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«Giornalismo: una grande passione non più ripagata»

I risultati di un sondaggio effettuato dall’Ordine dei Giornalisti per fotografare la situazione in Trentino Alto Adige

Nell’indagine promossa dall’Ordine dei Giornalisti del Trentino-Alto Adige/Südtirol la fotografia di una professione che sconta le conseguenze di una crisi economica e di una graduale perdita di autorevolezza e prestigio sociale.
L’allarme lanciato nei commenti di chi è precario: di solo giornalismo non si vive più.
Un mestiere che però è ancora capace di attirare i giovani e di appassionare chi lo esercita.
Prime anticipazioni sui dati che saranno presentati domani in occasione del convegno per i 50 dell’Ordine regionale dalle 9 al Palazzo della Regione.
La presidente Mair: «C'è un grande bisogno di informazione attendibile e non superficiale. Una società si misura anche sullo spazio e la protezione della pluralità delle voci dell'informazione».
 
È un grido d’allarme per la professione quello che emerge dall’indagine promossa dall’Ordine dei giornalisti del Trentino-Alto Adige/Südtirol sullo stato della professione in occasione dei 50 anni dall’istituzione dell’Ordine regionale.
La professione giornalistica svolge ancora un forte valore sociale di cassa di risonanza delle istanze delle comunità locali ed è presidio democratico.
Ma chi opera nel settore giornalistico trova difficoltà crescenti, sia dal punto di vista della remunerazione e della carriera, sia per quanto riguarda il riconoscimento della professione, la sua autorevolezza nel dibattito pubblico e nella società di oggi.

«C'è un grande bisogno di informazione attendibile e non superficiale» ha commentato la presidente dell’Ordine regionale Elisabeth Anna Mair nel dare alcune oggi alcune anticipazioni sui dati. «Come ci ricordano i commenti emersi nell’indagine da parte di colleghi e colleghe, per svolgere il mestiere di giornalista servono passione e capacità professionali ma anche il rispetto della deontologia che è garanzia per lettori, lettrici e pubblico. La nostra professione è sempre più mortificata da condizioni di lavoro stressanti e precariato. Ma una società si misura anche sullo spazio e la protezione della pluralità delle voci dell'informazione».
 
L’indagine è stata condotta dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento con il coordinamento scientifico del professor Giuseppe Veltri.
Il questionario con 40 domande è stato somministrato nell’arco di due mesi – a fine marzo a fine maggio 2022 – a circa 1.700 giornalisti e giornaliste, tra cui 695 professionisti e 1.020 pubblicisti. Poteva essere compilato in italiano o in tedesco.
Le risposte pervenute sono state 708, che non sono poche. Tra chi ha risposto, i giornalisti sono il 64%, le giornaliste il 35%. I professionisti sono stati il 48%, i pubblicisti il 52%, i praticanti l’1%.
La media di servizio è di 23 anni. La metà di chi ha risposto è in possesso del titolo di laurea, il 29% ha il diploma, il 6% il dottorato e l’1% la licenza media.
 
 Fotografia della condizione lavorativa  
Per quanto riguarda l’inquadramento, il 42% di chi ha risposto ha un contratto da dipendente a tempo indeterminato, mentre solo il 4% a tempo determinato.
Ampia la platea dei freelance: sono il 54% di cui il 35% con partita iva e il 19% con rapporti di prestazione occasionale.
Sul livello di retribuzione, solo 187 giornalisti e giornaliste hanno accettato di rispondere: la retribuzione oraria media è di 22 euro, mentre in quella mensile netta c’è molta varietà, con qualche maggiore incidenza nella fascia tra i 2mila e i 2.500 euro (il 27%) e tra 3mila e 4mila euro (il 19%).
 
Molti intervistati, in generale, concordano sul fatto che la professione stia perdendo consenso sociale e che l’informazione stia vivendo una stagione difficile in cui la fretta, la concorrenza dei social network e la fatica ad adeguarsi al cambiamento abbia portato a uno svilimento della professione.
Forte il segnale arrivato nei commenti da chi è precario per le retribuzioni sempre più basse e l’impossibilità di costruirsi un futuro economico stabile attraverso la professione.
Tra i problemi segnalati nelle risposte aperte, il crollo dei compensi legato alla crisi, il crescente abusivismo nella professione, la tendenza nelle redazioni a ricorrere a giornalisti in pensione a scapito di investimenti nei/nelle giovani.
 
 Come si sta in redazione  
L’indagine ha cercato quindi di analizzare il livello di soddisfazione lavorativa dei giornalisti.
La maggior parte di chi ha risposto si dice soddisfatto (45%) o molto soddisfatto (18%).
Emerge dai commenti una forte passione per il mestiere, per la possibilità di espressione, creatività e autonomia che la professione consente e per il valore che ancora il giornalismo riveste come strumento di ascolto delle comunità e presidio di democrazia.
 
Non mancano però le criticità, non soltanto per quell’11% di chi si sente insoddisfatto. Riguardano soprattutto l’incertezza lavorativa, il mancato riconoscimento professionale e le scarse opportunità di carriera. Secondo gli intervistati, a peggiorare è anche il clima in redazione con disparità di trattamento, tensioni tra chi è contrattualizzato e chi non lo è, forte competitività, carichi di lavoro e stress in aumento.
Tra gli elementi emersi anche la persistenza di un divario di genere nella remunerazione, nella distribuzione degli incarichi o nelle opportunità di carriera.
Il problema esiste secondo per il 69% di chi ha risposto (e per il 36% sempre o spesso).
 
Una parte dell’indagine è stata dedicata all’analisi delle discriminazioni in redazione. Secondo il 14% di chi ha risposto (96 persone) le discriminazioni esistono e riguardano soprattutto idee politiche, genere, età e condizione professionale.
Il 9% di chi ha risposto (67 persone) si dichiara vittima di mobbing in redazione.
 
La seconda parte dell’indagine, dedicata al futuro della professione si apre con un’analisi dei tempi di lavoro e dello smartworking nelle redazioni.
Secondo il 38% si lavora sempre di più rispetto a quanto previsto dal contratto (per il 35% solo a volte di più).
Va meglio per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro: le decisioni vengono prese in piena autonomia (per il 41%) o condivise e discusse (39%).
Anche la libertà di espressione è percepita come molto (33%) o abbastanza (33%) presente. Scarsa (per il 37%) l’ingerenza di poteri esterni alla redazione nelle decisioni, ma un 10% la ritiene invece molto presente.
 
L’indagine prosegue con uno sguardo al futuro della professione, partendo da come è stata vissuta nelle redazioni la transizione verso lo smartworking e come ancora si attua il lavoro agile.
Infine una parte è dedicata alle prospettive della professione con un’analisi sulle competenze che saranno necessarie per chi farà giornalismo domani e sull’accesso alla professione.
Un focus sarà dedicato ai media che avranno – secondo i giornalisti e le giornaliste intervistate – più possibilità di resistere alla competizione.

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