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«Carè Alto e la grande guerra» sabato 5 settembre, ore 17.30

Rivisitazione del rifugio alla luce di nuove acquisizioni fotografiche e documentali, a cura di Marco Gramola, membro della Commissione Storico Culturale della SAT

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Durante il lockdown molte attività di studio e di ricerca da parte degli appassionati di storia locale hanno ritrovato il tempo e lo spazio di approfondimento per venire alla luce, o per essere portate a conclusione.
È il caso di Marco Gramola, componente della Commissione Storico Culturale della SAT, che da oltre vent'anni si dedica alla costruzione di un proprio archivio privato della Grande Guerra sulle montagne del Trentino.
 
 Quali sono stati i rinvenimenti più recenti abbiamo chiesto a Gramola?  
«Si tratta di fotografie che ho reperito in parte in archivi privati ed in parte presso l'archivio storico della Biblioteca di Vienna.
«Ritrovamenti che, grazie alla approfondita conoscenza dei luoghi, mi permettono di ricostruire vicende storiche che altrimenti rimarrebbero sepolte nell’oblio, oppure di correggere didascalie di luoghi che non corrispondono alle immagini.
«A volte si tratta di conferme delle osservazioni e dei ritrovamenti in loco, altre volte si aprono veri e propri nuovi capitoli sulla cronologia e sui dettagli delle varie fasi belliche.»
 
Il tema della serata del prossimo sabato riguarda il rifugio Carè Alto, può darci qualche anticipazione sulla conferenza in programma?
«Dalla tarda primavera del 1916 – riferisce Marco Gramola – nel gruppo montano del Carè Alto, si sviluppò l’organizzazione difensiva austro-ungarica con la realizzazione di opere belliche tra le più audaci e tecnologicamente complesse di tutto il fronte dell'Adamello.
«Attorno al rifugio Carè Alto, sede di comando del 4° sottosettore erano stati eretti baraccamenti e depositi e in seguito il rifugio fu lo snodo di arditi tronchi di teleferica di collegamento con il fondo valle di Borzago, della Val Seniciaga, dei Pozzoni, direttamente alla cima del Carè Alto (3.452 metri).
«Da qui altri tronchi di teleferiche calavano nella Vedretta di Lares a rifornimento delle linee avanzate che dai Pozzoni all'interno del ghiacciaio salivano al caposaldo avanzato del Corno di Cavento.
«Circa otto chilometri di gallerie, interamente scavate nel ghiaccio costituirono una sorta di villaggio sotterraneo che permetteva la vita e il movimento anche in cattive condizioni metereologiche, o sotto il fuoco nemico.
«Un fronte d'alta quota collegato con un reticolo di teleferiche a Trento, città fortezza dell'Impero, che rimase quasi completamente inalterato fino alla fine del primo conflitto mondiale.
«Una organizzazione tecnologicamente avanzata dei trasporti e delle postazioni belliche che ha dell'incredibile e che rivela tutte le infrastrutturazioni militari patite da una terra di confine come il Trentino.»

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