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Gios Bernardi, fotografie d’autore – Di Daniela Larentis

«Gente che va, storie di emigrazione», la mostra fotografica allestita quest’anno a Taormina trae origine da un volume del 1967 dall’omonimo titolo – L’intervista

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Gios Bernardi, Sicilia 1957 ©.

Gios Giuseppe Bernardi ha una personalità poliedrica. Stimato medico e apprezzato fotografo, da sempre molto impegnato in ambito culturale, a dispetto della sua età (96 anni) possiede ancora una inesauribile energia e una grande empatia che gli permette di entrare in sintonia immediata con il prossimo. È stato per anni presidente dell’Ordine dei Medici, nonché presidente della Fondazione Pezcoller di Trento (di cui oggi è presidente onorario), insignito della «Special Award for Distinguished Public Service» per il contributo alla ricerca internazionale sul cancro a Chicago nell’aprile 2012; ma è anche un abile fotografo che conta al suo attivo numerose importanti esposizioni sia in Italia che all’estero e tanto altro ancora (già assessore alla cultura del Comune di Trento, è stato lui a promuovere la programmazione di prosa al Teatro Sociale alla fine degli anni Sessanta del Novecento, fondatore peraltro dell’Università della Terza Età di Trento).
 
Lo incontriamo per parlare di «Gente che va, storie di emigrazione», un importante evento organizzato quest’anno in Sicilia, nella suggestiva ambientazione dell’ex chiesa del Carmine a Taormina, alla cui inaugurazione, nella primavera del corrente anno, era intervenuto Carlo Colloca, docente di Sociologia urbana all’Università di Catania.
Una mostra fotografica curata dalla figlia Paola Bernardi, fortemente voluta da Francesca Gullotta e Mario Bolognari, rispettivamente assessore e sindaco della città di Taormina, di cui si è occupata pure la stampa nazionale (ha pubblicato un articolo anche Avvenire).
L’esposizione trae origine da una pubblicazione del 1967 dall’omonimo titolo, nata da un servizio fotografico realizzato nel Sud e nel Nord Italia, in Svizzera e in Germania per testimoniare l’emigrazione italiana.
  

Gios Bernardi, Eolie 1954 ©.
 
Ci riceve nel suo salotto, offrendoci il privilegio di poter godere della vista di alcune opere dell’artista Carlo Bernardi, suo padre, dandoci l’opportunità di ascoltarne la spiegazione, prima di parlare dell’evento.
Gios Bernardi, medico dal volto umano e grande fotografo, racconta che gli ingrandimenti esposti a Taormina narrano gli ultimi anni della nostra migrazione, un fenomeno migratorio che ha visto, sul finire degli anni Cinquanta e agli inizi degli anni Sessanta, più di un milione e mezzo di persone lasciare il Meridione per raggiungere la Svizzera, la Germania, ma soprattutto i grossi centri industriali del Nord Italia.
  
La prima riflessione è immediata, non possiamo dimenticare che la storia dell’Italia e degli Italiani è una storia di emigranti, di persone che in vari momenti hanno lasciato le loro certezze, le loro radici, la loro terra, i loro affetti per andare prima oltreoceano, a fine Ottocento, e poi, nel dopoguerra verso il nord, animati dalla grande speranza di un futuro migliore.
C’è un tratto della personalità di Gios Bernardi che subito colpisce, la sua grande umanità, una modalità di pensare e di sentire che lo ha sempre indirizzato nelle sue scelte di vita e che induce davvero a una profonda riflessione sul senso di responsabilità a cui tutti noi siamo chiamati a rispondere in questa vita.
 

Gios Bernardi, Erice 1956 ©.
 
Ogni suo scatto rivela una spiccata sensibilità nell’interpretare la realtà, nel leggerne la complessità in maniera così profonda e mai scontata, le sue sono fotografie che entrano in relazione dialogica con l’osservatore, lo coinvolgono emotivamente sollevando domande.
Osservando la figura di spalle ritratta in «Erice», per esempio, si avverte tutta la potenza della solitudine in quell’incedere; guardando le immagini della serie «Imbarchi» si ha l’impressione di poter comprendere quel miscuglio di sentimenti, disperazione e speranza, che anima i volti di quei migranti, svelando la fatica del viaggio.
Le toccanti foto di Gios Bernardi rimandano inevitabilmente a un altro fenomeno di grande attualità che non dovrebbe essere letto con la logica dello schieramento ideologico, lo sbarco di migranti, uno dei drammi più tragici dell’epoca contemporanea che implica una serie di problematiche di non facile soluzione. 
 
In un mondo dove le merci circolano liberamente più delle persone, c’è ancora chi lascia la propria terra per una miriade di motivazioni diverse, fra cui la fame, la povertà, lo sfruttamento, le carestie, i disastri ambientali, le guerre o semplicemente il desiderio di una vita meno misera.
Per sfuggire a tutto ciò e per concretizzare il sogno di una vita diversa, meno drammatica, una vita ritenuta migliore, attraversano l’inferno, subendo vere e proprie torture durante il tragitto per raggiungere l’Europa.
In un significativo passo del suo lungo commento, uno dei tanti turisti che hanno sentito il desiderio di annotare un pensiero sul registro dei visitatori ha sottolineato che «siamo davvero molto fortunati noi a vivere in un mondo ricco di diversità e culture differenti, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da imparare ed è questo che lo rende un luogo meraviglioso».
 

Una pagina del registro visitatori.
 
Ben lontani dal voler alimentare sterili polemiche nell’accostare i due fenomeni migratori (che indiscutibilmente hanno parecchi elementi in comune), non possiamo tuttavia non rilevare il giusto atteggiamento con cui dovrebbero essere osservate queste fotografie e cioè non solo come testimonianza storica di ciò che è accaduto, ma anche con un’apertura mentale tale da consentire di poterci raccontare davvero qualcosa di nuovo su di noi, sulla nostra storia, sulla storia dell’uomo, di ogni uomo, perché la storia di ogni uomo è la storia dell’umanità.
 
 Alcune note biografiche prima di passare all’intervista 
Gios Bernardi nasce a Bolzano nel 1923. Medico, specialista radiologo, da sempre con la passione per la fotografia, partecipa nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso a diverse mostre fotografiche a livello nazionale ed internazionale.
Del 1962 è una sua personale, a cura di Lamberto Vitali, alla libreria d’arte e di architettura Salto a Milano.
Nel 2005 partecipa a Colonia a una mostra dedicata alla migrazione in Germania realizzata dal Kulturstiftung des Bundes, dal Centro di documentazione sulle migrazioni, dall’Istituto di antropologia culturale dell’Università di Francoforte e dall’Associazione d’arte di Colonia.
Oltre un centinaio di sue opere sono presenti nella collezione della nota galleria Keith de Lellis di Manhattan.
A ottobre 2015 lo Studio fotografico Rensi (Trento) dedica a lui e al padre pittore una mostra dal titolo: Carlo e Gios Bernardi.
Dialogo tra padre e figlio attraverso l’arte. Nel marzo 2018 inaugura a Palazzo Roccabruna a Trento la personale Frammenti di vita. 65 scatti di Gios Bernardi.
Entrambe le mostre sono corredate dal rispettivo catalogo. Nel 1967 esce a Roma per i tipi di Editoriale Grafica il volume Gente che va, frutto di un servizio fotografico realizzato nel Sud e nel Nord Italia, in Svizzera e in Germania per documentare l’emigrazione italiana; sue sono le foto e la redazione, le parole sono di Mario Bebber.
Il volume vedrà una seconda edizione ampliata nel 2009 presso Alcione edizioni a Trento.
Del 2006 è la pubblicazione a cura di Keith de Lellis, Le strade. Italian Street Photography, edizioni Damiani che raccoglie un suo lavoro.
 

Gios Bernardi.
 
Abbiamo avuto il piacere di porgergli alcune domande.
 
Alla fine degli anni Sessanta lei pubblicò il libro di analisi dell’emigrazione italiana dal titolo «Gente che va». I flussi migratori che lei analizzò cosa hanno in comune con le ondate migratorie di oggi?
«Si tratta in ambedue i casi di gente che scappa dalla miseria. Le persone che partivano dalla Sicilia e dall’Italia meridionale degli anni Cinquanta e Sessanta non vivevano in condizioni drammatiche come coloro che, per lo più dall’Africa, partono oggi per venire in Europa, ma i fattori di spinta si assomigliano, sono la povertà, il desiderio di migliorare la propria condizione. Il dolore della partenza è sempre lo stesso, quello di dover lasciare la propria terra e i propri affetti.
«Il volume da lei citato era accompagnato da brevi commenti di un caro amico e poeta, don Mario Bebber, con il quale discutevo spesso animatamente. Questa analisi testimoniava la situazione che in quegli anni vivevano molti meridionali, uomini e donne che lasciavano i loro piccoli paesi in cerca di un avvenire negli Stati Uniti e soprattutto nel nord Europa; fotografavo le partenze, gli arrivi a Zurigo e a Francoforte, la loro condizione di immigrati (molti di loro vivevano nelle baracche), la vita nelle fabbriche, il loro ritrovarsi a giocare a carte alla domenica, i vari aspetti della loro nuova esistenza, cercavo di cogliere attraverso quegli scatti l’aspetto umano del fenomeno, la commozione del momento, i loro stati d’animo, la loro umanità.»
 
È di quest’anno la mostra fotografica inaugurata a Taormina dal titolo «Gente che va, storie di emigrazione». Quante opere ha esposto, a quali luoghi e a quale periodo fanno riferimento?
«Nella ex chiesa del Carmine a Taormina sono state esposte per un mese 170 fotografie afferenti agli anni 50 e 60 del Novecento, collocate in modo che risultassero un unico racconto. Ingrandimenti di luoghi di partenza, di luoghi di viaggio e di arrivo dei migranti di quell’epoca, un fenomeno prevalentemente europeo.»
 

Gios Bernardi, Francoforte 1966. Famiglia di immigrati italiani ©.
 
Come è stata accolta dal pubblico?
«La mostra è stata molto apprezzata dai Siciliani e visitata anche da moltissimi turisti non solo italiani ma anche stranieri, americani, francesi, tedeschi e di molte altre nazionalità. Sono stati in molti a lasciare commenti toccanti sul registro dei visitatori.
«Sono rimasto molto colpito dalla reazione di molti di loro residenti in America Latina, giunti in Sicilia in visita da parenti; innanzi alle fotografie esposte si sono commossi, riconoscendo la storia della propria famiglia e delle proprie origini. È stato molto toccante.»
 
Negli anni Duemila la nota galleria Keith de Lellis di Manhattan ha acquistato più di un centinaio di sue fotografie. Di che opere fotografiche si tratta?
«Sono fotografie in bianco e nero scattate nel periodo che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento, ritratti di gente di strada fotografata sia in Italia che in Europa, oltre che negli Stati Uniti, uomini comuni calati nella quotidianità.»
 

Gios Bernardi, Il viaggio, stazione di Milano ©.
 
Quanto conta la capacità di porsi nella situazione di qualcun altro in un’epoca come la nostra, secondo lei?
«Posso dire che il sentimento che mi ha sempre guidato nella vita è l’empatia. In ambito medico esistevano, in particolare in Svizzera e a Milano, i Gruppi Balint a cui mi ero interessato negli anni Ottanta, un metodo di formazione medica che metteva in primo piano la comunicazione fra medico e paziente attraverso un ascolto empatico; avevo anche organizzato delle giornate formative, ma purtroppo in quel momento, almeno qui da noi, non era un argomento che attirava un grande interesse.
«Come medico credo che dialogare con i pazienti sia fondamentale, non dimentichiamo che, come è risaputo, nella guarigione della malattia la componente psicologica riveste un ruolo spesso decisivo. Anche come radiologo, in un certo senso il medico che ha meno opportunità di dedicarsi al rapporto personale con il paziente, ho sempre cercato di curare questo aspetto, in particolare nel momento in cui dovevo spiegare i referti (dopo anni di chirurgia, ho scelto di fare il radiologo per avere più tempo da dedicare alla mia famiglia).
«In senso generale sono convinto che coltivare la compassione sia molto importante, specie nel momento storico che stiamo vivendo. Personalmente sono spaventato da ciò che sta accadendo nella nostra società, dall’egoismo e dalla mancanza di attenzione verso il prossimo.»
 

Gios Bernardi, Palermo 1966. Imbarchi ©.
 
In riferimento ai fenomeni migratori attuali, a suo avviso sono più determinanti i fattori di attrazione o quelli di spinta nella scelta dei migranti di lasciare la loro terra di origine?
«Assolutamente di spinta, i fattori di attrazione ci sono ma contano meno. Oggi, come accadeva un tempo del resto, i migranti scappano dalla povertà, oggi si allontanano a causa delle guerre, della miseria, dello sfruttamento.»
 
Cosa pensa delle giovani generazioni, c’è ancora posto per l’altruismo in un mondo complicato e individualista come quello in cui viviamo?
«Penso che ci sia un mix talmente vario che è impossibile tracciare un unico identikit dei giovani di oggi. Molti di loro sono poco seguiti dalla famiglia, spesso sono abbandonati a sé stessi, anche la scuola presenta dei grossi limiti, naturalmente non tutti vivono questa situazione.
«Ci sono anche giovani impegnati, alcuni in varie parti del mondo si mobilitano per i loro diritti, scendono nuovamente nelle piazze e questo può far pensare che ci sia ancora uno stimolo a voler migliorare il mondo. A dire il vero il mondo che abbiamo consegnato ai giovani non è un luogo molto gradevole…»
 
Data la sua vivacità intellettuale e la sua grande energia non possiamo che farle l’ultima domanda, quella di rito: progetti futuri?
«Ci è stato chiesto di riproporre la mostra a Palermo, mia figlia Paola ed io non abbiamo ancora deciso nulla a riguardo; allestire questo evento ci ha regalato grandi soddisfazioni ma è stato molto faticoso, tenendo anche conto della distanza. Valuteremo…»

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it
 
Gios Bernardi, Palermo, 1966. Imbarchi ©

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