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Corte dei Conti: Revisione Irpef si raccordi con finanziamento

«Evasione e elusione in ambito Irpef sono state nel 2018 pari al 2,8% per i redditi da lavoro dipendente e al 67,6% per i redditi da lavoro autonomo e di impresa»

«Ci si confronta con una situazione di proliferazione delle agevolazioni, alimentata da ultimo dai decreti per l’emergenza Covid e dalla legge di bilancio per il 2021», – sostiene il presidente della Corte dei Conti, Guido Carlino, in audizione in Parlamento sulla riforma dell'Irpef.
«Nel disegno di riforma dell'Irpef, semplificare ha rilievo strategico, bisogna semplificare almeno per le fattispecie relative a un gran numero di soggetti.
«L’obiettivo di semplificare il sistema tributario – rileva Carlino – presuppone innanzitutto un cambiamento di impostazione culturale nel processo di formazione delle leggi.
«Molto spesso l’adozione di un atto legislativo non ha ricadute sul piano applicativo a motivo sia della difficoltà di individuarne la portata sia della inadeguatezza o insufficienza delle strutture che dovrebbero materialmente darvi esecuzione oppure controllarne l’applicazione.
«Da qui la necessità di far precedere il varo di ogni nuovo atto normativo da un’approfondita analisi di impatto e di fattibilità.»
 
Carlino è stato audito dalle Commissioni congiunte Finanze e tesoro di Senato della Repubblica e Camera dei deputati, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario.
La propensione all'evasione e all'elusione (tax gap) «in ambito Irpef è stata pari, nel 2018, al 2,8% per i redditi da lavoro dipendente (4,4 mld di euro) e al 67,6% per i redditi da lavoro autonomo e di impresa (32,7 mld di euro)».
«Il divario tra gettito teorico ed effettivo (tax gap) per diverse categorie di reddito, anche se non completamente ascrivibile a evasione, appare più ampio nel caso dei redditi di lavoro autonomo che non in quello dei redditi da lavoro dipendente.»
«Tra l’altro – evidenzia Carlino – è probabile che le ipotesi di revisione dell’Irpef, per quanto confinate al singolo tributo, dovranno confrontarsi con altri elementi del sistema di prelievo e di spesa. Il primo elemento di confronto coinvolge il raccordo con il finanziamento degli enti territoriali.»
 
L’Irpef è un’imposta usata anche da Regioni e Comuni che, «attraverso l’applicazione di addizionali alla base imponibile, si procurano risorse per il finanziamento delle rispettive competenze di spesa (circa 17 miliardi di euro).
«In particolare, nel caso regionale, l’addizionale Irpef costituisce un elemento di finanziamento dei fabbisogni sanitari regionali.
«Inoltre, ad eccezione di poche Regioni (Abruzzo, Calabria, Campania e Veneto tra le regioni a statuto ordinario e Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta tra le regioni a statuto speciale) le altre applicano le addizionali innestandole sul profilo di progressività definito a livello centrale, con l’effetto di differenziare la progressività totale del tributo in base al luogo di residenza.
«Un effetto, tuttavia, che non dipende esclusivamente dall’autonomia degli enti territoriali, dato che per le Regioni si prevedono incrementi automatici delle stesse in presenza di disavanzi sanitari.»
 
La Corte dei Conti osserva che «le necessità di coordinamento non derivano dalla diversità dei livelli di prelievo nelle diverse Regioni – nella misura in cui ad essa corrisponda un diverso livello di fornitura dei servizi pubblici – ma dalla scelta in merito alla modalità di progressività definita a livello centrale.
«Le ipotesi di revisione dell’Irpef centrale fondate su meccanismi di progressività continua diverrebbero sostanzialmente incompatibili con l’attuale possibilità di applicazione progressiva delle addizionali regionali, prevista sulla base degli scaglioni centrali; allo stesso tempo, sarebbe piuttosto complesso – anche dal punto di vista della chiarezza del tributo – ipotizzare strutture regionali di progressività continua ulteriori rispetto a quella centrale.»
 
«Analogamente, - rileva la Corte dei Conti – non sarebbe coerente con la struttura complessiva del prelievo che le Regioni applichino forme di progressività diverse da quella stabilita a livello centrale.
In Germania, dove la progressività continua si applica, le addizionali esistenti (in particolare la solidarity surcharge) si commisurano all’imposta pagata a livello centrale e non alla base imponibile.
«Una direzione che potrebbe essere opportuna anche in relazione alla possibilità che l’eventuale adesione ad un modello duale di tassazione comprima la base imponibile sulla quale Regioni e Comuni potranno applicare i corrispondenti prelievi.
«In quest’ultimo caso, riducendosi la rappresentatività dell’Irpef come prelievo generale sui redditi, una parte del reddito personale andrebbe esente dal finanziamento delle spese degli enti territoriali; una carenza che – in linea teorica – potrebbe essere recuperata con la devoluzione agli enti territoriali anche di parte del prelievo sostitutivo applicato agli altri redditi, o - meno auspicabile - con aumento delle aliquote sulla parte di redditi effettivamente inclusa nell’Irpef.»
 
Infine Carlino ricorda che «le addizionali regionali e comunali sono dovute solo a condizione che sia positivo il debito d’imposta Irpef a livello nazionale.
«Si tratta di una disposizione il cui obiettivo si può rintracciare nel non gravare i contribuenti con prelievi locali in assenza di una capacità di contribuire al finanziamento alle spese centrali; d’altro lato, prelievi centrali e locali rispondono teoricamente ad esigenze di finanziamento diverse, che non si prestano ad essere adeguatamente gestite con un sistema di riparto delle fonti.»

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