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Epistolario di Alcide De Gasperi, la scheda

Contiene oltre 1.300 le lettere raccolte finora scansionate e trascritte di cui 900 inedite

Che cosa ci potranno raccontare di nuovo le lettere di Alcide De Gasperi? Molto dal punto di vista storico, ancora di più dal punto di vista etico-politico.
Basterà scorrere i documenti finora raccolti nella piattaforma per rendersi conto di essere entrati in una «miniera della memoria» tra le pieghe più segrete della ricchissima biografia di uno dei grandi protagonisti del Novecento.
Dalle battaglie politiche di un giovane cattolico di montagna, italiano nell’Impero degli Asburgo, fino alla determinazione di uno dei padri fondatori dell’Europa unita, sopravvissuto alle tragedie di due guerre mondiali e all’età dei totalitarismi: le lettere che Alcide De Gasperi inviò e ricevette nell’arco della sua vita incarnano la drammaticità di un’intera epoca e ci permettono di misurarne lo spessore, le inquietudini e le speranze.
Non c’è stato processo storico più complesso dell’esercizio di governo di una grande paese chiamato con De Gasperi a rovesciare radicalmente la propria immagine di potenza sconfitta per diventare in pochissimo tempo una democrazia e una Repubblica tra le più vitali del continente.
 
De Gasperi visse, combatté e governò innanzitutto scrivendo: per la sua generazione la parola era vita e tutta la politica era al servizio di una comunicazione fondata su dati di realtà e su sentimenti profondi di partecipazione.
La scrittura di De Gasperi, che padroneggiava perfettamente la retorica politica, è particolarmente espressiva e ricca.
Le sue lettere non sono solo strati di carte ma mappe concettuali di storia, che gettano luce su episodi piccoli e grandi, sempre accompagnati da emozioni e riflessioni.
Come quando Augusto Degasperi, il fratello minore dello statista, scrive ad Alcide, incarcerato nel 1928 dal fascismo: «Che cosa possiamo fare? Indicalo in una lettera a Francesca e vedremo di corrispondere con tutte le nostre forze […]. Mai ho sentito tanto affetto per te come in questi giorni di dolore. Gli amici tutti ti amano e pregano.»
Il difficile rapporto con il fascismo è un tratto distintivo di quasi tutte le lettere degli anni del Ventennio.
 
Curioso però che nel luglio del 1923, in una lettera a Enrico Conci, De Gasperi avesse ben altre attese e confidasse al senatore trentino che «Non so che pensi Mussolini di me, ora. So che fino ad un mese fa mi riteneva, tra i popolari, un equilibrato e un acquisibile alla nuova situazione» e, di conseguenza, auspicava di potersi rendere utile per far valere le ragioni del Trentino presso il governo centrale.
Un’illusione che avrebbe avuto vita breve. In questa, come in tante missive, vita pubblica e accenti privati convivono, e tra le dissertazioni politiche fa spesso capolino una quotidianità tanto semplice quanto concreta: «A Mollaro [il paese di Conci] si giuoca a bocce?» chiede De Gasperi, tradendo il desiderio di evasione di un uomo già impegnatissimo e da poco diventato padre: «Io ho tentata una partitella, ma sono ancora assai stanco e faccio un po' il bambinaio.»
In quasi tutte le carte si incontrano analisi politiche. A Sergio Paronetto nel 1943, a poche settimane dalla caduta del fascismo, ricorda che «L’antifascismo a cui dobbiamo tenere non è quello impastato di rappresaglie, di bandi, di esclusioni, ma il criterio che ci serve per identificare, misurare e giudicare gli stessi antifascisti e non fascisti: la mentalità antilibertaria, […] l’ambizione giacobina d’improvvisare le riforme, la suggestione del nuovo e dell’ardito a qualunque costo. […]. Sventuratamente mi persuado sempre più che il fascismo è una mentalità quasi congenita alla generazione più giovane, una mentalità del resto atavica.»
 
Con parole che per molti aspetti conservano intatta la loro attualità lo Statista concludeva affermando che «in tale senso, l’antifascismo è una pregiudiziale ricostruttiva. Lei capisce, quest’antifascismo non riguarda la tessera, ma l’animus, i metodi della vita pubblica.»
Altrove la riflessione prende il sopravvento sulla narrazione e vediamo all’opera la profondità di un politico che riflette sul pensiero democratico fino agli ultimi giorni della sua vita.
Il 9 agosto del 1954, dieci giorni prima di morire, De Gasperi condivide con Amintore Fanfani, neo segretario politico della DC, una riflessione: «Teniamolo a mente, bisogna non lasciarsi avvinghiare dalle spire dell’alternativa tradizionale; forse un giorno, quando sarò meno stanco, ti racconterò gli episodi segreti della mia esperienza.»
Non ne avrà però il tempo: come De Gasperi tristemente riconosce nella chiusa, augurando «qualche riposo anche alla tua tempra robusta; io sono un esempio che anche fibre forti si logorano.»
De Gasperi affida alle sue lettere anche le testimonianze della sua statura spirituale e umana, che non esclude la debolezza. Confida al vescovo di Trento mons.
 
Celestino Endrici, suo amico e antico maestro, che «strana è la situazione psicologica che si attraversa in crisi, come la mia: da un lato s’invocherebbe una parola di conforto, di solidarietà, di commiserazione, come l’acqua nel deserto; dall’altro un certo senso impastato non so se più d’orgoglio o di pudore e forse anche di un certo ritegno generoso, proprio di chi fu più abituato a dare che a chiedere, ti afferra alla gola, t’impedisce di pronunciare la preghiera, di formulare il desiderio e ti arresta la penna che volesse scrivere.»
I documenti che compongono questo ricchissimo epistolario incrociano la vita di una intera classe dirigente – importanti le lettere con don Luigi Sturzo e con Giulio Andreotti – ma anche di centinaia di altri corrispondenti: sono finestre su spaccati di vita che ci restituiscono in toni spesso vividi l’idea di cosa significava vivere negli anni di De Gasperi.
Riviviamo lo scontro sulla visione del mondo tra cattolici e comunisti; scorgiamo il lento ma terribile movimento delle grandi potenze nella ricerca di un assetto del mondo uscito due volte in cinquanta anni radicalmente trasformato dalla Guerra; vediamo le difficoltà di conciliare l’autonomia dei credenti con il potere della Chiesa; intuiamo il peso di meschinerie e di tranelli che la defascistizzazione del paese disseminava sul percorso della costruzione di uno Stato nuovo; leggiamo la preoccupazione per la ricostruzione alla luce di una profonda riflessione sui diversi modelli economici e sociali.
 
Soprattutto, vediamo sorgere dalle lettere di De Gasperi il disegno di una compensazione europeista e solidaristica al dominio americano e russo sull’Europa del dopo Yalta.
Cambiano i corrispondenti e, comprensibilmente, cambia il registro stilistico. Come quando a incrociare la penna con un De Gasperi, ormai saldamente assurto alla guida del Paese, è Jean Monnet, un altro dei padri fondatori dell’Europa e, dal 1952, Presidente dell'Alta autorità della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio.
Nei loro scambi a destare immediato interesse è il ricorrere di un lessico che svela un senso d’attesa per il futuro, che supera la cortesia formale.
Parole come «unità», «prosperità», «pace», «avvenire» non mancano mai. Ma anche in questo caso, prima e dopo aver osservato l’orizzonte lontano, lo sguardo di chi scrive torna a soffermarsi sulle questioni concrete, sui tanti problemi da risolvere per proseguire il cammino.
Così, ad esempio, il 15 luglio del 1953 Monnet espone a De Gasperi la difficoltà nel trovare funzionari idonei a supportare il lavoro della CECA.
 
Un problema aggravato dal fatto che «l’obbligo che incombe ai funzionari della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio di risiedere al seggio delle Istituzioni, ed il fatto che tale seggio sia stato fissato provvisoriamente a Lussemburgo pongono un problema particolarmente grave per l’educazione dei loro figli.»
Di qui l’idea di realizzare una scuola mista, dove «l’insegnamento sarà assicurato da 6 maestri, originari di ciascuno dei paesi della Comunità, sulla base di un programma che permetterà di conciliare lo studio della lingua materna con quello di una seconda lingua.»
Questioni minori, senza dubbio, ma che ci ricordano come il cammino europeo non fu lastricato solo di grandi proclami, ma anche di soluzioni puntuali e tempestive ai mille ostacoli che la vita di ogni giorno poneva alla loro realizzazione.
De Gasperi ha governato per davvero, forte di un partito potente ma anche tormentato, che non sempre ne capiva il disegno.
 
Ha sempre governato cercando di tenere unito il paese di cui conosceva i limiti, e dunque coinvolgendo nei vari livelli istituzionali tutte le forze politiche e tutti i corpi intermedi, cercando di non lasciare vuoto nessuno spazio sociale.
Le sue sono pagine mai banali, mai formali, sempre personali e abitate da una passione politica radicale e autentica.
Un patrimonio immenso, ancora disperso negli archivi di tutta Italia e di mezzo mondo, perché, nella maggior parte dei casi, le lettere si sono accumulate nei cassetti dei soggetti a cui erano state indirizzate e, quindi, possono trovarsi davvero ovunque De Gasperi avesse un amico, un conoscente o anche solo uno dei tanti uomini sconosciuti alla grande storia che in lui volle cercare ascolto o aiuto.
L’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi si incarica di tutelare dall’oblio tutti questi materiali, senza distinzioni, mettendoli in circolo nella convinzione di poter così dare nuovo fiato alla ricerca storica e permettere a chiunque di svolgere un piccolo o grande viaggio alle origini del nostro modello di Repubblica.
 
Alcuni numeri:
- oltre 1.300 le lettere raccolte finora scansionate e trascritte di cui 900 inedite
- 106 gli archivi consultati
- più di 30 le istituzioni culturali coinvolte
- 35 i ricercatori che stanno lavorando all’impresa
- 3 gli assegni di ricerca universitari finanziati espressamente per l’Edizione
- 9 le nazioni dove è stata finora condotta la ricerca
- 5.000 la stima delle lettere inviate e ricevute da De Gasperi che potranno essere raccolte nei prossimi anni

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