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Gli arrabbiati – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Giovani rissosi, delusi e senza futuro: manifestano un disagio nella funzione adattiva. Per tutti c’è bisogno di adulti in grado di ascoltare gli adolescenti

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Non si placano le cronache di risse giovanili che raccontano la violenza.
Si susseguono come segni del disagio adolescenziale in crescita e solo in parte da attribuire al Covid.
Perché, come ho avuto modo di scrivere più volte anche su questo giornale, sono i giovani della Generazione Z in preda ad una rabbia incontenibile, incapaci di governare emozioni e sentimenti.

Gli arrabbiati mettono in scena fisicamente quello che sentono, ovvero solitudine, delusione e disperazione.
Le risse di notte o di giorno, improvvise e sorprendenti, sono un segnale della fatica che fanno a vivere il tempo che abbiamo dato loro.
Non giustifico quei gesti, sia ben chiaro, ma cerco di capire ciò che dicono. E senza ombra di dubbio mostrano che la zona grigia del disagio, un tempo fisiologicamente turbolenta, si è allargata a dismisura.
È dalla delusione per essere stati imbrogliati sul futuro e dalla solitudine che nasce rabbia e violenza. In consulenza li ascolto e mi faccio dire le loro ferite che spesso stanno nascoste ai polsi o alle caviglie e che nessuno vede né chiede.
Eppure le ricerche ci dicono che tra gli 8 e 16 anni quasi 4 su 10 si tagliano. Li pensi tranquilli e adattati quando non hanno problemi scolastici da segnalare, mentre invece soffrono di solitudine e di vuoto.
 
Non glielo leggi sul volto perché ancora è coperto a metà e sanno nascondere bene quel dolore interno che li inchioda al terrore.
Non dicono niente ai grandi, agli adulti di riferimento perché con il silenzio vogliono non farli preoccupare.
Poi però alzano la voce e rendono evidente la loro rabbia.
Così scontri e risse sono spesso esibizioni da far girare in rete e mostrare con adunate organizzate d’improvviso sui social, quella pulsionalità giovanile senza regia alcuna dall’esterno ma, ancor più, priva del loro autocontrollo.
 
La guerriglia che ci mostrano di solito non ha torti e offese da rivendicare ma è sfogo di energia violenta senza motivazioni.
Urla e adrenalina pura che ai partecipanti e a chi assiste, fa dire «Ci sono anch’io in questo gruppo. Dunque esisto!»
Il problema è lì. Esistere, esserci, mostrarsi, anche con la disperazione. Pertanto è la rabbia che dobbiamo riconoscere subito, con urgenza. Anzi, anticipare.
Meraviglia che vi sia ancora chi grida alla «tolleranza zero» e auspica punizioni esemplari per correggere quello che viene ancora definito «teppismo urbano» come se queste risolvessero il problema.
 
Urge invece trovare risposte educative di prevenzione e costruire luoghi di aiuto ben attrezzati come consultori psicologici per adolescenti e laboratori scolastici dove anche i docenti abbiano competenze psicologiche per il riconoscimento precoce delle situazioni a rischio.
Servono scuole che chiedano ai genitori di presenziare ai percorsi di educativa familiare e attrezzare le classi a cogliere il disagio dei compagni in difficoltà, capaci di comunicazione empatica piuttosto che di competizione.
Nella gran parte dei casi gli adolescenti che incontro nelle scuole non hanno problemi psichiatrici, anche quelli che hanno pericolosi comportamenti di autolesionismo e pensieri suicidari.
 
8 su 10 manifestano un disagio nella funzione adattiva, sono insonni, perennemente in ansia e incapaci di gestire lo stress.
Per tutti c’è bisogno di adulti responsabili e autorevoli in grado di ascoltare gli adolescenti e di pari in grado di sostenersi a vicenda.

Giuseppe Maiolo - psicoanalista
Università di Trento - www.iovivobene.it

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