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Ragazzi che si tagliano – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Il rumoroso silenzio dell’autolesionismo in una frase: «Meglio sentire il fisico dolente che l’anima che soffre»

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Ci sono silenzi rumorosi, che gridano ma non hanno voce. Urla senza parole che nessuno sente o che pochi ascoltano. Silenzi che narrano un dolore nascosto, indicibile e difficile da comprendere che si chiama cutting, ovvero quel tagliarsi sottile in varie parti del corpo, ma più ai polsi.
Il Covid-19 centra quel tanto che basta per aver amplificato il fenomeno.

Perché in adolescenza è un’auto-tortura insistente fatta per provare a se stessi qualcosa quando il vuoto interno si espande e dilaga.
È un farsi male distante dagli occhi dei grandi, un ferire il corpo nuovo e potente che spaventa e si fatica a riconoscere.
Un modo per dare un senso alla sofferenza o per trovare inclusione tra quei pochi amici che hanno intuito o hanno visto e sanno.
Di solito un gesto ignorato dagli adulti non tanto perché incapaci, quanto perché impauriti di scoprire come stanno i figli.
 
Spesso in quest’epoca, loro sentono l’angoscia che toglie orizzonti e prospettive, e non sanno come fare.
Allora per resistere a quel «male calmo» che dilaga tagliuzzano il corpo e lo feriscono.
Dall’esterno può sembrare un rituale antico, che accomuna condivisione e appartenenza, il coraggio di prove da superare e la storia di battaglie fatte negli anni.
Qualche volta assomiglia a un patto di sangue che garantisce l’appartenenza al gruppo. In realtà non è altro che un dolore interno dell’anima, forte e tagliente che non si sa gestire.
Meglio sentire il fisico dolente che l’anima che soffre.
Allora si praticano ustioni (Burning), marchi con oggetti roventi (Branding), che non sono pratiche nuove, ma gesti della crescita presenti ormai da tempo nell’adolescenza.
 
Una volta erano gesti suicidari, adesso hanno un significato diverso e, forse, sono meno allarmanti, ma sempre campanelli da cogliere in fretta e non trascurare.
Possono essere emulazioni e prove illusorie di coraggio.
Oppure punizioni autoinflitte, ma più che altro sono bisogni comuni che affiorano da quella vita interna dolente che l’adolescente non sa affrontare.
Così infierire sul corpo vuol dire comunicare a se stessi di non saper tollerare la sofferenza e non avere un nome per il dolore.
Si direbbe, un modo strano per star bene facendosi del male. Come una sorta di anestesia della psiche utile, almeno sembra, a rendere più gestibile il disagio. Gli attacchi al corpo raccontano di offese subite e di solitudine, di emozioni sconfinate e vuoti ancora difficili da riempire.
 
Tutti gli adolescenti che ho incontrato con quei segni sul corpo o con i marchi delle sigarette sul braccio, non mi mostravano medaglie e non ne andavano fieri.
Li nascondevano infatti con bracciali e maglie.
Ma se gli domandavo il perché, e devi chiederglielo, mi raccontavano storie nascoste di un dolore sopportato solo attraverso quei tagli sottili della pelle.
Ma tutto non emerge se non chiedi e loro pensano di aver trovato, con quel ferirsi ripetuto, una sorta di auto-aiuto.
Ma è soluzione stonata e confusa. E pericolosa per giunta.
 
Ad aiutarli ci vogliono invece adulti capaci di fare domande precise sul come stanno dentro, in grado di accettare che ci sia anche dolore, senza il timore di scoprire sofferenze che non si vorrebbero per loro.
Sovente fatte di vuoti e carenze di dialogo intrafamiliare o in particolare di relazioni povere di ascolto e pieni di urla.
In realtà non sono mai le parole che aiutano, ma l’accoglienza del dolore di chi sta accanto, che dà agli adolescenti la forza per gestirlo.

Giuseppe Maiolo - psicoanalista
Università di Trento - www.officina-benessere.it

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