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Papa Francesco, pensieri sotto l’albero – Di Daniela Larentis

Prendendo spunto da tre pubblicazioni, una delle quali firmata dallo stesso pontefice, alcune riflessioni su Papa Francesco e il suo pontificato

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Quelli che ci accingiamo a condividere sono dei semplici «pensieri sotto l’albero», non siamo certo vaticanisti, siamo persone comuni che in questo momento particolare dell’anno vogliono spendere una riflessione sul senso del Natale, prendendo spunto magari da qualche libro e dalle parole (e dai gesti) di Papa Bergoglio.
Ci siamo seduti idealmente sotto l’albero di Natale, accanto al presepe, leggendo tre libri: il primo è scritto da Marco Politi ed è intitolato «La solitudine di Francesco - Un papa profetico, una Chiesa in tempesta» (2019), Edizioni Laterza; il secondo è scritto da Luca Diotallevi ed è intitolato «Il paradosso di Papa Francesco - La secolarizzazione tra boom religioso e crisi del Cristianesimo» (2019), edito da Rubbettino; il terzo è firmato dallo stesso pontefice ed è intitolato «La saggezza del tempo - In dialogo con Papa Francesco sulle grandi questioni della vita», a cura di Antonio Spadaro (2018), Edizioni Marsilio.
 
Una prima osservazione: non a tutti ma a molti, moltissimi, piace Papa Francesco, questo papa sorridente, accogliente, che trasuda umanità, un papa che sa toccare l’anima delle persone, che dà l’impressione di comprendere le debolezze umane, di essere autenticamente vicino ai bisognosi, in particolare agli anziani, ai giovani, ai disperati, agli umili, ai dimenticati, agli oppressi.
Un papa che accorcia le distanze e che insegna la pazienza, l’importanza dell’impegno e della perseveranza nel voler raggiungere i propri obiettivi, che ricorda che i fallimenti sono fonte si saggezza, che sprona a rimettersi in gioco, che esorta a non avere paura e a essere coraggiosi. È lui stesso coraggioso.
Una seconda osservazione. Papa Francesco non abita a Palazzo, ha scelto di vivere in Santa Marta, in una casa ordinaria.
Non mangia per conto suo, facendosi servire da altri, ma consuma il pasto servendosi da solo come tutti gli altri.
Una scelta che ha delle implicazioni notevoli. Papa Bergoglio parla molto attraverso i gesti, i gesti sembrano essere per lui molto importanti.
A partire dalla scelta del nome (nel suo caso, verrebbe da dire «un nome, un programma»: Francesco è la scelta dei poveri, di «Sorella povertà»).
 
Nel libro di Marco Politi intitolato «La solitudine di Francesco - Un papa profetico, una Chiesa in tempesta», edito da Laterza (2019), l’autore sostiene che «nel cattolicesimo è in corso una guerra sotterranea per mettere Francesco, il pontefice riformatore, con le spalle al muro. Preti, blogger e cardinali conducono un’opera sistematica di delegittimazione.»
Evidenziando le differenze fra un pontificato e l’altro, parla della Chiesa all’epoca della globalizzazione.
In riferimento al passaggio fra il pontificato di Papa Ratzinger e quello di Papa Bergoglio scrive: «Il cambio di passo avvenuto sotto i due pontefici si avverte in una statistica pubblicata nel 2018. La parola più usata da Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I, Paolo VI e Giovanni XXIII è Chiesa. Bergoglio e Ratzinger portano in primo piano amore.
«Raniero La Valle – aggiunge, – intellettuale cattolico protagonista della stagione conciliare e postconciliare, sostiene che il pontificato di Francesco è messianico perché annuncia un tempo che è già qui nell’oggi e in cui nell’umanità non ci sono né scarti né eletti, non ci sono vuoti a perdere […].».
 
Marco Politi, uno dei massimi esperti a livello internazionale di questioni vaticane, spiega: «Bergoglio disorienta, perché esercita il ruolo di papa in modo radicalmente diverso dai predecessori.
«Francesco – scrive – si mostra problematicamente, demitizza la figura papale, rivela il travaglio del pastore», afferma una religiosa che lo segue da tempo con attenzione».
Scrive ancora: «Francesco sceglie spesso i bambini per spiegare la sua buona novella».
Nel libro firmato dallo stesso pontefice, curato da Antonio Spadaro (Direttore de La Civiltà Cattolica), Papa Francesco parla degli anziani, a loro, dice, «è stato affidato il compito di trasmettere l’esperienza della vita, la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo».
Francesco afferma con forza: «Sento che questo è ciò che il Signore vuole che io dica: che ci sia un’alleanza tra i giovani e gli anziani».
Scrive anche: «Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale per i giovani. Anche la fede si trasmette così, attraverso la testimonianza degli anziani che ne hanno fatto il lievito della loro vita.
«Io lo so per esperienza personale. Ancora oggi porto sempre con me, nel breviario, le parole che mia nonna Rosa mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale; le leggo spesso e mi fa bene […].»
 

Caravaggio, Adorazione dei pastori (Natività), 1609.
 
Ma le parole che ci colpiscono maggiormente, e che risuonano in noi proprio mentre osserviamo Gesù bambino dentro la mangiatoia, sono quelle che il papa scrive nella prefazione: «C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Proprio quando diventiamo anziani sperimentiamo le lacune di una società programmata sul parametro dell’efficienza.
«Noi anziani possiamo ringraziare il Signore per i tanti benefici ricevuti e riempire il vuoto dell’ingratitudine che ci circonda.
«Non solo – aggiunge, – possiamo dare dignità alla memoria e ai sacrifici del passato. Possiamo ricordare ai giovani di oggi, che si sentono eroi del presente, pieni di ambizioni e di insicurezze, che una vita senza amore è una vita arida.»
 
Nel volume di Luca Diotallevi edito da Rubbettino, il sociologo solleva un interrogativo: «Come è possibile che il Papa abbia successo e la Chiesa cattolica sia in crisi?».
Egli spiega quello che definisce «il paradosso di Francesco» da un punto di vista sociologico, mettendo in luce come nella nostra società la religione sia diventata qualcosa di diverso rispetto al passato (anche rispetto a 50-60 anni fa), affrontando la questione da un punto di vista inusuale (è un libro che non si può riassumere, va letto dall’inizio alla fine, passaggio dopo passaggio).
L’autore, a ogni modo, ricorda che il pontificato di Papa Francesco non ci sarebbe se agli inizi del 2013 Joseph Ratzinger (Papa Benedetto XVI) non avesse rinunciato al pontificato.
Scrive: «La rinuncia di Ratzinger è un evento del quale è forse impossibile sovrastimare l’importanza».
 
A proposito del successo di Papa Francesco, coglie alcuni tratti rilevanti (anche qui ne ricordiamo per brevità uno). Dice per esempio che è anche un successo mediatico, sottolineando che ciò non implica alcuna valutazione, né negativa né positiva.
Si interroga anche sul concetto di semplicità, scrive a pag. 201: «Sino a che punto è legittimo concedere spazio al fascino della semplicità? E: cosa davvero è la semplicità?
«Un Papa che ha scelto per nome Francesco (d’Assisi) si è incatenato anche a questa insidiosa e cruciale domanda. Per quello che conta, sociologicamente semplicità non è l’opposto di complessità: senza essere capaci di affrontare e gestire la complessità non si sarà mai capaci di semplicità.
«Questa – scrive – non è infatti un punto di partenza, ma di arrivo (Del resto, l’apprezzamento delle differenze è una delle premesse della Preghiera semplice di san Francesco d’Assisi). […]»
 
Riguardiamo quel bambinello, riflettendo sugli interrogativi sollevati dall’autore che si aggiungono ai molti già esistenti dentro la nostra testa. Lasciamo perdere per il momento la sociologia, oggi vogliamo pensare solo a Gesù, alla sua vita, ai suoi insegnamenti.
Che cosa ne avrebbe detto lui di tutta questa questione? E chi lo sa… Nello spaesamento che ci coglie, all’improvviso riaffiora, come dal cilindro di un mago, perfino San Bernardo, il quale ci sembra abbia scritto più o meno che l’importante non è conoscere ma comprendere e si comprende non con la disputa ma con la santità, intesa come vita autentica.
«A questo punto ci sarebbe da chiedersi quale sia la vita autentica e i ragionamenti andrebbero avanti fino a Santo Stefano, lasciamo perdere, dopotutto è Natale. Ricacciamo la teologia monastica nel guazzabuglio dei nostri pensieri, riflettiamo sul fatto che forse Papa Francesco segna un po’ la fine della concezione sovranista del pontefice e questo può sollevare dubbi e timori.
Se sia un bene o un male non spetta certo a noi giudicare.

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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