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Un «trauma collettivo» – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Per superarlo serve «l'oblio attivo», la capacità cosciente di dimenticare i ricordi negativi e bloccare quelli dannosi: solo così si riprende fiducia nel futuro

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È difficile fare bilanci di un tempo difficile da cui, peraltro, non siamo ancora usciti. Ma è fondamentale nel momento della ripresa, seppur a tappe, poter riflettere su quanto è accaduto.
Perché la pandemia del coronavirus, non solo ha travolto ogni individuo, ma superando i confini geografici, ha traumatizzato l’intera società mondiale. Così è più corretto parlare di «trauma collettivo».

Un’esperienza senza precedenti per cui non abbiamo casi che possono somigliare a ciò che è accaduto.
Se pensiamo ad eventi come un genocidio di massa o lo Tsunami, a un terremoto devastante o all’attentato alle Torri gemelle di New York, percepiamo il loro forte impatto emotivo, ma sentiamo che non possono essere paragonati a quanto prodotto dalla pandemia che ha attraversato il pianeta in questi mesi.
 
Il «trauma», la frattura psicologica prodotta, ha generato qualcosa di profondamente diverso e complesso che dobbiamo chiamare «trauma collettivo».
Secondo il filosofo Ciano Aydin, questo tipo di trauma produce negli individui «uno stato di estrema confusione e incertezza».
Fa emergere dosi massicce di angoscia e risposte comportamentali negative dettate dalla paura e dalla rabbia, dalla disistima e dalla sfiducia o dai sensi di colpa. Soprattutto è in grado di modificare la struttura stessa della società.
Si pensi all’attacco terroristico dell’11 settembre del 2001 che ha modificato il modo di viaggiare e condizionato le politiche mondiali del trasporto i cui cambiamenti resistono ancora oggi e probabilmente non potranno essere più modificati.
 
Significa che i traumi collettivi hanno il potere di incidere profondamente sul tessuto economico e sulle politiche governative, possono cambiare il funzionamento di una società, alterare le relazioni sociali, affettive ed emotive di intere comunità.
Il problema dopo questi eventi, è tornare alla cosiddetta normalità, cioè uscire dal tunnel e non permanere nel trauma irrisolto che può avere conseguenze gravi e manifestarsi attraverso sentimenti di impotenza, ricordi e immagini ricorrenti delle esperienze vissute e pensieri intrusivi e disturbanti.
Per uscire dall’esperienza traumatica che si riversa in maniera prevalente sul versante emotivo-corporeo, serve elaborare il lutto collettivo, trasformare i vissuti, metabolizzare la sofferenza del lungo tempo dell’isolamento, integrare lo smarrimento e l’angoscia comune provata quando imperava il contagio, ordinare il caos delle emozioni provate dal distanziamento sociale.
 
Un processo lungo e complesso, che può necessitare di un intervento clinico di aiuto, ma che ha bisogno prima di tutto del riconoscimento del trauma collettivo e poi della sua narrazione, piuttosto che della rimozione del ricordo.
In altre parole per superare il dolore dobbiamo raccontarlo e in parte riviverlo, scoprire quello di cui abbiamo bisogno e condividerlo in maniera empatica con gli altri.
Alcuni invece pensano che sia meglio dimenticare in fretta quello che di negativo ci è accaduto. Altri si aspettano che i ricordi svaniscano da soli.
In realtà per tornare a una nuova «normalità» e per ricostruire la speranza frantumata, va riconosciuto, quindi ricordato, ciò che è accaduto nel corpo della comunità.
Senza ricordare e senza ri-narrare nuovamente le sofferenze vissute, non è possibile arrivare a dimenticare il male.
 
In fondo è la narrazione e la ri-narrazione il nucleo centrale della psicoterapia. Per questo motivo non solo gli adulti, ma ancor di più i bambini e gli adolescenti, per riparare il trauma, hanno bisogno di uno spazio narrativo e di qualcuno attrezzato che ascolti e aiuti a raccontare di sé e della propria storia al fine di rielaborarla.
Una scuola che non dispensa solo nozioni ma aiuta a crescere deve avere questa funzione. Solo dopo un percorso simile è possibile passare alla «dimenticanza attiva», quello di cui parla anche Friedrich Nietzsche.
Per lui «l'oblio attivo» è ciò che ci serve per andare avanti, per non continuare a rivivere il passato.
È capacità cosciente di dimenticare i ricordi negativi e bloccare quelli dannosi.
Serve per riprendere fiducia nel futuro, vivere il qui e ora e potenziare la forza della resilienza.
 
Giuseppe Maiolo
Psicoanalista - Università di Trento

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