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La disperazione infinita di Noa – Di G. Maiolo, psicoanalista

La fake news dell’eutanasia di Noa è frutto non solo di cattivo giornalismo, ma anche del meccanismo perverso che sempre accompagna ogni forma di violenza

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Il gesto di Noa turba e sconvolge la coscienza collettiva. Genera sempre un’angoscia infinita la morte precoce di un’adolescente, soprattutto quando si tratta di suicidio e nasce dalla caparbia determinazione di una ragazzina di 17 anni che ha rincorso da tempo il suo progetto.
La morte a questa età ci appare incomprensibile e lo è per davvero.
Ma l’incapacità di trovare risposte che spieghino lo sconforto dell’anima quando questa è stata profondamente ferita, ci fa alterare le narrazioni e ci consegna improbabili ipotesi con le quali, però, possiamo spostare l’attenzione da un’altra parte e attenuare per un poco lo sgomento. 
 
Non è morta per autanasia.
E così che la fake news dell’eutanasia di Noa è frutto non solo di cattivo giornalismo, ma anche di quel potente meccanismo della rimozione che accompagna da sempre ogni forma di violenza e in particolare lo stupro.
Quella scelta definitiva pubblica e violenta, come è stata la violenza subita da Noa bambina, appare come la denuncia spietata della disperazione che inchioda al palo chi subisce violenza e non sa trovare che il baratro della depressione.
Chiediamoci prima di tutto se questa morte non sia un gesto che ci accusa tutti per non essere stati capaci di proteggerla e aiutarla a ricostruire quella  vita che qualcuno le ha spezzato.
 
Ma è sempre così ogni volta e per tutti quelli che subiscono violenza.
Non è una narrazione nuova il suicidio di chi, in particolare, ha subito l’oltraggio dell’abuso soprattutto da piccoli quando non si conosce la vita né il male che la circonda.
Non ci tiene più all’esistenza chi si trova con un mondo interno frantumato e distrutto.
Come dopo un massacro, la depressione sopraggiunge e dilaga, la disperazione invade la mente e non ci sono altre idee se non quelle della morte, né altri pensieri al di fuori del suicidio che sembra l’unica e possibile via di uscita.
Noa si è lasciata morire e ha chiuso con quella vita che era diventata troppo insopportabile, dove nessuna luce poteva filtrare dentro il suo tunnel.
 
Forse però la sua esistenza si era già conclusa prima.
Forse quella ragazza aveva smesso da tempo di immaginare la vita e il suo sviluppo.
La rinuncia potrebbe essere cominciata quando alla bambina violata non sono state date le forze necessarie per ricostruire un territorio interno a tal punto devastato che nemmeno il più potente farmaco antidepressivo poteva curare.
 
Ne ho incontrate anch’io di queste disperazioni infinite.
Ho visto donne, ma non solo, vittime sconfitte dall’abuso sessuale e paralizzate dalla vergogna e dalla colpa, incapaci di alzare la testa e riconoscere il diritto di esserci.
Ho sentito ad ogni incontro con quel dolore nato dalla violenza, che il tarlo spaventoso della pulsione di morte poteva prevalere in ogni istante e azzerare tutto.
Perché la disperazione porta continuamente sulla strada della morte e la psicoterapia, unica possibile risorsa a quel buio totale, ha il compito di mantenere acceso almeno un piccolo lume di fiducia con cui è possibile lentamente ricostruire dalle macerie una nuova esistenza.
 
Il problema però, è che la cura di un dolore cosi sotterraneo e profondo, è percorso lungo e complesso dove il rischio rimane costante.
Spesso non si riesce a trasformare la sofferenza se non offriamo aiuto immediato dopo la violenza.
Così si può morire in diversi modi.
È possibile con il suicidio reale e determinato come ha fatto Noa Pothoven, ma anche con il ritiro dalla vita, con il rifiuto del proprio corpo come accade nell’anoressia o col terrore continuo delle relazioni e la rinuncia a un mondo affettivo.
 
Allora, come diceva Ungaretti, «La morte si sconta vivendo».
Perché si muore anche quando non c’è chi si mette all’ascolto del nostro dolore.
 
Giuseppe Maiolo
Psicoanalista - Università di Trento
www.officina-benessere.it

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