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EDUCA 2020: Cosa ci ha insegnato la pandemia?

Al festival dell'educazione le lezioni dei filosofi utili per la vita quotidiana

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A prima vista, gli insegnamenti che si possono trarre dall’epidemia di Covid sembrano riguardare soprattutto la Storia con la «S» maiuscola: il futuro del pianeta, la sostenibilità ambientale del nostro sistema o il destino dell’Unione Europea.
Ma la pandemia ha impartito anche «lezioni» utili nella vita quotidiana che i filosofi Costa e Gaspari, ospiti oggi al festival EDUCA, attraverso alcune parole chiave: bacio, respiro, fragilità, incertezza.
 
Due filosofi hanno accompagnato oggi il pubblico di EDUCA, nel webinar, introdotto dalla coordinatrice scientifica del festival Paola Venuti, in una riflessione sugli apprendimenti che si possono trarre dalla pandemia per il presente e per il futuro.
«La pandemia – ha esordito Paolo Costa, filosofo e saggista della Fondazione Bruno Kessler di Trento – è stato un urto negativo con la realtà che ha sollevato un polverone, abbiamo la sensazione di vivere una condizione senza precedenti, ma nella storia non è così, ci sono state altre esperienze di crisi, semplicemente noi non ne abbiamo avuto esperienza personale.
«Dall'inizio della pandemia si sentiva la domanda ne usciremo migliori?, oggi molte persone rispondono di no, per molti è già un traguardo uscirne. Se fosse così, se non esistesse nessuna lezione utile da condividere sarebbe una grande sconfitta per chi pensa che la vita sia sempre un'occasione per imparare.
«E allora proviamo a farlo attraverso alcune parole chiave.»
 
La filosofa Ilaria Gaspari, docente alle scuole Holden e Omero e autrice del romanzo divenuto bestseller, ha iniziato dalla parola amicizia, nel senso greco di filia, nell'accezione di Epicuro che la definisce come legame tra tutti gli uomini, a prescindere dal grado di intimità e che richiede a ciascuno di prendersi cura dell'altro.
«Questa accezione ci sprona a chiederci, in questa fase di distanziamento sociale, cosa rende vivo un rapporto d'amicizia e cosa noi possiamo fare per essere parte del consorzio umano.
«Pensiamo ad esempio all'uso della mascherina per proteggere gli altri o ai mezzi tecnologici che ci offrono nuove modalità di comunicazione.»
 
Paolo Costa ha esordito invece con la parola fragilità: «una parola che nelle prime settimane di lockdown si leggeva ovunque, come se fosse una scoperta quella di essere fragili. Eppure la nostra società non si fermata, non è rimasta inerme, ma ha invece messo in campo strumenti e risorse per fronteggiare l'emergenza sanitaria.
«Credo che la percezione della fragilità sia legata, quindi, più alla sensazione di aver perso il controllo e che sia diventato difficile oggi stabilire la moralità di nostri comportamenti.»
 
«Siamo di fronte ad un'opportunità di creatività morale che sottovalutiamo: possiamo inventare nuovi modi di prenderci cura degli altri sollecitando la nostra immaginazione morale.»
 
La terza parola è baci, quei baci che prima della pandemia erano diffusi anche come forma di saluto.
Per Gasperi «il contatto fisico anche con gli estranei è una forma di incontro che si è completamente persa, e oggi stiamo introiettando diffidenza nei confronti negli altri.
«Invece dovremmo chiederci quali altre forme di vicinanza possiamo trovare, basti pensare a come oggi gli occhi siano diventati centrali nel dialogo e nell'incontro.»
Un’altra parola per Costa è incertezza che porta alla ricerca di risposte nel potere e nell'autorità.
«Una forma tipicamente moderna di potere è la conoscenza: e nella pandemia le persone si sono rivolte agli scienziati chiedendo di avere risposte, e senza possibilità di errore; ma l'incertezza deriva dall’aver perso la familiarità del mondo, così come lo conoscevamo; servirà tempo perché torni. La scienza ci aiuterà ma non nel modo in cui ci aspettiamo.»
 
Ultima parola è respiro: «questo virus – ha detto Gaspari – ci colpisce a livello molto simbolico e in profondità e, come quando manca il respiro fisicamente, ci si concentra sull'atto del respirare, così ora ci concentriamo sul presente, faticando ad immaginare il futuro».

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