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Trento, in via Esterle è emersa l'antica Tridentum

L'assessore Bisesti: «Un ulteriore elemento va ad arricchire il patrimonio della città»

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Il centro storico di Trento continua a restituire testimonianze del suo passato.
La storia più antica della città si arricchisce ora di nuove conoscenze grazie alle recenti scoperte archeologiche effettuate in via Esterle dove, in occasione dello scavo per la realizzazione di un garage sotterraneo, gli archeologi hanno riportato alla luce ulteriori resti di età romana.
I nuovi rinvenimenti sono stati presentati oggi presso lo Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas a Trento, in piazza Cesare Battisti: «Si tratta di una scoperta importante, che va a valorizzare il patrimonio della città e ad arricchire la storia di Tridentum, soprattutto per quanto riguarda l'area immediatamente al di fuori della cinta muraria di epoca romana, considerato anche l'eccezionalità di questo rinvenimento», sono state le parole dell’assessore provinciale alla cultura Mirko Bisesti, affiancato dal dirigente generale del Dipartimento istruzione e cultura Roberto Ceccato.
Quindi il soprintendente per i beni culturali Franco Marzatico ha evidenziato come Trento sia una città straordinariamente ricca dal punto di vista delle testimonianze archeologiche, con una «stratificazione che va dall'età romana a quella tardo antica».
 
Al direttore dell’Ufficio beni archeologici Franco Nicolis e alla responsabile delle ricerche archeologiche Cristina Bassi il compito infine di entrare nel dettaglio dei ritrovamenti.
La scoperta riveste carattere di eccezionalità tra i rinvenimenti effettuati fino ad oggi nel centro del capoluogo per la profondità e la vastità dell’area interessata.
Si tratta della zona di via Esterle, al di fuori della cinta urbica di Tridentum, poco distante dall’antica via che da Verona raggiungeva la città attraverso la monumentale Porta Veronensis, i cui resti sono tuttora visibili sotto la Torre Civica in piazza Duomo.
La zona in antichità era ad alta vulnerabilità in quanto ripetutamente soggetta alle esondazioni del torrente Fersina, un corso d’acqua caratterizzato da una forte energia che ha spesso prodotto l’asportazione totale degli antichi livelli di frequentazione, sostituiti nei secoli da depositi di ghiaie sterili.
 

 
A questa complessa stratigrafia si sono trovati di fronte gli archeologi quando, all’inizio di febbraio, lo scavo per la costruzione di un garage pertinenziale ha intercettato i primi resti romani.
Va aggiunto che i ritrovamenti si trovano ad una profondità insolita per la città romana, oltre 7 metri sotto il piano di calpestio, quando solitamente la città romana è da 2 a 4 metri di profondità sotto il suolo odierno.
Dai depositi ghiaiosi sono emerse alcune lastre monumentali risalenti all’epoca romana, poste sul fondo di una trincea in maniera sconnessa dal punto di vista stratigrafico.
Le indagini hanno permesso di riconoscere, al di sotto di una potente sequenza di alluvioni, un’area cimiteriale risalente al IV secolo d.C.
Al momento sono state individuate cinque sepolture ad inumazione con cassa litica o in muratura, una delle quali con caratteristiche monumentali.
 
Quest’ultima, che occupa una superficie di circa 2,80 mq, presenta un fondo in tegole mentre per le pareti sono stati utilizzati grandi elementi lapidei di recupero. La tomba conteneva almeno quattro individui deposti in momenti successivi.
Di straordinario interesse sono le lastre utilizzate per la costruzione di questo monumento. Due di queste sono decorate ed iscritte.
Si tratta rispettivamente di una stele, con timpano e decorazioni laterali, sulla quale sono incisi i nomi di due defunti.
Nella parte inferiore, fatto del tutto eccezionale nel novero delle stele funerarie trentine, sono rappresentati una coppa rituale (patera), un’anfora ed un mestolo (simpulum), manufatti che potrebbero essere riconosciuti sia come strumenti del culto sia come strumenti di lavoro.
La stele è stata infatti posta dai membri di una corporazione, di cui però non è noto il nome (religiosa? lavorativa?), per due defunti, di condizione servile, probabilmente membri anch’essi della medesima.
 

 
La seconda stele figurata presenta due pilastri incorporati nelle pareti laterali con un motivo costituito da una coppa (kantharos) da cui fuoriescono degli elementi vegetali.
Curioso come la superficie appaia invece completamente libera fatta eccezione per la porzione superiore dove è incisa una V, parte della formula v(ivus) f(ecit), tipica dei monumenti funerari.
L’assenza in questo caso dei nomi dei defunti e del dedicante suggerisce possa trattarsi di un «non finito», una lastra di bottega in parte già predisposta per la sua commercializzazione che sarebbe avvenuta dopo la definizione del testo da parte dell’acquirente.
Per questa necropoli, che venne a svilupparsi nel corso del IV secolo d.C., vennero impiegati materiali provenienti da altre aree cimiteriali più antiche ma non solo; infatti la presenza di manufatti non completati in tutte le loro parti indica che, nel caso specifico, sono state utilizzate anche lastre provenienti dal magazzino, ormai dismesso, di un lapicida.
 
Le nuove scoperte vanno ad aggiungersi a quanto documentato nell’area più prossima alle mura: edifici di diversa destinazione come magazzini, botteghe e aree cimiteriali a ridosso della via principale che portava a Porta Veronensis.
Queste ultime erano infatti solite svilupparsi lungo i principali assi viari, anche se, per ragioni di spazio, vennero progressivamente ad occupare aree sempre più distanti.
Le ricerche hanno identificato, oltre alla monumentale area cimiteriale individuata presso la basilica di San Vigilio, anche diversi altri nuclei che sono stati in più occasioni intercettati in passato (in via Verdi e lungo gli assi di via Pilati – via Grazioli, via Barbacovi, via dei Molini, via Serafini dove erano organizzate attorno ad una via che collegava la città con le vallate orientali).
Le ricerche sono ancora in corso ed altri importanti elementi potranno aggiungersi alla conoscenza di questo sito e della Trento antica.

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