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Non chiamiamole Baby gang – Di G. Maiolo, psicoanalista

Si tratta di ragazzini privi di un limite e di strumenti di autocontrollo che non trovano una sponda educativa negli adulti

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C’è una paura crescente che circola tra di noi e non di rado diventa angoscia e terrore per la violenza giovanile.
È quella che incontri sempre più spesso in giro, nelle città piccole o grandi, nei parchi deserti o nei quartieri affollati. Poco importa, perché non c’è una dimensione definita.
Ha un nome comune, invece, ed è quello di Baby gang con il quale identifichiamo, almeno nella vulgata popolare, un gruppo di minori votato al crimine e dedito a imprese violente e delinquenziali.
Di certo questi fatti spaventano, anche perché sono in aumento gli episodi di violenza urbana e le risse.
 
Secondo l’Osservatorio Nazionale sull’adolescenza, il 6,5% dei ragazzini tra i 12 e i 16 anni, fa parte di una banda e il 16% di questi ha commesso atti vandalici, mentre il 30% ha partecipato a una rissa.
Ma l’ho già scritto altre volte, non centra niente la criminalità organizzata, tipo quella diffusa tra le bande sudamericane.
Anzi attribuire ai bambini la definizione di appartenenti a «Baby gang» può apparire «persino mostruoso» dice Vittorino Andreoli (Baby gang, Mondadori 2021) perché il termine rimanda subito ai «gangster», ai fuorilegge con la pistola, al poliziotto che deve arrestarli e alle azioni repressive.
 
Credo che si faccia bene a prestare attenzione all’uso delle parole. E penso sia necessario per tutti, ma in particolare per chi fa informazione.
C’è infatti un rischio incredibile nel continuare a utilizzare espressioni di questo tipo che finisce per criminalizzare il malessere giovanile e non vedere il disagio psichico impedendoci di trovare un rimedio e un aiuto concreto alla crescita difficile di oggi.
Si tratta piuttosto di riconoscere in questi ragazzini la mancanza di un limite e la carenza fisiologica di strumenti di autocontrollo che non trova una sponda educativa negli adulti.
La violenza esplosiva e imprevedibile che viene agita d’improvviso, è solitamente senza premeditazione.
 
Di solito sono ragazzini con una noia sconfinata e dentro un vuoto pneumatico reso possibile dal silenzio familiare.
Il silenzio della distanza fisica e della disattenzione morale, della povertà relazionale che non fa crescere e, al contrario, lascia uno spazio enorme alla violenza comune delle parole di odio, al turpiloquio degli adulti che affollano i social e ai gesti offensivi di una comunità sempre più rissosa, incapace di esempio formativo e di coerenza educativa.
E poi per prima di ogni cosa dobbiamo dire che la differenza è che quei ragazzini che ti aggrediscono sulle passeggiate o si menano per cercare visibilità sui campetti vicino alle case, non provengono da realtà degradate o da famiglie problematiche.
 
Sono i figli di genitori qualunque.
Sono i preadolescenti che non conoscono il confine tra un’azione positiva e una negativa perché non glielo hanno indicato, sono gli adolescenti arrabbiati e delusi, abitati dentro da rabbie comuni che si sono ingigantite e che nessuno ha educato a gestire.
Sono i figli che abbiamo imbrogliato promettendo loro il successo e la felicità e a cui stiamo dando insicurezza e precarietà.

Giuseppe Maiolo - Università di Trento
www.iovivobene.it

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