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Una breve storia delle Feste Vigliane, dai secoli andati a oggi

Un breve excursus sulle origini, sulla tradizione storica e sulle feste dell’«Epoca moderna»

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 Le Feste Vigiliane del tempo che fu
 
Un tempo, quando le occasioni di svago erano rarissime, particolare significato assumevano le feste che scandivano i momenti più importanti della comunità, dalla nascita alla morte, dal raccolto alla carestia, dal matrimonio alle ricorrenze dei compleanni.
La festa veniva intesa come atto di culto, per assumere le vesti del rito - quando faceva riferimento ad esigenze di purificazione - oppure di rinascita, che doveva essere garantita da qualcosa che stava al di là, ovvero dal divino.
Capodanno, Carnevale, Calendimaggio rappresentavano gli appuntamenti che scandivano la vita per festeggiare il nuovo ciclo del tempo che si andava ad affrontare.
Recentemente, tuttavia, si è sentito il bisogno di recuperare parte di questa storia lontana e così a Trento, il 20 giugno 1984, venne inaugurata la prima edizione delle risorte «Feste vigiliane», in onore del patrono della città San Vigilio, che riproposero il Palio dell’Oca, competizione di zattere sul fiume Adige, e la Mascherada dei Ciusi e dei Gobj.
Fino ad allora la ricorrenza del patrono della città veniva festeggiata solamente il 26 giugno con le celebrazioni religiose nella Cattedrale del Duomo e con qualche appuntamento profano, come il concerto della Banda cittadina e, non sempre, i fuochi artificiali.
Ma questo non è accaduto solo per la città capoluogo, perché anche nelle vallate trentine c’è stato un recupero di vecchie tradizioni.
 
Nel lontano passato la ricorrenza del patrono era un avvenimento particolare per la città di Trento che, per l’occasione, si abbelliva a festa.
Una testimonianza curiosa viene dal programma dei festeggiamenti per il 26 giugno pubblicato nel 1830. «Il suono dei sacri bronzi – si legge – annunzia il fausto giorno del 26 Giugno, in cui la Diocesi di Trento e questa città da ben quattordici secoli solennizzano la festa di San Vigilio loro Protettore.»
Un’antica tradizione, dunque, quella delle Feste Vigiliane che prevedevano anche intrattenimenti profani, in particolare i fuochi artificiali che anche in quell’anno vennero eseguiti «dal celebre pirotecnico signor Angelo Oreni di Treviglio».
«Dopo i fuochi - prevedeva il programma del 1830 – andrà in scena la tanto distinta opera la Gazza ladra con il ballo Il ribelle di Scozia
 
Un’altra testimonianza di quell’epoca viene dallo scrittore Aldo Alberti-Poja che racconta di un prussiano di nome Augusto Lewald il quale, dopo aver combattuto a fianco dei russi nella guerra di liberazione del 1813, girò l’Europa e scrisse dei suoi viaggi. In uno di questi gli capitò di arrivare a Trento in occasione della ricorrenza del Patrono San Vigilio.
Mentre si accingeva a infilarsi nelle coltri, Lewald fu incuriosito da un brusio di folla e da un monotono salmodiare: era una processione che accompagnava il feretro di un morto nella casa che stava proprio di fronte al suo Albergo, La Rosa.
Durante la cena, davanti a piatti succulenti, la sua curiosità venne attratta dalla polenta servita con uccelletti, un piatto modesto a quel tempo.
 
Il viaggiatore prussiano ebbe modo di constatare la trasformazione che Trento aveva subito per le festività di San Vigilio, cosa mai possibile in alcuna città della Germania.
«Da tutti i paesi – si legge nel racconto – erano affluiti in città un’infinità di devoti e curiosi ed a certe ore, per esempio di notte, negli intervalli dell’opera caffè, osterie e alberghi erano affollatissimi.
«Trento era diventata d’un tratto una grande città: gioventù elegante, signore in gran toilette, equipaggi anche a quattro cavalli, bande musicali senza fine, bancarelle con le merci più svariate…
«Già dalle primissime ore del mattino fino a tarda notte tutti, senza distinzione di casta, prendevano parte alla gioia comune.»
Il viaggiatore si soffermò nel tratteggiare alcuni quadretti di vita, come ad esempio il risveglio di buon mattino al suono delle bande e le bordate dei cannoni, oppure l’apparizione di un medico a cavallo che decantava la sua abilità ad un pubblico sempre più incuriosito.
Lewald racconta poi con molta dovizia della cerimonia religiosa e la conclusione dei festeggiamenti con i fuochi artificiali fatti partire nella fontana del Nettuno.
 
Un particolare cenno merita la tradizione dei fuochi d’artificio, di cui si trova documentazione già nel XVI secolo, che era profondamente radicata nella popolazione trentina e continua a rappresentare un momento di forte richiamo nel contesto delle Feste Vigiliane.
All’allestimento dei fuochi venivano deputati due consoli del Comune di Trento, i quali provvedevano a trovare i maestri artificieri ed assistevano alle prove generali. Per l’occasione veniva costruita una «macchina per fuochi» che si avvaleva di una ricca scenografia che cambiava di anno in anno.
Già alla fine del Seicento, queste macchine offrivano uno spettacolo pirotecnico davvero imponente, supportato, come si legge in una cronaca del tempo, da 40 paia di razzi, 1450 girandole, 100 razzi da sparare in alto e 12 grandi ruote.
Ai fuochi si dava moltissima importanza perché era credenza comune che questi fossero molto graditi a San Vigilio. Infatti, quando si pensò di allestire analogo spettacolo per festeggiare il Re di Roma, si era nel 1811, non se ne poté far nulla perché la pioggia impedì l’esplosione dei fuochi.
E la vox populi sentenziò: «San Vigilio vuole i fuochi solo in onor suo».
Lo spettacolo pirotecnico nei primi tempi si teneva in piazza del Duomo e quindi dal 1855 venne spostato in piazza d’Armi, l’attuale piazza Venezia. E’ più recente invece la collocazione lungo le rive dell’Adige.
 
Un altro appuntamento le cui origini si perdono nel tempo è quello della Mascherada dei Ciusi e dei Gobj, che trova testimonianza nelle memorie di diversi autori.
Le notizie più antiche risalgono al Seicento e ne è autore Michelangelo Mariani in un libro dove si tratta di tutti i fatti notabili e storici dell’epoca.
Di consuetudine la rappresentazione veniva fatta in occasione del Carnevale.
 
Un’altra descrizione della Mascherada appare due secoli dopo ad opera di Gioseffo Pinamonti, il cui racconto differisce in parte da quello del Mariani, mantenendone tuttavia il senso, ossia la difesa dei trentini (Gobj) dai predatori feltrini (Ciusi) e la scelta della polenta nella rappresentazione scenica, il cibo base di quel tempo per le popolazioni del nord.
Infine, in un articolo de «Il Popolo» del febbraio 1902, si racconta che l’ultima rappresentazione della Mascherada si tenne nel 1857.
Secondo la tradizione la Mascherada prende spunto da un episodio storico realmente accaduto nel VI secolo quando Re Teodorico decise di far fortificare diverse città del suo dominio.
Una di queste città era Trento. Per accelerare i lavori di costruzione delle mura furono chiamati anche lavoratori da altre città e soprattutto da Feltre.
Sopravvenne una grande carestia ed i feltrini che rimasero a Trento erano numerosi e affamati, di conseguenza tentarono di rapinare le vettovaglie custodite per soddisfare le esigenze della città.
Ne nacque una dura e furibonda battaglia, durante la quale i trentini difesero strenuamente le loro provviste, sconfiggendo e cacciando definitivamente i Feltrini dalla città.
 
La Mascherada dei Ciusi e dei Gobj era stata ideata con il preciso intento di festeggiare ogni anno, nel periodo carnevalesco, con i Gobj sempre vincitori, per ricordare quella storica vittoria ottenuta dai Trentini.
I Ciusi rappresentano quindi i feltrini, vestiti di giallo e rosso ed i Gobj sono i cittadini di Trento, in abiti sobri sul grigio chiaro bordati di blu.
Secondo studi ed approfondite ricerche storiche, si può far risalire l’origine della Mascherada al 1200. Anticamente potevano partecipare alla Mascherada solamente i Nobili ed i due schieramenti erano composti da circa 150/200 persone.
I documenti e le regole del gioco che hanno permesso e permettono tutt’oggi la rappresentazione della Mascherada si trovano su alcuni libri storici a partire dal 1500 e sino alla metà dell’800 questa venne rievocata in forme e modi diversi.
Dimenticata per più di un secolo è stata e viene riproposta, mantenendone intatte le caratteristiche storiche e rappresentative a partire dal 1984. 
 


 Le feste dell'era moderna 
 
Correva l’anno 1982 quando l’Amministrazione comunale di Trento, retta dal sindaco Giorgio Tononi, e l’Azienda autonoma di soggiorno e turismo, presieduta da Giulio de Abbondi, pensavano che sarebbe stato opportuno organizzare dei festeggiamenti per la festa del patrono San Vigilio che richiamassero le tradizioni di un tempo lontano.
Il suggerimento veniva da Guido Malossini, vulcanico e intraprendente organizzatore, avendo alle sue spalle l’invenzione dei Giochi mondiali delle Polizie.
Già nel 1982 Malossini aveva abbozzato un programma di massima delle Feste Vigiliane per l’anno successivo.
Si partiva il venerdì 24 giugno con la consegna alle 17 in Cattedrale del cero di San Vigilio da parte del Consiglio comunale all’Arcivescovo seguito da un brindisi offerto alla cittadinanza; alle 20 sfida tra i rioni con i giochi di un tempo.
E così per tre giorni, con il centro storico chiuso al traffico, fino alla conclusione di domenica 26 con la regata sul fiume Adige ed i fuochi artificiali.
«Io avevo fatto la mia proposta al sindaco – dice Guido Malossini – ma non venni coinvolto e nel 1983 si fece il numero zero del Palio dell’Oca, una prova generale per preparare le future edizioni.»
 
Ma come si è arrivati all’idea di riproporre in chiave moderna i festeggiamenti di un tempo? Lo avevamo chiesto ai diretti i diretti protagonisti di quel tempo.
L’allora sindaco Giorgio Tononi (recentemente scomparso) ricordò che in molte città italiane era un rifiorire di manifestazioni folkloristiche e che qualcosa si poteva fare anche a Trento.
Venne interessato il presidente dell’Azienda per il turismo (di cui era direttore Giorgio Tononi) Giulio de Abbondi e si partì con una piccola cosa per giungere alle ultime manifestazioni della durata di alcuni giorni.
Allora l’Azienda non si occupava solo di marketing ma organizzava manifestazioni e il progetto venne portato in consiglio che valutò positivamente la proposta di Guido Malossini.
Parlando poi con gli amministratori comunali si era addivenuti alla conclusione che la festa per il patrono poteva avere un valore di attrazione per la società solo se diventava una cosa vissuta per il cittadino, per Trento doveva diventare come il Palio per Siena.
Nacque così l’edizione numero zero.
 
Nel maggio del 1983 divenne sindaco Adriano Goio al quale è spettato di portare avanti l’iniziativa assieme alla giunta con al primo posto il vicesindaco Fernando Guarino.
Goio aveva ricevuto in eredità dal sindaco Edo Benedetti il gemellaggio con Berlino Charlottenburg - Wilmersdorf (1966) e quello con San Sebastián da Giorgio Tononi, siglato poi nel 1987 assieme a quello con la città di Kempten; la quarta città gemellata è Praga, il cui protocollo venne firmato nel 2002 dall’allora sindaco Alberto Pacher.
Questi contatti permisero di verificare come all’estero erano state riprese le antiche tradizioni e così si pensò anche da noi di dar vita a festeggiamenti importanti per il patrono, impegnandosi anche nella ricerca dei costumi di un tempo, compito affidato a Chiara Defant.
Nell’organizzazione nei primi anni, l’Amministrazione si appoggiò alla regia dell’Azienda di turismo e in seguito anche al Centro servizi San Chiara per quanto atteneva alla parte culturale.
 
Nel 1999 si chiese la collaborazione dei «Servizi organizzativi ed immagine Città di Trento» di Guido Malossini, a cui vennero affidati gli eventi sull’Adige: Palio dell’Oca e fuochi artificiali.
Fu un’esperienza disastrosa, come conferma lo stesso patron: le zattere andarono a fondo perché i tronchi erano stati trattati male, i fuochi presero una pericolosa inclinazione.
«Anche se la colpa di questa debacle non poteva essere addebitata a noi – spiega Malossini – è stato una brutta esperienza che in un primo momento mi aveva fatto decidere di lasciar perdere tutto.
«Ma poi mi sono ricreduto, perché non era giusto lasciare dopo un fallimento, volevo dimostrare che il nostro Comitato sapeva fare le cose per bene.»
 
Nel 2000 su sua richiesta tutta l’organizzazione venne affidata a Malossini che dai 4 giorni di allora si è arrivata ai 13 nel 2008 per il 25°.
In tutti questi 30 anni delle Feste Vigiliane, della così detta «era Moderna» è stata una sfida continua, sempre alla ricerca di fare qualcosa in più per assicurare alla festa patronale anche dei momenti di svago e di incontro che andassero al di là dei fuochi artificiali e del tradizionale concerto della Banda Cittadina, come si usava qualche decennio prima.
Per Guido Malossini ed il suo comitato, collaudato in anni di Campionati Mondiali per le Polizie, si tratta della 14 edizione, contraddistinto da un crescendo di impegni che hanno reso questo appuntamento di inizio estate un avvenimento di grande rilevanza riuscendo a coinvolgere come palcoscenico l’intera città e centinaia di migliaia di persone provenienti anche dalle province limitrofe.

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