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Gianni Pellegrini, «Sembianze agli occhi miei» – Di D. Larentis

La personale dell’artista, curata da Margherita de Pilati, sarà visitabile alla Galleria Civica di Trento fino a gennaio 2020

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«Sembianze agli occhi miei» è la personale di Gianni Pellegrini, il cui titolo prende a prestito un celebre verso dell’Ultimo canto di Saffo di Giacomo Leopardi, visitabile fino al 26 gennaio 2020 alla Galleria Civica di Trento.
Il percorso espositivo, inaugurato il 21 settembre, è composto da un intervento site-specific e oltre 30 opere in gran parte inedite o realizzate per l’occasione.
 
Di fronte al folto e attento pubblico in sala, Margherita de Pilati, responsabile della Galleria dal 2013 e curatrice della mostra, ripercorre il profilo biografico dell’artista, nato a Riva del Garda, Trento, nel 1953.
«Proprio in quell’anno – sottolinea – il padre apre un’officina meccanica di precisione, tuttavia, come appare evidente, Gianni decide di non seguire quella strada…».
 
E di strada questo artista ne fa tanta, a partire dagli anni della sua frequentazione con Aldo Schmid, il quale lo nota diventando il suo vero “maestro”.
Frequenta poi il DAMS di Bologna (dove si laurea), una facoltà di Arte, Musica e Spettacolo, luogo di sperimentazione in cui insegnano in quegli anni oltre a Umberto Eco altri docenti di livello altissimo, fra i quali Anna Ottavi Cavina, insegnante di storia dell’arte medievale e moderna, Castagnoli e Barilli, che ricoprono la cattedra di storia dell’arte contemporanea.
 

 
Ricorda, inoltre, Margherita de Pilati:
«In quegli stessi anni, sempre grazie alla frequentazione con Aldo Schmid, Pellegrini realizza il primo lavoro che può essere considerato come punto di partenza della sua carriera d’artista.
«Si tratta dell’opera Linee, del 1976, che viene poi utilizzata per realizzare la cartella con le 6 incisioni che darà formalmente il via al gruppo di Astrazione Oggettiva.
«Gianni diventa quindi parte del gruppo, firma il manifesto ed è a tutti gli effetti il più giovane tra il gruppo insieme ad Aldo Schmid, Luigi Senesi, Diego Mazzonelli, Giuseppe Wenter Marini e Mauro Cappelletti.»
 
La de Pilati fa presente come la mostra, con le sue recenti tele, rappresenti la prosecuzione matura e consapevole di quella rigorosa indagine sulla luce e sul colore che dagli esordi negli anni Settanta ha caratterizzato il lavoro dell’artista trentino.
 
Scrive la curatrice MART Daniela Ferrari, nel suo intervento critico riportato in catalogo, «Da sempre, la ricerca pittorica di Gianni Pellegrini vive in equilibrio sul crinale ambiguo di un’inquietudine percettiva.
«Anche quando, negli anni Settanta, si muoveva nel solco dell’indagine analitica sui fondamenti stessi della pittura, il suo lavoro trasmetteva un senso di vitalità vibrante: la composizione del quadro prendeva vita sulla retina pur essendo ancorata alla precisione del segno e alla perfezione della campitura.»
 

 
Attraversiamo il percorso espositivo con gli occhi colmi di meraviglia, accompagnati da un’impressione di serena rappacificazione con noi stessi, indugiando innanzi ai quadri afferenti al ciclo “Cattedrali”: sembrano invitare l’osservatore a spiccare il volo verso un oltre, entrando nell’infinito spazio della contemplazione.
Ma se dapprima è la pace interiore, quel senso di raccoglimento profondo difficile da tradurre a parole, a dominarci, poi è una sensazione di angoscia sempre meno velata ad insinuarsi in noi, di fronte al ciclo delle “Cadute”, nel piano sottostante.
 
Il precipitare delle linee e quel color ruggine potrebbe rimandare alla condizione decadente dell’uomo, ci troviamo a pensare, a quell’età del ferro di cui parlava Esiodo negli Erga riferendosi al presente, nel mito delle cinque età, l’età degli sciagurati, di coloro che ripongono la giustizia nella violenza, un tema che ci riporta con forza alla contemporaneità, all’epoca abitata ancora da uomini violenti, segnata ancora da ingiustizie e guerre…
 
Risaliamo le scale in fretta, desiderosi di rituffarci ancora potentemente in quel mare di luce, nell’apparente tranquillità degli azzurri, dei grigi e dei gialli, delle tonalità pastello che tanto ci hanno colpiti all’entrata.
Comunque la si voglia interpretare, l’arte di Gianni Pellegrini ha la capacità di toccare gli animi, trasmettendo un senso di vibrante energia.
 

 
Particolarmente significativo in Galleria risulta l’accostamento, nel piano inferiore da cui siamo risaliti, tra il trittico Linee, realizzato nel lontano 1978, e un lavoro prodotto appositamente per la mostra.
In questa relazione tra tele, spiega Margherita de Pilati, «l’artista riprende le cromie del lavoro eseguito quarant’anni fa, sciogliendo però la geometria lineare nella morbidezza di una indefinita e impalpabile sfumatura.
 
Tale sfumatura campeggia anche in uno dei passaggi più significativi della mostra: la grande decorazione murale site-specific che l’artista ha voluto realizzare come omaggio agli spazi della Civica.»
Concludiamo dicendo che con la personale sul lavoro di Gianni Pellegrini, la Galleria rinnova la propria vocazione di spazio rivolto alle ricerche contemporanee e in costante dialogo con il territorio, confermando, inoltre, il legame con le istituzioni e con gli artisti trentini, di cui conserva l’Archivio (ADAC).

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it
 
Cattedrali  550 - 190x195 - 2018.

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