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Dal Rebo al Reboro all'Amarone – Di Giuseppe Casagrande

Stimolante confronto tra il vino simbolo a bacca rossa della Valle dei Laghi e Sua Maestà l'Amarone della Valpolicella. Peter Brunel superstar con le sue creazioni

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Foto Lucio Tonina.
 
La Valle dei Laghi, che costituisce un unicum nel cuore delle Dolomiti per quanto riguarda il clima (un microclima tipicamente mediterraneo ove sono presenti piante sempreverdi, il leccio, gli ulivi, l'alloro) non è famosa solo per la Nosiola, vitigno autoctono a bacca bianca del Trentino dalle cui uve nasce Sua Maestà il Vino Santo.
Da qualche anno alcuni vignaioli della zona hanno riscoperto un vitigno autoctono a bacca rossa: il Rebo che si presta, al pari della Nosiola, all'appassimento delle uve. Qualcuno si chiederà: ma che diavolo di vitigno sarà mai questo Rebo.

Semplice. Rebo altro non è che un incrocio tra il Merlot e il Teroldego creato a metà del secolo scorso da Rebo Rigotti, ricercatore dell'Istituto Agrario di San Michele all'Adige. Ma prima di approfondire le caratteristiche di questo vitigno, vediamo chi era Rebo Rigotti.
Nato a Padergnone (Valle dei Laghi) nel 1891 (morirà nel 1971) egli ha contribuito con le sue sperimentazioni a rivoluzionare molti settori dell'agricoltura trentina sia nella veste di agronomo che di genetista.
 

 
Nell'ambito della frutticoltura, fin dagli anni Trenta del Novecento ha sperimentato alcuni incroci sul pesco, sul pero e sul melo.
Tra gli anni 1930-35 si è dedicato allo studio della patata, mettendo a confronto alcune varietà con l'intento di individuare nuove tipologie di cultivar più produttive, resistenti a diverse virosi e qualitativamente migliori.
In campo cerealicolo ha selezionato diverse varietà di grano tenero incrociando una dozzina di tipologie di frumento italiano, più produttive e resistenti alle malattie e agli agenti atmosferici.

Ha studiato altresì colture minori come il radicchio, il pomodoro, il fagiolo, ma il settore per il quale sarà storicamente ricordato è quello legato alle sperimentazioni nel settore vitivinicolo.
Sperimentazioni avviate come genetista fin dal 1924 incrociando diversi vitigni internazionali (Pinot, Riesling, Cabernet, Merlot) con ceppi locali quali la Nosiola, il Teroldego e il Marzemino.
È stato proprio nell'ambito di queste sperimentazioni che ha creato gli incroci di Gold Traminer, Sennen, Gosen e il Rebo (incrocio di Merlot per Teroldego, inizialmente si pensava fosse Marzemino), vitigno che nel 1978 - dopo la sua morte - fu iscritto e riconosciuto all'interno del Catalogo Nazionale delle Varietà di uve da vino atte alla vinificazione.
 

 
Ma torniamo a noi, meglio al Rebo che proprio in Valle dei Laghi ha trovato il terroir ideale per esprimere al meglio le proprie potenzialità.
Da questa considerazione è nato il progetto di valorizzare vieppiù questo vitigno a bacca rossa e, sfruttando le caratteristiche climatiche della valle, ripercorrere la strada maestra dei vecchi, ma saggi contadini di un tempo: l'appassimento (breve in questo caso, dai 40 ai 60 giorni) delle uve Rebo sulle «arèle» come avviene per il Vino Santo.
Esperimento riuscito. E così è nato quello che è considerato tra i vini rossi il fiore all'occhiello della Valle dei Laghi: il Reboro.

Un vino nato dall'amore dei vignaioli per un territorio unico al mondo, da un'uva che racconta la storia di una comunità e da una tecnica tradizionale che guarda al futuro.
Un vino di buona struttura dal color rubino brillante che, dopo la spremitura e la successiva vinificazione, matura per tre anni in botti di rovere e attraverso un lento processo di arricchimento organolettico regala ai wine lover sensazioni balsamiche elegantissime che ricordano, oltre alla ciliegia e ai piccoli frutti, gli agrumi, il miele, la cioccolata, le spezie.
 

 
Nei giorni scorsi Reboro ha festeggiato i suoi primi dieci anni di vita con la rassegna «Reboro territorio & passione».
Un evento per far conoscere questo nuovo vino, ma soprattutto un’occasione di crescita e confronto per i vignaioli stessi della Valle dei Laghi con altre realtà italiane che vantano una storia simile.
Dopo lo «Sfurzat» della Valtellina e il «Graticciaia», Negroamaro della Puglia, quest’anno come gemellaggio enoico è stata scelta la Valpolicella, il cui vino simbolo, Sua Maestà l'Amarone, è conosciuto in tutto il mondo.

Quanto mai interessante il convegno sulle affinità tra i due territori: la Valle dei Laghi e la Valpolicella. Il presidente del Consorzio per la Tutela dei Vini della Valpolicella, Christian Marchesini, nel corso del suo intervento ha tra l'altro confermato una notizia sconosciuta ai più: anche in Valpolicella è coltivato il Rebo.
Ma c'è di più: una piccola percentuale (5%) di Rebo, considerato vitigno migliorativo, può essere aggiunta ai vitigni tradizionali della Valpolicella: Corvina, Corvinone, Rondinella.
 

 
Ancor più stimolante il confronto (non chiamiamola, sfida) tra il Reboro e l'Amarone: dodici espressioni di annate diverse che hanno confermato fino a che punto l'appassimento riesce a trasformare le uve e quindi le caratteristiche di un vino.
Dopo una piacevole ouverture all'insegna della spensieratezza giovanile con l'assaggio di due Rebo (quello della Pravis, 2019 e quello di Gino Pedrotti, 2017) un panel di degustatori coordinato dall'enologa Sissi Baratella ha avuto la possibilità di mettere a confronto quattro Reboro della valle dei Laghi e sei Amarone della Valpolicella.

Per quanto riguarda i Reboro asssaggiati (Pisoni 2016, Maxentia 2015, Francesco Poli 2015, Giovanni Poli 201%) nelle mie note trovo scritto: colore rubino brillante, profumi suadenti leggermente agrumati con note balsamiche ed eleganti di spezie, tannini morbidi con finale in bocca lunghissimo.
Per quanto riguarda gli Amarone (Ruvaln 2016 dell'Azienda Adalia, Roccolo Grassi 2016, Marco Mosconi 2015, Rubinelli Vajol 2013, Rosson Terre di Pietra 2013, Le Guaite di Noemi 2011) tutti di uno splendido colore rubino aranciato brillante hanno palesato la provenienza dei suoli, determinante in questo caso: vulcanici e basaltici alcuni (i vigneti esposti a Est che guardano verso Soave), calcarei altri (quelli che guardano verso il Lago di Garda).
Amaroni diversi, ma con una nota che li accomuna tutti: la straordinaria eleganza dei tannini, l'integrità del frutto, la struttura, opulenta, che ci suggerisce un paragone con i grandi vini del Meridione d'Italia e delle isole del Mediterraneo.
 

 
Quanto mai piacevole, infine, il pellegrinaggio da cantina a cantina per conoscere le singole realtà della Valle dei Laghi con i vini abbinati ad alcune leccornie proposte dallo chef stellato trentino Peter Brunel.

Da Gino Pedrotti (Pietramurata) una peccaminosa crema bruciata alle olive con foglia di Parmigiano e Vino Santo.
Da Pisoni (Pergolese) una battuta di carne salada della casa con more, peperoncino agrodolce del Trentino e albume al vapore.
Da Pravis (Calavino) il tiramisù made in Valle dei Laghi al Vino Santo.
Da Giovanni Poli (Santa Massenza) la quinoa con ortaggi della Valle di Gresta e tartufo del Baldo.
Da Maxentia (Santa Massenza) la trota marinata con composta di mele al Reboro e cannella.
Da Francesco Poli (Santa Massenza) infine il salmerino alpino, crumble croccante e cipolla rossa.

Chiusura in gloria alla Casa Caveau del Vino Santo di Padergnone, il borgo natale di Rebo Rigotti, un luogo suggestivo dove attraverso voci, suoni, immagini, profumi e sapori i wine lover incontrano il «passito dei passiti», il Vino Santo Trentino, un vino dolce, accattivante, seducente, ma non stucchevole, testimone di secoli di storia di questo territorio nel cuore delle Alpi, delle Dolomiti in particolare.
In alto i calici.

Giuseppe Casagrande - g.casagrande@ladigetto.it

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Paolo Farinati 19/10/2021
Sinceri complimenti, caro Giuseppe, ottima presentazione. Ad maiora e....prosit....
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