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La violenza sulle donne – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Il sequestro in Kenia di Silvia Romani rappresenta in maniera emblematica una duplice forma di violenza che le donne abusate e maltrattate conoscono bene

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Se sai che una ragazza di 23 anni è andata a fare volontariato in Africa per occuparsi di bambini in un progetto di cooperazione internazionale, dovresti rivedere immediatamente tutte le idee negative che puoi avere sui giovani e sulla loro indifferenza. Quando poi leggi che la cooperante di un’organizzazione umanitaria è stata rapita, ti rendi conto una volta di più che la cultura della violenza imperversa.

Il sequestro di Silvia Romani, qualsiasi possano essere le motivazioni che l’hanno determinato, rappresenta in maniera emblematica una duplice forma di violenza che le donne abusate e maltrattate conoscono bene e che subiscono ogni volta, perché l’esperienza del maltrattamento fisico è sempre accompagnato da una devastante violenza psicologica.
La ragazza sequestrata e forse in ostaggio di gruppi terroristici, nei giorni successivi alla diffusione della notizia, ha infatti subito in rete un vero e proprio linciaggio in quanto aggredita con frasi offensive e inaccettabili.
Affermare con il megafono dei social che «se l’è cercata» e che può essere «lasciata lì dove è voluta andare» nega da una parte il valore dell’altruismo e dall’altra non mostra alcuna differenza da quello che viene detto quasi sempre dopo uno stupro e solitamente come difesa della cultura violenta e machista degli uomini.
 
Una volta di più la storia di Silvia, che fatalmente si sviluppa nei pressi della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ci deve far pensare a quanto questa pianta infestante non solo fatichi ad essere estirpata ma rischi oggi di diffondersi in maniera virale e incontrollata se non mettiamo in campo efficaci strumenti di prevenzione.
Sappiamo che la piaga sociale del maltrattamento, della violenza domestica, quella spaventosa del femminicidio di cui ogni giorno ci parlano le cronache, si può combattere sensibilizzando la società e aumentando l’attenzione al fenomeno.
Siamo ormai consapevoli che va curato quel maschile fragile o realmente disturbato che si nasconde dentro le esistenze «corazzate» di quegli uomini capaci di occultare i sentimenti oscuri e perversi del male.
 
Ma ancora di più ci è chiaro che urge cambiare direzione al progetto educativo dei minori, soprattutto maschi.
È fondamentale educarli al rispetto dell’altro, all’ascolto e all’empatia, così come sostenere l’espressione dell’altruismo e non equipararlo alla colpa.
Serve invertire la rotta che stiamo seguendo e che sta facendo crescere bambini analfabeti a livello delle emozioni e adolescenti sordi sul piano empatico che diventano poi adulti in grado solo di urlarsi addosso espressioni odiose e violente con il compiacimento di una moltitudine di spettatori plaudenti che le nuove tecnologie della comunicazione amplificano a dismisura.
 
A mio avviso l’impegno primario che dovrebbe contenere la ricorrenza ormai consolidata del 25 novembre, è quello di far crescere ogni giorno dell’anno una coscienza di valori in grado di ostacolare il rischio costante della normalizzazione della violenza, e che al contempo deve far innalzare l’indignazione sociale e quella riprovazione collettiva da esprimere apertamente verso ogni forma di offesa e di prevaricazione.
 
Giuseppe Maiolo
Psicologia delle età della vita – Università di Trento
www.officina-benessere.it

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