare a vedere l’opera di Caravaggio, il “Seppellimento di Santa Lucia”, lui smontò il mio entusiasmo dicendomi di lasciar perdere. Ci andammo, ricordo l’imbarazzo di Enzo di fronte all’opera.
«Era rovinatissima, con dei veri e propri buchi, era in uno stato pietoso, quasi di abbandono. Restai ore ad osservarla in perfetto silenzio.
«Occorre notare che quando Caravaggio dipinge la tela è appena scappato dal carcere di Malta, lo vogliono catturare per decapitarlo. Ha poco tempo, deve lavorare per procurarsi da vivere, non ci sono più cardinali che lo proteggono. Allora prende spunto dal tema della morte che è il tema centrale dell’opera. Caravaggio non rappresenta il martirio di santa Lucia ma il suo seppellimento.
«Un passo importante è l’incrocio delle mani, particolare che va osservato con grande attenzione, questo è un recupero vistoso michelangiolesco, come l’omone in primo piano.
«La donna piegata, invece, è un richiamo a Raffaello. Il taglio della gola è appena accennato, ricordo che rimasi molto tempo a riflettere su questo particolare.
«La pennellata sul mento e quella sulle sopracciglia secondo me è posteriore, deve averla aggiunta a quadro finito, asciutto. È un altro tratto, Caravaggio dipingeva velocissimo, usava anche gli stracci per stendere il colore. Forse, può aver ritoccato la ferita. Forse. Perché anche lì c’è un tocco di bianco.
«Naturalmente, è una mia supposizione.»
 

Massimo Siragusa (1958), dalla serie Il Cretto Grande di Gibellina, 2018, Ed. Postcart.
 
Cosa ha provato oggi nel rivederla?
«L’emozione nel rivederla è fortissima. Ho 76 anni e sono 60 anni che mi dedico allo studio dell’arte. Ho avuto il privilegio di essere allievo di Sergio Bettini per l’arte medievale e di Rodolfo Pallucchini per l’arte moderna e contemporanea, mi sono laureato con lui. Mi piacerebbe sedermi qui ad ammirarla nuovamente per ore, in silenzio.»
 
Che cosa pensa della scelta di Sgarbi di portare al Mart quest’opera?
«È una scelta felice, è stato geniale. Conosco Vittorio Sgarbi da quando era un ragazzo. Lui viene dai Salesiani e io ancora adesso dirigo le collane d’arte del Centro Salesiano san Zeno. Ci conosciamo dal 1979-1980.
«Salvare dal deterioramento un’opera d’arte è importante, poter ammirare l’opera di Caravaggio qui al Mart è una preziosa opportunità per tutti.»

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it


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