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A 5 anni dal terremoto dell’Abruzzo, la ricostruzione è lontana

Solo le casette regalate dei Trentini sono ancora lì a ospitare gli sfortunati che persero la casa ma che ebbero la fortuna di conoscere la generosità della gente di montagna

Abbiamo pubblicato un articolo in cui ripercorriamo le tappe della tragedia del sisma che cinque anni fa sconvolse la provincia de L’Aquila (vedi), ma desideriamo aggiungere una nostra considerazione.
Tutti sono d’accordo oggi che la ricostruzione partirà e che tra altri cinque anni tutto sarà come prima, (meglio di prima, si spera, dato che una magnitudo di 6 gradi non è poi irresistibile). Si stima che il costo si aggirerà sui 50 miliardi di euro, e a poco sono valsi gli appelli volti a raccogliere fondi per la ricostruzione dei monumenti.
Come si ricorderà, in occasione del G20 riuniti nella caserma della Guardia di Finanza di Coppito, Berlusconi aveva chiesto ai Grandi della Terra di adottare qualche monumento e ricostruirlo a proprie spese.
Tutti espressero l’impegno in tal senso, scegliendo il monumento preferito.
A cinque anni di distanza, solo tre stati hanno mantenuto gli impegni assunti a suo tempo, dei quali l’unico dei «Grandi» è stata la Germania, che ha voluto ricostruire un paese che nella Seconda Guerra mondiale aveva devastato per motivi bellici.
Dove sono finiti tutti quelli che si erano fatti belli agli occhi di Berlusconi e del Mondo intero? Nel dimenticatoio, come qualsiasi stato che di grande non ha proprio nulla.
 
Anche Berlusconi ha le sue colpe, non nei confronti dei Grandi della Terra, ma nei confronti dei Trentini.
Possiamo dirlo chiaramente, ma è stata proprio la Comunità Trentina ad adoperarsi affinché le cose venissero fatte subito e in fretta.
Un’ora dopo il sisma, gli elicotteri del 118 trentino erano in viaggio per l’Abruzzo dove avrebbero trasportato i feriti da L’Aquila agli ospedali di Roma e di altre grandi città.
Cinque ore dopo la scossa, una colonna di vigili del fuoco volontari era partita alla volta de l’Aquila senza attendere permessi o altro: nel corso del viaggio avrebbero ricevuto le istruzioni sul dove e come intervenire. Istruzioni che non sono arrivare mai, tanto vero che è stata la Protezione Civile nazionale a raccordarsi con la nostra.
Poi, cessata l’emergenza, costruiti i ricoveri per la notte e rese operative le cucine da campo, abbiamo pensato cosa fare per il medio termine.
 
L’idea delle 500 casette di legno da costruire immediatamente nacque dalla visione dell’inverno che sarebbe arrivato entro sei mesi.
Fu una lotta contro il tempo, ma ce l’abbiamo fatta. Abbiamo sconfitto il Leviatano della burocrazia, abbiamo messo in campo risorse per 17,5 milioni, ma soprattutto abbiamo fatto lavorare gratuitamente 2.500 volontari, senza i quali il costo sarebbe stato il doppio, ma soprattutto non si sarebbe  mai fatto in tempo.
Naturalmente, a parte la presidente della provincia de l'Aquila Pezzopane e i sindaci dei paesini che hanno ricevuto le nostre casette, non ci ha ringraziato nessuno.
Nessuno ci deve niente, sua ben chiaro. Ma dato che neanche noi dovevamo nulla a nessuno, un ringraziamento a quei 2.500 volontari avrebbe potuto andare più in là della cerimonia voluta a Trento dall’allora responsabile nazionale della Protezione Civile Bertolaso.
 
Anzi, va ricordato che Berlusconi inaugurò le casette regalate dai Trentini senza fare cenno dei benefattori nelle sue conferenze stampa. E quando fece trovare una bottiglia di spumante sulle tavole dei rifugiati nelle nostre casette, non si trattava neppure di spumante trentino…
Bruno Vespa, che ha dedicato più di una trasmissione di Porta a Porta al terremoto dell’Abruzzo, non ha mai invitato Lorenzo Dellai, artefice dell'intero intervento, né di altre nostre autorità.
Ebbene, oggi possiamo dire che quelle casette sono ancora le uniche costruzioni fatte entro la fine di quella terribile estate, tuttora funzionanti.
Avrebbero dovuto far fronte all’emergenza, ma – come avevamo ampiamente previsto – erano destinate a durare molto più a lungo.
 
Nessuno si è ricordato di noi, d’altronde vantarsene avrebbe trasformato il tutto in squallida «carità pelosa».
L’unica soddisfazione che ci resta è che (Dio ci scampi) se dovesse capitare alla popolazione trentina una calamità naturale di queste proporzioni, tutto il Paese correrebbe a darci una mano.
O no?
 
G. de Mozzi

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