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Sei anni fa l'Adigetto.it partiva per l’Afghanistan – Quinta parte

La singolare visita del ministro della Difesa Larussa alla base di Herat

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(Vedi la puntata precedente)
 
Insieme a me erano tornati alla base di Herat anche i tre colleghi che erano stati inviati in altri posti della provincia controllata dagli Italiani. Eravamo tutti stravolti e un paio di giorni di tranquillità ce li eravamo guadagnati. E gli ospiti ci hanno portati a visitare alcune strutture funzionali collegate alla base.
Ci hanno mostrato l’ospedale, spiegandoci il sistema sanitario allestito dalle Forze Armate. La struttura principale era a Herat, mentre nelle basi distaccate c’erano dei posti di primo soccorso attrezzati per stabilizzare i feriti e portarli alla centrale.
C’è da ricordare che anche i Lince sono attrezzati per un immediato soccorso, ma anche in quel caso si deve stabilizzare i feriti e attendere l’intervento degli elicotteri. 
Un giorno arrivò a Bolzano la singolare richiesta di attrezzare i Lince con dei frigoriferi da autoveicolo. Il responsabile incaricato parlò con il richiedente per sapere quante bevande doveva essere in grado di contenere il frigo. Gli fu risposto che servivano solo per conservare il plasma.
In ogni caso, l’ospedale italiano di Herat era attrezzato e operativo anche per normali problemi di salute che 3.000 ragazzi possono avere nella vita normale, appendiciti, odontoiatria, ecc.
Per eventuali necessità più importanti era previsto il trasporto a Kabul e, in seconda istanza, alla base di Ramstein in Germania.
 

 
Andammo anche a visitare la scuola di polizia allestita nei pressi dell’aeroporto della base, dove i carabinieri addestravano le forze locali. Oltre ai carabinieri c’era anche personale della Guardia di Finanza (foto qui sopra gli istruttori insieme alla nostra collega Marina).
Tra coloro che comandarono la base c’è stato anche l’attuale colonnello comandante dei Carabinieri della provincia di Trento, colonnello Luca Volpi.
Addestrare la polizia afghana, ci era stato spiegato, non era una cosa da poco. Basti pensare che, quando si è spiegato che l’«associazione per delinquere» si configura quando una banda ha la «struttura piramidale», hanno chiesto cosa fosse una piramide.
Ovviamente vengono addestrati anche militari delle forze armate afghane, cosa che stiamo facendo tuttora.
 

 
La base aerea di Herat non ospitava solo aeromobili italiani ma anche quelli di altre nazioni della Nato partecipanti alla missione Isaf. Notevole comunque il nostro parco impegnato.
Oltre ai C 130 di cui abbiamo parlato, avevamo dei caccia, degli elicotteri Chinook da trasporto, dei Black Hawk, gli Agusta NH 90 e gli Agusta Cobra d’attacco. Ovviamente avevamo anche i droni «Predator».
Dapprima avevamo portato i Tornado, che però erano sovradimensionati rispetto all’uso che se ne sarebbe fatto, quindi furono avvicendati con i caccia AMX più leggeri e agili. 
Nella foto di copertina vediamo la picchiata di un AMX fotografato mentre pountava su di noi da terra.
Il «Predator» è il drone più diffuso e conosciuto. È un aeromobile a pilotaggio remoto monomotore in configurazione spingente (cioè l’elica è dietro), monoplano ad ala bassa sviluppato dalla divisione aeronautica dell'azienda statunitense General Atomics negli anni novanta.
 

 
Il Predator è stato uno dei mezzi fondamentali nel teatro operativo dell’Afghanistan. Il suo equipaggio a terra è formato da due piloti e un osservatore. Il compito è tenere sotto controllo le aree a rischio. Dotato di una telecamera antivibrazione, consente di vedere tutto dall’alto praticamente senza essere visto perché può essere operartivo a 3.000 metri di quota. Quando una unità si muove in una zona potenzialmente pericolosa, il drone è essenziale per sventare agguati.
Da terra gli osservatori possono informare le unità impegnate, che a loro volta possono prendfere contromisure. A volte la situazione può chiedere l’intervento dei caccia, siano jet che elicotteri. Tutto questo viene osservato e registrato dalle sale operative.
«Atterrare con un drone – ci ha spiegato un pilota, – è difficile perché non si avvertono, ad esempio, le sollecitazioni del vento.»
Ci è stato concesso di osservare le riprese di un drone mentre era in volo operativo, ma ovviamente non abbiamo potuto fare fotografie. L'obiettivo della telecamera è potentissimo.
 

 
L’indomani ci informarono che stava arrivando il ministro della Difesa Ignazio Larussa in visita alla base. Ci preparammo ad accogliere il ministro e intervistarlo, ma non fu possibile.
Il PIO, l’ufficio stampa, ha fatto in modo che non ci fossero contatti tra noi e il capo della Difesa. Il nostro abbigliamento e le nostre stesse figure, dopo giorni di attività sul campo, non erano adatte all’ambiente asettico di un ministro.
Fu possibile solo guardarlo passare con i suoi assistenti e i giornalisti che, contrariamente a noi, erano perfettamente vestiti come si deve, con tanto di sahariane da film e mimetiche perfette.
Larussa proseguì l'ispezoine a bordo di un Chinhook, scortato dai Cobra Agusta.
 

 
Mentre ero in partenza per un altro teatro operativo, conobbi un sottufficiale toscano col suo cane (foto sopra). Si trattava di un’unità cinofila addestrata a trovare esplosivi.
Ovviamente abbiamo anche noi dei robot semoventi in grado di operare in tutta sicurezza, ma prima l’esplosivo bisogna trovarlo. E il cane che ho conosciuto era specializzato in questo.
«Quando scodinzola felice – ci spiegò il padrone, – tutti scappano.»
Il cane aveva ormai sette anni di vita lavorativa ed era quindi a due passi dall’essere collocato a riposo. Si sarebbe ritirato anche il suo padrone.
«Resteremo sempre insieme, – mi disse. – Non riusciremmo fare a meno l’uno dell’altro.
Conobbi anche ufficiali donna impegnate non solo nei reparti operativi o nella sanità. Un capitano era psicologa e si occupava dei soldati che erano stati oggetto di attentati o scontri a fuoco. Un tenente si occupava della emittente radio che metteva in onda messaggi di pace in lingua pashtun. 
 

 
Un giorno che il generale Bellacicco (foto sopra) aveva un po’ di tempo a disposizione, si lasciò intervistare.
Il capufficio stampa aveva voluto leggere le domande prima di sottoporle al generale, ma io volli farne una fuori copione. Una domanda non da poco peraltro.
Generale, che differenza c’è tra una missione militare di pace e una di guerra?
«Non ne ho la minima idea – rispose Bellacicco. – Non ho mai partecipato a missioni di guerra.»
 

 
Alla fine non restava che l’ultima parte della missione, quella di prendere visione della scuola ricostruita dai soldati del Genio di stanza a Trento.
Ne parleremo nella prossima puntata, che sarà l’ultima.
Qui però vogliamo ricordare tre basi avanzate particolarmente difficili in quei giorni. Una era quella di Bala Murghab l’altra era a Farah e infine c'era il Gulistan.
Bala Murghab era a nord, vicino al confine con il Turkmenistan. I terroristi potevano colpire e varcare il confine impunemente, ed è così che operava il Mullah Omar.
Mentre eravamo nella Provincia di Herat, un Lince era stato oggetto di un attentato nella zona di Bala Murghab. Fortunatamente si era ferito solo il rallista che era stato sbalzato fuori. Dovette uscire una pattuglia di soccorso per recuperare uomini e mezzo.
Spesso era impossibile raggiungere via terra Bala Murghab, per cui si preferiva utilizzare gli elicotteri Chinhook per il trasporto e l’avvicendamento di truppe, mentre i rifornimenti venivano fatti con i C 130 che li sganciavano con il paracadute, come vediamo nell’immagine quui sopra.  
Farah e  il Gulistan erano le basi più pericolose, rispettivamente a sud e a sudest di Shindand.
 
G. de Mozzi.
(Continua)

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