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Il 1° agosto 1936 iniziavano a Berlino le XI Olimpiadi dell'era moderna

Il caso controverso del campione di colore Jesse Howens, con l’aggiunta di una nostra esperienza diretta

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Quando il CIO scelse la città di Berlino per lo svolgimento della XI Olipiade, Hitler non era ancora stato eletto.
Quando vinse le elezioni nel 1933, molte nazioni chiesero di cambiare la sede, ma il CIO - giustamente - rifiutò. Primo perché il Führer non era ancora divenuto un dittatore, secondo perché le Olimpiadi devono essere al di sopra di qualsiasi politica.
Lo stesso Hitler invece aveva dubitato seriamente se ospitare o meno in Germania le Olimpiadi, che lui non aveva voluto. Ma Göbbels gli spiegò che si trattava di uno dei maggiori eventi mediatici del mondo e allora cambiò opinione.
Gli Stati Uniti tuttavia valutarono se parteciparvi o meno, ma alla fine optarono per il Sì. Roosevelt inviò in Germania un osservatore, Avery Brundage, per rendersi meglio conto della situazione. L'osservatore, futuro presidente del CIO, tornò negli USA veramente fiero dell'operato dei tedeschi.
Gli atleti statunitensi parteciparono quindi ai Giochi di Berlino.
 

 
Il governo spagnolo «rosso» boicottò i Giochi e organizzò una contro-olimpiade come evento parallelo, la cosiddetta «Olimpiade Popolare di Barcellona», ispirata da alcuni ambienti politici di New York.
Alla «Contro-Olimpiade» di Barcellona si iscrissero ben 6.000 atleti circa,provenienti da 22 paesi.
Tuttavia, quella che venne subito definita «Olimpiade del Popolo» fu interrotta proprio a causa dello scoppio della Guerra civile spagnola un giorno prima dell'inizio dell'evento.
Come la Spagna, anche l'Unione Sovietica rifiutò di partecipare ai Giochi estivi del 1936, anche se non organizzò nessuna contro-Olimpiade.
Come in Spagna e Russia, anche in molte altre città del mondo vennero organizzati dei movimenti di protesta.
Come si vede dunque, i tentativi di politicizzare i giochi olimpici ci sono da sempre.
 

 
Il Comitato olimpico tedesco, in conformità alle direttive naziste, impedì ai tedeschi di origine ebrea (o rom) di partecipare ai Giochi olimpici. L'unica ebrea tedesca a prendervi parte fu la fiorettista Helene Mayer.
Questa decisione significò l'esclusione di molti dei migliori atleti del paese come Gretel Bergmann, che fu sospesa dalla squadra tedesca pochi giorni dopo aver stabilito un record di 1,60 m nel salto in alto.
Durante i Giochi, il comandante del Villaggio Olimpico, Wolfgang Fürstner, fu improvvisamente sostituito con un pretesto in quanto mezzo ebreo. Egli si suicidò poco dopo la conclusione dei Giochi di Berlino, perché con l'introduzione delle leggi di Norimberga, che lo classificavano come ebreo a tutti gli effetti, era stato dimesso anche dal suo incarico di ufficiale dalla Wehrmacht.
 

 
I Giochi della XI Olimpiade si svolsero dunque regolarmente a Berlino dal 1º al 16 agosto 1936.
Hitler non badò a spese: l'Olympiastadion di Berlino, che poteva contenere più di 100.000 spettatori, venne realizzato in materiali pregiati con una struttura dalle forme classiche di memoria greco-romana, vivino al quale fu eretto un enorme campo di parata che poteva ospitare circa 500.000 persone.
La piscina fu ampliata e il villaggio olimpico maschile, che sarà poi utilizzato prima come ospedale poi come campo di prigionia durante la Seconda guerra mondiale, era formato da tante pittoresche villette e altrettanti campi di allenamento.
Le donne risiedevano invece vicino allo stadio in un complesso detto «Casa della pace».
Durante i Giochi del 1936 venne introdotta un'aggiunta di primario valore per tutte le edizioni future, il percorso della fiamma olimpica: il tedoforo portò la fiaccola olimpica sin entro lo stadio accendendo il braciere posto tra le gradinate dell'Olympiastadion.
Vennero poi aggiunte le prove di canoa, di pallamano, di pallacanestro (che era comparsa per l'ultima volta nell'Olimpiade del 1904) e di baseball (a livello dimostrativo).
In aggiunta si tennero anche delle sfilate e dei saggi della gioventù hitleriana in stile ellenico.
Il vero miracolo fu comprimere questo programma sterminato nelle ormai canoniche due settimane di durata dei Giochi.
 

 
È leggenda assai diffusa, ma priva di fondamento come dichiarato dallo stesso Jesse Owens, il rifiuto di Hitler di riconoscerne le vittorie del corridore statunitense in quanto nero.
Egli infatti non celebrò alcuna vittoria, ma anzi mentre l'atleta statunitense passava sotto la tribuna d'onore venne salutato da Hitler con un gesto della mano al quale egli rispose.
Al contrario fu Franklin D. Roosevelt, in quel periodo impegnato in un'elezione e preoccupato della reazione degli Stati del Sud, a cancellare un appuntamento con il pluriolimpionico alla Casa Bianca.
Ed è qui che vogliamo aggiungere la nostra esperienza diretta.
 
Agli inizi degli anni Novanta, ebbi modo di conoscere in Florida un cittadino americano ebreo, di nome Manny Krosney. Era scappato dalla Germania prima che Hitler scatenasse la caccia agli ebrei, rifugiandosi in America. Si stabilì a New York, fece una bella famiglia, lavorò bene e riuscì perfino ad avere una bellissima casa a Long Island con 40 stanze.
Poi venne il momento della pensione e si ritirò in Florida, nella città di Hollywood [c’è una Hollywood anche in Florida, tra Miami e Fort Lauderdale – NdR]. La sua abitazione era situata in uno splendido condominio situato in mezzo a dei campi da golf, sport che lui amava particolarmente.
Fu nel corso di una partita di golf che mi spiegò che in gioventù era uno dei più veloci corridori sui 100 metri. Divenuto cittadino americano, gli offrirono di partecipare alle Olimpiadi di Berlino. Lui ne parlò con la moglie Ruth e insieme decisero che non sarebbe tornato in Germania.
La caccia agli ebrei era già cominciata ed era assai probabile che, una volta giunto a Berlino, gli sarebbe stato impedito di  tornare in America.
«Jesse Owens non era andato al posto mio, – aveva tenuto a precisarmi. – Saremmo dovuti andarci entrambi e avremmo vinto tutto.
«Jesse vinse la medaglia d’oro nei 100, nei 200 metri, nella staffetta 4x100 e nel salto in lungo, – racconta. – Ne fui felice. Rimpiansi l’opportunità che mi era stata negata, ma così è la vita.
«Quello che non avevamo valutato alla sua partenza – aggiunse, – era la reazione di Hitler nei confronti di un uomo di colore. Ma Owens era un cittadino americano nato in America e non correva i miei rischi.»
Manny Krosney non ha mai sostenuto che Hitler non avesse voluto riconoscere le vittorie di Owens. Ma di una cosa era certo.
«Il Fuhrer – mi spiegò Krosney, – lasciò lo stadio prima della premiazione di Owens.»
 
Manny Krosney morì alla fine degli anni '90, una decina d'anni dopo Owens. Non rimpianse mai di aver lasciato la Germania. Ma quando parlava delle Olimpiadi di Berlino gli luccicavano gli occhi.
 
G. de Mozzi
 
Si ringrazia Wikipedia per le note e per le foto che hi ha lasciato attingere.

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