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«De Gasperi – Adenauer Italia – Germania Ieri, e oggi?»

Lectio degasperiana 2017: i testi degli interventi di Enrico Letta e Christoph Cornelissen

Venerdì 18 agosto a Pieve Tesino Enrico Letta e Christoph Cornelissen sono intervenuti sul rapporto fra Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, cancelliere tedesco dal 1949 al 1963 e di cui si celebra quest’anno il cinquantesimo dalla morte, e sui rapporti tra l’Italia e la Germania nel quadro di una nuova prospettiva europea.
Per la tradizionale Lectio degasperiana la Fondazione ha invitato Enrico Letta, già Presidente del Consiglio dei Ministri e attualmente Direttore della Scuola di Affari internazionali a Parigi, e lo storico tedesco Christoph Cornelissen, professore alla Goethe Universität di Francoforte e direttore a Trento dell’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler.
I due illustri relatori hanno affrontato il tema «De Gasperi – Adenauer. Italia – Germania. Ieri, e oggi?»


 
 Intervento di Enrico Letta 
(Estratto)
Non sarà che alle origini degli squilibri che hanno caratterizzato gli ultimi tempi della vita europea vi è anche la fine del rapporto privilegiato, intenso e positivo, tra Italia e Germania?
Al cuore della Lectio degasperiana che sono chiamato oggi (18 agosto) a tenere nell'annuale celebrazione dell'anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi nel suo paese natale di Pieve Tesino, vi è proprio questa domanda, con una conseguente chiave di lettura particolare della crisi europea legata al rapporto, un tempo vivo e creativo, oggi interrotto e conflittuale, tra Italia e Germania, due paesi europei così diversi ma così complementari tra loro.
Quella relazione speciale è iniziata con De Gasperi e Adenauer, i due personaggi chiave della rinascita italiana e tedesca dalle rovine della seconda guerra mondiale. E l'Europa è stato l'orizzonte nel quale questo rapporto si è costruito.
Grazie alla dimensione europea e alla comune tensione verso un quadro sovranazionale comune quella relazione speciale si è potuta sviluppare in chiara contrapposizione ideale e valoriale alla precedente disastrosa e terribile relazione italo-tedesca.
Dopo De Gasperi e Adenauer la relazione politica è continuata sull'asse tra i due governi e soprattutto su quello tra i due partiti democratico cristiano che hanno contemporaneamente dominato la scena dei due paesi nella seconda parte del secolo scorso.
 
È stata una relazione proficua per l'Italia e per la Germania ma è stata fondamentale soprattutto per l'Europa. Grazie alla tensione europeista genuinamente federale dei due paesi si sono superati gli ostacoli che, negli anni, sovranismi e difficoltà nazionali han posto allo sviluppo dell'integrazione comunitaria.
Dalla reazione al fallimento della Comunità Europea di Difesa al superamento degli ostacoli posti da De Gaulle al rafforzamento delle istituzioni comuni, dalla nascita del Mercato Interno alla creazione di una politica estera e di sicurezza comune il ruolo positivo del lavoro italo-tedesco è stato costante e decisivo. Ed è stato soprattutto un rapporto a due non esclusivo ma al costante servizio del comune disegno europeo.
I due paesi hanno a lungo lavorato politicamente insieme grazie soprattutto al rapporto speciale tra la Dc e la Cdu. Un rapporto che ha segnato la storia continentale dei primi decenni e la nascita del Partito Popolare Europeo, dominus della politica europea degli ultimi vent'anni. Un rapporto che ha vissuto gli ultimi due momenti chiave negli anni '90. Il primo quando l'Italia e la Dc, dopo qualche dubbio iniziale di Andreotti - la famosa frase «amo tanto la Germania che preferisco averne due» - dettero con tempismo un appoggio politico decisivo alla scelta «accelerata» della riunificazione tedesca voluta da Kohl, a differenza di quanto fecero altri leader dc europei, come l'allora primo ministro olandese Lubbers.
Il secondo quando Kohl, sulla base anche di un intenso rapporto di fiducia con Prodi e Ciampi, dette il via libera all'ingresso, fin dalla prima fase, dell'Italia nell'Unione Economica e Monetaria sulla base dell'assunto che non sarebbe potuta nascere la moneta comune europea senza l'Italia. 

Molti anni sono ormai passati da quei momenti. E oggi si deve avere l'onestà intellettuale e storica di constatare che quel rapporto politico così positivo e intenso non c'è più. È venuto meno da tempo. Perché questa fine? E come mai non vi è stata un'evoluzione bensì un'involuzione verso l'attuale strisciante conflittuale diffusa?
Le cause non sembrano difficili da esaminare. Innanzitutto è finito, con la fine della Dc il rapporto politico privilegiato con la CDU, che non è stato sostituito da nessun altro legame altrettanto proficuo.
In secondo luogo quel rapporto speciale è finito anche perché la Germania, assumendo un ruolo sempre più dominante in Europa, ha finito per sottovalutare l'utilità di rapporti bilaterali, intensi e non solo formali.
In fondo, fino all'attuale arrivo di Macron, che ha rilanciato le prospettive della storica coppia franco-tedesca, anche su quel versante era dai tempi di Kohl e Mitterrand che non si vedevano avanzamenti significativi.
Eppure i tedeschi dovrebbero essere i primi a comprendere che l'Unione Europea in quanto tale non può prosperare con un unico paese in posizione dominante; una situazione di questa genere sarebbe l'anticamera del disfacimento.
La politica e le opinioni pubbliche hanno interiorizzato questo problema più profondamente di quanto stiano facendo le élite.
Qualche settimane fa una ricerca condotta da Chatham House ha chiarito, cifre alla mano, la differenza di percezione tra i popoli da una parte e le élite dall'altra, sul ruolo della Germania predominante in Europa. Negativo per i primi e positivo per le seconde.
 
In questo senso il venir meno di quella relazione speciale, intensa e discreta, tra Germania e Italia è una delle cause dello squilibrio che ha caratterizzato gli ultimi tempi della vita europea.
La Germania ha bisogno di relazioni bilaterali intense per poter esser veramente utile all'Europa. E quella con l'Italia era utile per tutti, a partire dalla Germania stessa, e sarebbe utile ancor più oggi. Basta pensare al tema delle migrazioni per capire quanto Italia e Germania avrebbero da guadagnare in Europa da una più intensa relazione comune.
Per entrambi i paesi il tema è ed è stato dominante ed entrambi ci siamo sentiti isolati in Europa, i tedeschi nel 2015 di fronte all'afflusso di un milione di rifugiati siriani, noi oggi con i nuovi flussi dalla Libia.
Far fronte comune per imporre al resto d'Europa un cambio di passo sul tema sarebbe un obbiettivo di utilità fondamentale anche per le rispettive questioni di politica interna.
Ma probabilmente non ci si deve limitare a parlare del venir meno della relazione, si tratta in realtà di molto peggio.
In Germania sembra essersi allentato da tempo l'interesse per un investimento di relazione politica sull'Italia e nel nostro mondo politico si è allo stesso tempo ormai sviluppato un discorso anti tedesco che in forme diverse vede protagonisti tutti i leader delle principali forze politiche italiane attuali.
 
Molti stereotipi reciproci sono purtroppo diventati centrali nei discorsi politici interni prevalenti nei due paesi e si è soprattutto affievolita la volontà di animare tentativi fruttosi di dialogo. Alcune encomiabili iniziative esistono a livelli culturali ed economico.
I Presidenti della Repubblica, Napolitano prima e Mattarella ora, hanno con i loro omologhi Gauck e Steinmeier intessuto una relazione importante e lo stesso lavoro dei due attuali governi in carica è senz'altro positivo, ma sembrano essere tutte spinte che finiscono per andare contro corrente.
E la corrente è chiaramente quella che porta politici tedeschi in cerca di voti ad ammiccare al caos strutturale italiano e politici italiani ad additare l'egemonia tedesca come causa dei nostri problemi per lo stesso obiettivo, venato di evidente ispirazione populista, di un facile consenso basato sulla costruzione di un nemico esterno.
E chi meglio, da noi, del tedesco dominante come facile immagina da vendere per coprire i propri problemi.
 
La verità è che le vicende europee non andranno a soluzione spingendo l'Italia verso il caos politico o la Germania verso l'isolamento autosufficiente. Entrambe queste due tendenze, se alimentate ad arte, faranno il male dell'Europa e il male dei nostri due paesi.
L'Europa ha bisogno di riequilibrare la sua costruzione, troppo centrata su una dimensione monetaria priva di sufficienti basi economiche e politiche.
Perché questo riequilibrio avvenga la Germania deve uscire dal suo arroccamento sulle riforme europee per far sì che l'Euro diventi davvero sinonimo di crescita per tutti. E la Germania si muoverà in questa direzione solo se si sentirà rassicurata dal fatto che paesi chiave come l'Italia e la Francia dimostreranno di saper gestire i loro conti pubblici con serietà, con l'obiettivo di un calo strutturale dei rispettivi elevati tassi di debito pubblico.
Questo, all'apparenza semplice, scambio tra i principali paesi dell'Area dell'Euro appare il cuore di tutto.
Da tempo Mario Draghi insiste proprio su questa linea che altro non è che un moderno rilancio in Europa della coppia di storici valori comunitari della solidarietà e della responsabilità che solo uniti e in equilibrio possono funzionare.
Come fecero De Gasperi e Adenauer all'inizio della storia comunitaria. Come bisognerebbe che accadesse oggi.
 

 
 Intervento di Christoph Cornelissen 
(Esteso)

Gentili Signori e Signore,
Permettetemi innanzitutto di esprimere il mio ringraziamento al presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, il Professor Tognon, che mi ha invitato a partecipare a questo evento. Per me è un grande onore poter parlare qui davanti a voi di temi e questioni riguardanti i rapporti tra il mondo latino e il mondo germanico.
Secondo una divisione convenzionale dei compiti, agli storici spetta il compito di occuparsi del passato mentre spetta ai politici occuparsi del presente e in parte anche del futuro. Nella realtà però tali ruoli non sono sempre così nettamente distinti: i politici spesso ricorrono al passato per legittimare la loro azione nel presente.
Tuttavia, anche gli storici contribuiscono a mettere in discussione questa divisione dei compiti: spesso parlano del passato con l’intento di offrire delle spiegazioni ai problemi del nostro presente o dei criteri di orientamento per le decisioni future. Dunque non fidatevi mai di uno storico che vuole parlare solamente del passato!!
Oggi vi parlerò di alcune fasi della politica del passato tedesco e italiano post-1945 con l’obiettivo di fornire una risposta, sia pur parziale, al perché nei periodi di crisi tornano spesso in primo piano i lati oscuri della storia dei rapporti italo-tedeschi, facendo emergere nell’ opinione pubblica un’emotività negativa. 

Ai fini di un’intesa o addirittura della comprensione reciproca tra il mondo germanico e il mondo latino tutto ciò non è certo d’aiuto. Anche le aspirazioni all’approfondimento dell’integrazione europea oggi soffrono proprio del fatto che «i fantasmi del passato» si ripresentano regolarmente nell’opinione pubblica europea. Se si considerano le informazioni veicolate dai media a partire dalla crisi finanziaria internazionale del 2008 in molti paesi dell’Europa meridionale compare l’immagine dei tedeschi prepotenti e arroganti.
Secondo alcuni la Germania coltiverebbe addirittura delle ambizioni neo-egemoniche in Europa. D’altro canto, nei giornali tedeschi persistono le immagini stereotipate dell’inaffidabilità dei popoli sudeuropei; talvolta si arriva a parlare perfino di «tradimento», termine impiegato anche di recente, in riferimento al mancato rispetto delle regole del fiscal compact.
Sono tuttavia le amare esperienze dell’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale in Italia ad avere un peso maggiore sui rapporti italo-tedeschi, così come la questione non ancora risolta del risarcimento per migliaia di internati militari italiani.
La lunga cooperazione delle potenze fasciste dell’asse non sembra invece aver lasciato alcuna traccia nella memoria collettiva di entrambi i paesi.
 
Sia in Italia che in Germania prevalgono fino ad oggi le master narratives nazionali del passato, che sono gelosamente custodite nei curricula scolastici o anche nelle memorie familiari. Sono queste grandi narrazioni nazionali che forgiano le culture della memoria. La coscienza della dimensione europea del nostro passato comune appare invece scarsamente sviluppata in ampi settori della società.
Ciò vale in particolar modo anche per la storia dei rapporti italo-tedeschi, a dispetto del fatto che da circa 150 anni lo sviluppo delle due nazioni mostra numerosi punti di contatto, parallelismi, ma anche conflitti. I tedeschi e gli italiani sono rimasti sostanzialmente «dei vicini distanti» (ferne Nachbarn) come recita il titolo di un libro dello storico Christof Dipper pubblicato di recente.
Tale risultato si può da un lato considerare come l’esito di un processo di «estraniazione strisciante», ma vi si possono riconoscere anche le conseguenze di una politica del passato e di culture della memoria che si sono sviluppate in modo asimmetrico dopo il 1945.
Proprio questa è la tesi che voglio sostenere. Nella mia analisi prenderò in considerazione tre diverse fasi.
 

 
I. Prima Fase
Torniamo innanzitutto all’immediato secondo dopoguerra, quando da parte italiana Alcide De Gasperi e da parte tedesca Konrad Adenauer si ersero a ferventi sostenitori di una nuova politica di collaborazione (Verständigungspolitik).
L’essere riusciti a collegare tale politica a una nuova idea di unificazione europea è parte del loro merito storico.
L’affinità elettiva tra i due statisti venne certamente favorita da alcuni elementi comuni delle loro biografie: la provenienza da una zona di frontiera, l’esperienza politica sotto diversi regimi politici, la persecuzione da parte dei regimi totalitari come anche la partecipazione a una rete europea, di partiti cristiano-democratici, rivitalizzata subito dopo la fine della guerra.
È a partire da queste premesse che Adenauer e De Gasperi riuscirono dopo il 1945 a offrire alle popolazioni dei rispettivi paesi degli orizzonti valoriali e culturali destinati a pesare nel tempo, quale conseguenza della disfatta militare, ma anche – e non si tratta di un aspetto di poco conto – a causa del crollo morale verificatosi in entrambi i paesi.
La visione di un’Europa federale o pre-federale offriva inoltre la possibilità di un’affermazione politica dell’Europa occidentale in una fase in cui molte forze di destra e di sinistra propagavano delle idee ben diverse.
Perciò è a ragione che De Gasperi e Adenauer, insieme ad altri esponenti del cattolicesimo politico, vengono considerati padri dell’Europa unita.
 
Allo stesso tempo si deve tuttavia considerare che il successo di questi leader politici fu dovuto anche alle specifiche costellazioni della politica nazionale, tra cui in particolare l’affermazione del cattolicesimo politico in ampie parti dell’Europa continentale.
Occorre anche considerare la situazione della politica internazionale e in particolare le forti pressioni degli Stati Uniti sugli alleati, che furono decisive nelle fasi iniziali dell’integrazione politica ed economica dell’Europa occidentale.
In questo contesto si colloca la ripresa dei rapporti diplomatici italo-tedeschi, che è stata ampiamente documentata dalla ricerca storica. Adenauer quindi dopo la sua elezione a Cancelliere nel settembre 1949 si adoperò intensamente al fine di far uscire la repubblica federale, isolata dal punto di vista internazionale, dalla sua condizione di paese a sovranità limitata. Un importante passo in questa direzione fu l’ammissione della Germania occidentale nelle organizzazioni internazionali multilaterali (Consiglio d’Europa e Nato), ammissione che De Gasperi aveva fortemente appoggiato.
Adenauer fu positivamente colpito, quando De Gasperi come Capo del Governo lo invitò in Italia nell’ottobre 1950 in visita ufficiale – fino ad allora, nessun altro leader europeo aveva fatto un passo in tale direzione! Quindi non ci deve meravigliare che Adenauer nelle sue memorie si esprima in modo estremamente positivo sullo statista trentino:
«A De Gasperi mi legava una stretta e sincera amicizia. Negli anni della ricostruzione europea ho trovato sempre in lui un uomo e uno statista che, per genuina coscienza europea e per profondo senso cristiano della responsabilità, impegnava completamente la sua personalità nella riuscita di questa grande impresa. […] Per lui l’Europa non era un meccanismo di primaria importanza, non una forza organizzativa tecnica, bensì volontà politica di conseguire una unità politica.»
 
A prescindere da questo elogio, non bisogna dimenticare che il contesto culturale e politico e gli obiettivi di De Gasperi e Adenauer presentavano degli accenti profondamente diversi. Inoltre, va sottolineato che De Gasperi nella sua politica europeista e di avvicinamento alla Germania rispondeva innanzitutto all’interesse nazionale e fino alla fine del suo mandato non fece mai una politica germanofila.
Nella sua visione politica, il rafforzamento della Germania e la sua integrazione in Europa costituivano presupposti indispensabili per favorire la modernizzazione dell’Italia e attenuare i timori, all’epoca diffusi su tutto il Continente, di un possibile ritorno della minaccia tedesca.
D’altra parte, l’intesa tra De Gasperi e Adenauer stabilitasi in questi anni si basò anche sulla attuazione di una politica del passato simile sia nell’ispirazione che nei risvolti politici. Infatti entrambi gli statisti erano interessati a lasciarsi alle spalle il passato degli anni dell’asse italo-tedesco e in particolare i ricordi traumatici associati al periodo dell’occupazione tedesca in Italia.
Pertanto, non fu un caso che De Gasperi e altri esponenti della Democrazia Cristiana si opposero a una «pace punitiva» nei confronti della Germania, accogliendo piuttosto l’invito di Pio XII a superare il muro dell’odio che la guerra aveva frapposto tra i popoli europei.
 
Le ragioni alla base della politica dell’oblio consapevole e del perdono si spiegano facilmente alla luce delle sfide politiche e sociali a cui Italia e Germania dovevano far fronte; tuttavia, questo atteggiamento sfociò in una politica del passato estremamente selettiva: nei due paesi la memoria pubblica degli eventi della seconda guerra mondiale si limitò infatti quasi esclusivamente al ricordo delle proprie vittime nazionali.
Nella Germania occidentale questa situazione comportò nel discorso pubblico una netta distinzione tra «nazisti» e «tedeschi».
Ancora alla fine degli anni Sessanta, il pensiero della riconciliazione nazionale era al centro della politica di costruzione di una cultura della memoria. Non ci fu alcuna rielaborazione dei crimini perpetrati durante l’occupazione dell’Italia centro-settentrionale dopo l’8 settembre 1943; questo tema venne trattato tutt’al più in modo edulcorato nelle memorie delle associazioni dei veterani tedeschi.
Anche in Italia, le logiche della Guerra fredda e il crescente anticomunismo fecero sì che la condanna del regime fascista nel dibattito politico fosse condizionata dalla necessità di riconciliare il Paese. Allo stesso tempo soprattutto la sinistra politica ebbe la tendenza a eroicizzare la resistenza antifascista, che talvolta metteva ai margini gli esponenti dell’antifascismo democratico-cristiano.
E per tanti altri gruppi sociali la diffusione del mito del «buon italiano» in opposizione al «cattivo tedesco» contribuì all’elaborazione di un discorso pubblico apologetico, che faceva presa sul desiderio di discolpa.
 
Questa politica della memoria fu favorita anche da una convergenza di interessi tra il governo italiano e tedesco. Il governo italiano guidato da De Gasperi appoggiò la linea di Adenauer di porre fine ai procedimenti giuridici contro i criminali di guerra nazisti che avevano operato in Italia anche per prevenire che altri stati, tra cui l’Unione Sovietica, la Grecia e in particolare la Jugoslavia, potessero a loro volta richiedere e ottenere l’estradizione dei criminali di guerra italiani.
La politica del passato che si affermò nel dopoguerra si basava dunque su un’intesa dettata dalle tradizionali logiche della ragion di stato. Fino agli anni Settanta gli equilibri politici interni e la volontà di limitare i conflitti sociali e superare il trauma politico e morale della sconfitta, nonché la necessità di favorire la reintegrazione degli appartenenti alle precedenti élite di funzione del regime dittatoriale nelle strutture democratiche, indussero i governi ad attuare una politica del silenzio nei confronti dei capitoli più bui del recente passato.
La politica del silenzio ebbe come effetto collaterale quello di perpetuare nelle memorie collettive e nelle percezioni reciproche una percezione stereotipata dell’altro destinata a durare nel tempo e a influenzare le relazioni bilaterali e il progetto di integrazione europea.
 

 
II. Seconda fase
Passiamo alla seconda fase dell’analisi, relativa agli anni Settanta e Ottanta. Anche in questo periodo, la politica di integrazione europea veniva declinata prevalentemente sulla base dei criteri di utilità economica e in funzione dei singoli interessi nazionali. I rapporti italo-tedeschi continuarono a essere caratterizzati da fasi di avvicinamento e proficua collaborazione – per esempio quella che portò all’elaborazione del piano Genscher-Colombo – così come da momenti di incomprensione che alle volte sfociarono in vere e proprie crisi diplomatiche.
Può essere utile richiamare qualche esempio di tensioni ricorrenti nei rapporti italo-tedeschi: il Cancelliere Helmut Schmidt non riuscì mai a superare la sua diffidenza nei confronti della politica di Roma; d’altro canto, ancora nel 1984 Giulio Andreotti ventilò il pericolo di un possibile ritorno del pangermanismo e all’indomani della caduta del muro di Berlino si mostrò riluttante dinanzi all’ipotesi di una rapida riunificazione tedesca. Sebbene non priva di conflitti, la cooperazione italo-tedesca fu continua anche in questa seconda fase, in particolare nel quadro dell’integrazione europea: molti politici italiani e tedeschi si richiamarono esplicitamente alla vocazione europeista di De Gasperi e Adenauer, adoperandosi per l’avanzamento del progetto europeo.
 
A dispetto delle sinergie dispiegate negli ambiti dell’integrazione europea, anche in questa seconda fase le politiche del passato e le culture della memoria continuarono a svilupparsi prevalentemente entro orizzonti nazionali. Basti ricordare qualche riferimento concreto. Nella Repubblica Federale si poté osservare una crescente diversificazione delle interpretazioni storiche e delle modalità di elaborazione del passato; emersero quindi nuove pratiche culturali della memoria – tra cui la ristrutturazione e l’apertura al pubblico dei campi di concentramento e di altri luoghi del terrore nazista che nei primi due decenni del dopoguerra erano caduti nell’oblio o nel degrado.
Sul piano del discorso politico, si verificò un progressivo mutamento di prospettiva nel senso che nella seconda fase l’attenzione si spostò gradualmente sull’Olocausto e sui crimini di guerra commessi dai tedeschi.
Purtuttavia ciò non condusse a una piena consapevolezza storica diffusa tra i cittadini tedeschi delle vicende relative alla politica di occupazione in Italia e delle sofferenze inflitte alla popolazione civile dalla Wehrmacht e dalle SS.
Se quindi in Germania persisteva una scarsa conoscenza degli avvenimenti legati all’occupazione italiana, in Italia negli stessi anni la narrazione ufficiale si consolidò ulteriormente e restò caratterizzata da una prospettiva unilaterale e autoreferenziale. I vari istituti della resistenza contribuirono a elevare la resistenza italiana contro il nazionalsocialismo a mito fondativo dello Stato.
 
Al contempo vennero avanzate in questa fase le prime interpretazioni dissonanti rispetto alla narrazione ufficiale, che sarebbero poi confluite nel cosiddetto «revisionismo storico» di Renzo de Felice, il quale a metà degli anni Settanta con «Intervista sul fascismo» cercò di rompere gli schemi consolidati della memoria pubblica.
Gli spostamenti tettonici provocati nella politica italiana agli inizi degli anni Novanta scossero anche l’inscenamento ritualizzato della commemorazione della resistenza e del passato nazionale.
A posteriori, si può notare che smottamenti simili si sono verificati anche in molti altri paesi europei – in particolare nell’Europa orientale – con conseguenti scollamenti tra le culture della memoria ufficiali da un lato e le memorie collettive tramandate dai testimoni e dalle generazioni successive dall’altro.
Ciononostante, nell’asimmetria italo-tedesca della memoria della seconda guerra mondiale non cambiò nulla; entrambi i paesi continuarono indisturbati a coltivare i propri stereotipi. Detto in modo conciso e incisivo, all’immagine del «cattivo tedesco» si opponeva quella dell’«italiano traditore».
 

 
III. Terza fase
Passiamo alla terza fase, che inizia dopo la fine della guerra fredda, con il progressivo affrancamento dell’Europa dai vincoli della geopolitica di questa epoca. Rilevanti furono le implicazioni anche per i rapporti italo-tedeschi.
Mentre negli anni precedenti gli interessi nazionali di entrambi gli stati convergevano sull’opportunità di realizzare un’integrazione sempre più stretta nel quadro di solide istituzioni sovranazionali, nel nuovo contesto vennero alla luce delle evidenti crepe nel rapporto bilaterale.
I contatti tra i cristiano-democratici italiani e tedeschi, così come quelli tra i socialdemocratici tedeschi e la sinistra italiana non erano più così stretti come lo erano stati all’epoca di Adenauer e De Gasperi.
A prescindere dal fatto che i due paesi continuarono a rimanere importanti partner commerciali e sebbene le rispettive classi dirigenti continuassero a sostenere la scelta europea, appoggiando la politica dell’allargamento, tuttavia non ci si riesce a liberare dall’impressione che, soprattutto durante i governi guidati da Silvio Berlusconi, i rapporti italo-tedeschi fossero talvolta complicati da una certa diffidenza reciproca.
 
Tuttavia, l’analisi dello sviluppo delle culture della memoria nella terza fase apre anche tutta un’altra prospettiva, che potrebbe far pensare a una progressiva riduzione della storica asimmetria. Da un canto si osserva che a partire dagli anni Novanta in Germania non solo i rappresentanti ufficiali dello Stato, ma anche ampi settori della società si sono occupati con sempre maggiore consapevolezza della ricostruzione storica delle vicende legate all’occupazione nazista in Italia.
Le più alte cariche della Germania unita hanno visitato i luoghi dove sono stati perpetrati i crimini di guerra tedeschi in Italia. Inoltre, nel 2009 i governi italiano e tedesco hanno costituito una commissione storica bilaterale con lo scopo di giungere a una ricostruzione scientifica condivisa, pubblicata nel 2012, sulle diverse questioni irrisolte relative al periodo 1943-1945.
Inoltre, sia in Italia che in Germania in questa fase giungono a maturazione tendenze all’universalizzazione della memoria dell’Olocausto, che erano già presenti dagli anni Settanta ma che solamente in questa fase confluirono in una cultura della memoria europea transnazionale.
Questi sviluppi furono accompagnati da un profondo mutamento di prospettiva storica. Sia nel discorso pubblico – nelle cerimonie ufficiali e nelle rappresentazioni dei media – che in ambito storiografico, l’attenzione si è spostata sulle vittime e non più sulla figura degli eroi, ridefinendo così il centro delle culture della memoria.
 
Non è chiaro tuttavia se la memoria dell’olocausto o di altri processi con una rilevanza internazionale possano veramente costituire il centro di una nascente memoria europea transnazionale. Secondo me ci sono varie ragioni per dubitarne.
Un primo motivo di scetticismo deriva dal fatto che già ora esistono interpretazioni critiche verso la transnazionalizzazione della memoria che fanno leva sulla mancata inclusione del punto di vista di altri gruppi di vittime alle quali sarebbe negato uno spazio nella memoria comune europea. Alla base di tali rivendicazioni ci sono mutamenti sociali di ampia portata che tendono a far riemergere in Europa il bisogno di concezioni dell’identità più circoscritte, una preferenza per i rapporti sociali consolidati e per la dimensione nazionale e la sfiducia nei confronti delle élite politiche e sociali transnazionalizzate.
Purtuttavia, rispetto al passato i cittadini europei accettano in modo molto più consapevole i risultati dell’integrazione europea e la loro inclusione nelle rispettive culture della memoria. Invece di parlare di un’Europa a due velocità, frutto delle crisi economiche e dei divari del presente, credo che valga la pena di recuperare alcune riflessioni di De Gasperi.
Per esempio, nel luglio 1950, per spiegare le cause della «guerra civile europea» degli anni Trenta, De Gasperi constatava che «non è vero che la democrazia dipende solo dalla situazione economica», ribadendo la sua convinzione che la costruzione dell’Europa dovesse essere intesa come un processo al contempo politico ed economico.
Su questo punto si espresse ancora più chiaramente in occasione di una «Tavola rotonda d’Europa a Roma» il 13 ottobre 1953:
 
«Per unire l’Europa è forse più necessario smobilitare che costruire: disfare un mondo di pregiudizi, di pusillanimità e di alterigie, disfare un mondo di rancori. Che cosa ci volle per fare una l’Italia, dove ogni città nei lunghi secoli di servaggio aveva appreso a detestare la città vicina? Altrettanto bisognerà fare per l’Europa. Si parli, si scriva, si insista, non ci si dia tregue: che l’Europa resti all’ordine del giorno. Ma soprattutto i governi devono mostrarsi più risoluti quando si tratta di sbloccare i loro paesi.»
 
Credo che le parole di De Gasperi, che mi sembrano tuttora attuali e condivisibili, siano la migliore conclusione per il mio intervento.
Vi ringrazio per la vostra attenzione.

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