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«L’autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi»

Le lettere di De Gasperi al centro della Lectio degasperiana 2019, presentate da Giuseppe Tognon e interpretate dall’attore Andrea Castelli

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L’attore Andrea Castelli e presidente della Fondazione Giuseppe Tognon.

Oggi alle 17 a Pieve Tesino la Fondazione ha proposto per l’annuale Lectio degasperiana una rilettura della storia italiana del Novecento attraverso importanti lettere inedite dello statista, finora sconosciute e riportate alla luce grazie all’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi.
Le lettere sono state presentate da Giuseppe Tognon e interpretate dall’attore Andrea Castelli.
 
Prima di passare all’esposizione della Lectio, desideriamo mettere in evidenza due incongruenze.
La prima è che a suo tempo nessuno aveva trovato in Alcide De Gasperi quella grandezza che oggi tutta l’Europa riconosce allo statista trentino.
Basti pensare che il monumento di Piazza Venezia a Trento non è stato eretto dallo Stato né dai Trentini.
Come recita una modesta targhetta posta sul lato sinistro del monumento, è stato regalato dalla Democrazia Cristiana al popolo trentino.
Cose della scomparsa Prima Repubblica.
 
La seconda è che la presentazione odierna delle lettere di de Gasperi ha emozionato non solo il pubblico – numeroso e qualificato come sempre – ma anche l’attore Andrea Castelli che le ha interpretate.
Non poteva quindi passare inosservato che gli statisti di oggi non possono lasciare un’eredità epistolare degna di questo nome.
Tecnicamente comunicano per interposta persona, con le piattaforme del caso, ma soprattutto il contenuto dei messaggi che si scambiano non è degno di passare alla storia come «biografia di un Paese».
Cose della Repubblica contemporanea.

 

 
C’erano circa 450 persone oggi a Pieve Tesino, paese natale di Alcide De Gasperi, per la sedicesima edizione della Lectio degasperiana, l’evento pubblico che la Fondazione ha organizzato per onorare la memoria dello statista trentino nel sessantacinquesimo anniversario della sua morte.
Dopo quindici edizioni tradizionali della Lectio che hanno visto la presenza di storici, giornalisti, studiosi e uomini politici, per l’appuntamento del 2019 si è adottata una formula diversa, dando voce direttamente al protagonista, Alcide De Gasperi, attraverso sue lettere inedite.
L’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi – il progetto avviato nel 2016 con l’obiettivo di raccogliere e rendere disponibile online la corrispondenza degasperiana –  si è rivelata una straordinaria miniera di fonti e di personaggi.
Quest’anno si è voluto mostrare quale sia ancora oggi il fascino dei documenti storici che sono stati proiettati su un grande schermo.
La scelta si è dimostrata vincente: un incontro vissuto con grande intensità durante il quale è passata davanti agli occhi la vita di De Gasperi e la storia del nostro Paese.
 

 
Il titolo della Lectio degasperiana era «autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi» e proprio le lettere sono state le vere protagoniste dell’evento, interpretate dall’attore Andrea Castelli e presentate da Giuseppe Tognon, presidente della Fondazione e dell’Edizione nazionale dell’Epistolario degasperiano.
Numerosi gli ospiti e le autorità intervenuti a Pieve Tesino: fra questi le figlie dello statista Cecilia e Paola De Gasperi, il sindaco di Pieve Tesino Carola Gioseffi, il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti, il vicepresidente Mario Tonina, il vescovo mons. Lauro Tisi, le senatrici Elena Testor e Donatella Conzatti, i deputati Mauro Sutto e Martina Loss, il consigliere provinciale Alessandro Savoi.
Hanno preso parte all’evento anche il dirigente generale del Dipartimento istruzione e cultura della Provincia Roberto Ceccato, l’ex presidente della Provincia Lorenzo Dellai e alcuni sindaci: Francesco Valduga (Rovereto), Enrico Galvan (Borgo Valsugana), Rinaldo Maffei (Nomi), Alberto Vesco (Castel Ivano), Ivan Boso (Castello Tesino).
 

 
Hanno inoltre partecipato anche alcuni famigliari di Alcide De Gasperi mentre, fra le autorità militari, erano presenti il comandante provinciale della Guardia di Finanza Mario Palumbo e Michele Salvo, vicecomandante del comando provinciale dei Carabinieri di Trento.
Fra gli altri ospiti intervenuti c’erano il presidente della Comunità Valsugana e Tesino Attilio Pedenzini, il presidente della Comunità Alta Valsugana Pierino Caresia, il sottosegretario della Cei don Ivan Maffeis, e vari esponenti dei modi politici e culturali fra cui Giorgio Postal, Renzo Gubert, Aldo Degaudenz, Laura Froner.
Erano inoltre presenti alcuni professori dell’Università della Tuscia di Viterbo (che a Pieve Tesino ha un centro studi alpino), insieme a molti amministratori della Valsugana e del Trentino ed esponenti di vari enti e associazioni.
 

 
 Le lettere della Lectio 
Le circa trenta lettere scelte per la Lectio hanno accompagnato i presenti attraverso un viaggio nel Novecento e nella singolare parabola umana dello statista nato a Pieve Tesino nel 1881.
Il suo percorso prende inizio nei primissimi anni del Novecento, quando si assiste all’affacciarsi di un giovane De Gasperi al panorama dell’impegno civile nel contesto trentino tirolese. Animato da un forte sentimento religioso e sociale, De Gasperi in una lettera si dichiara seguace del «vecchio Leone XIII», il papa della Rerum novarum. Appena ventenne è un punto di riferimento anche per le Società operaie cattoliche delle valli più periferiche del Trentino.
L’entusiasmo giovanile si educa in un decennio di studio e di impegno politico e anche la sua prosa diventa più incisiva.
 
La prima guerra mondiale segna uno spartiacque fondamentale: da una lettera inedita sappiamo che fra il 1915 e il 1917 non è mai potuto rientrare in Trentino perché gli era stato ritirato il passaporto. Preziosa la lettera che documenta l’impegno profuso da De Gasperi per ottenere la scarcerazione della giovane Bice Rizzi, futura prima direttrice del Museo del Risorgimento di Trento e figura di spicco del Novecento trentino.
Da uno spartiacque all’altro: la corrispondenza privata del futuro statista mostra il progressivo affermarsi del fascismo e la difficoltà degli osservatori contemporanei nel percepirne la portata: così De Gasperi nel luglio del 1923 rivela a Enrico Conci che «Non so che pensi Mussolini di me, ora. So che fino ad un mese fa mi riteneva, tra i popolari, un equilibrato e un acquisibile alla nuova situazione».
Ipotesi che lasceranno il tempo che trovano: di lì a un paio d’anni le confidenze a don Guido de Gentili saranno di tutt’altro tenore: «sono triste fino all’esaurimento in seguito alla campagna personale, scoppiata, mentre reggo in mezzo a difficoltà molteplici e paurose.
«È quasi escluso di poter sostenere la polemica, date le condizioni della stampa.
«Bisogna lasciarsi massacrare in silenzio; e la stampa fascista fa di me un vero massacro.»
 
Lette una dopo l’altra, le lettere degli anni Venti mostrano l’incredibile coincidenza tra le sue vicende personale, quelle collettiva di un Paese e quelle del movimento cattolico per le quali il regime fascista, sempre più trionfante e illiberale, rappresenta un elemento di divisione.
L’antifascismo di De Gasperi è cresciuto sulla sua pelle: si arriva così alle commoventi lettere dal carcere, dove a un De Gasperi che ha perso tutto sembrano restare solo gli affetti familiari e il conforto di pochi amici e ammiratori.
Sulla biografia degasperiana cala un velo cupo, come quando scrivendo a Tullio Odorizzi, futuro primo presidente della Regione Trentino-Alto Adige, allora ventiquattrenne, ammette.
«Mio giovane amico, un’ombra talvolta mi passa sullo spirito, ed è quando Mefisto sorge alle mie spalle per dirmi: la tua vita è fallita, hai sbagliato strade. Allora mi sento vecchio e finito.»
 

 
Uscito dal carcere dopo 16 mesi, De Gasperi è un emarginato. Si sfoga così con don Luigi Sturzo.
«Vivo – come saprai – tra la famiglia e la biblioteca, all’ombra del Cupolone, ringraziando la Provvidenza d’avermi riservata almeno un po’ di pace esteriore.
«La pace interna difficilmente si raggiunge, quando lo spirito, abituato alla dilatazione sociale, deve venir compresso entro la sfera limitata della persona.
«Penoso è particolarmente il dover assistere inerti all’oscuramento d’idee che avevano illuminato tanto cammino della nostra vita.»
 
Tra le righe delle lettere continuano così a mescolarsi grande e piccola storia: si commenta l’attualità con quella confidenza che difficilmente si trova in altri scritti, ci si confida, si lascia affiorare qualche aspetto frivolo o quell’elemento sentimentale che raramente si associa all’immagine pubblica dello statista.
È un altro De Gasperi, un De Gasperi «segreto» quello che nel bel mezzo della seconda guerra mondiale scrive a Giuseppe Spataro in occasione di un onomastico, rivolgendogli queste parole: «Io poi che ebbi in te, in tutte le occasioni un amico di una devozione fraterna e di una solidarietà costante ed effettiva, mi dichiaro tuo grandissimo debitore e ti abbraccio, pregandoti di conservarmi in tua preziosa amicizia».
Al giovane e brillante economista Sergio Paronetto scrive una lettera che dovrebbe essere studiata ancora oggi per capire le basi morali della nostra Repubblica.
«Senza dubbio l’immediato domani esige lavoro ricostruttivo, ma l’antifascismo a cui dobbiamo ancora tenere non è quello impastato di rappresaglie, di bandi e di esclusioni, ma è il criterio che ci serve a identificare, misurare e giudicare gli stessi antifascisti e non fascisti.»
 

 
L’antifascismo di De Gasperi non è quindi una contro-ideologia, ma un criterio democratico da osservare con coerenza e senza scorciatoie.
La corrispondenza si assottiglia un poco negli anni della guerra, per riprendere abbondante nel 1943, quando De Gasperi intraprende il percorso che lo porterà alla guida del Paese.
Lo troviamo a discutere con Togliatti del suffragio femminile, con Nenni del rischio di una guerra civile in Italia, trattare con Dossetti e Fanfani questioni interne alla Democrazia Cristiana…
De Gasperi guardava soprattutto alla situazione del paese, alla sua collocazione internazionale e alla ricostruzione.
 
Giorgio la Pira, grande sindaco di Firenze, nel 1948 gli scrive così.
«Il tema è uno solo: manca il pane perché manca il lavoro (per una ragione o per l’altra): e quando manca il pane si spegne la speranza e non resta che l’abbattimento, vigilia della morte!»
Sono l’eco di un’Italia ferita, che, anche dopo la fine della guerra, vive una stagione di fatica e di prova senza eguali.
I governi De Gasperi si mettono al lavoro e le lettere ne ripercorrono le paure, la determinazione, il senso d’urgenza, la complessità del quadro politico interno, ma anche della situazione internazionale, con la questione di Trieste più aperta che mai che diviene oggetto, ad esempio, di uno scambio con monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste-Capodistria, a cui De Gasperi non nasconde che «Momenti duri ci attendono».
 

 
Attorno a De Gasperi si muovono amici, collaboratori, compagni di partito, avversari politici, capi di Stato, religiosi… Per ognuno De Gasperi ha parole attente, a tratti dure, a tratti capaci di ironia, come quando ammonisce un giovane Giulio Andreotti dicendo «Quando diventerete saggi, v’accorgerete che avevo ragione; ma sarà tardi».
La parabola umana dello statista si rialza e si riabbassa ancora una volta.
Quando nelle lettere inizia ad entrare il tema europeo, assistiamo a un De Gasperi «padre nobile», determinato a mettersi al servizio di un grande progetto collettivo che rappresentava, come ci ricorda il titolo dell’Agosto degasperiano di quest’anno, una «Lotta contro il tempo».
 
Nell’ultima lettera che scrive a Fanfani, quattro giorni prima di morire, prendendo atto che la CED, il progetto di costituire un esercito unico europeo, è destinato al fallimento, De Gasperi non trattiene lo sconforto.
«Se le notizie che giungono oggi dalla Francia sono vere, anche solo per metà, ritengo che la causa della CED sia perduta e ritardato di qualche lustro ogni avviamento all’Unione Europea.
«Che una causa così decisiva e universale sia divenuta oggetto di contrattazione ministeriale proprio fra gruppi democratici e gruppi nazionalisti, che sognano ancora la gloria militare degli imperatori è veramente spettacolo desolante e di triste presagio per l'avvenire.»
Solo le ultime parole rivelano una fiducia profonda nell’uomo e nei suoi destini, che è forse meno eclatante della constatazione dei tempi duri in cui De Gasperi dovette camminare, ma allo stesso appare allo studioso attento delle lettere degasperiane la costante più incrollabile di questa grande storia personale e collettiva.
«Sono molto buio, e spero che forse il mio isolamento mi faccia vedere più nero di ciò che sarà. Auguriamocelo!»
 
Quasi tutti i materiali che sono stati utilizzati per questo racconto sono inediti e tutti sono stati inseriti nella piattaforma dell’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi: www.epistolariodegasperi.it.
Lavorando su quell’archivio digitale tutti gli studiosi e gli appassionati potranno ripetere l’esperienza della Lectio costruendo propri percorsi di lettura e di ricerca.

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