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Il racconto dell'alluvione che 50 anni fa sconvolse il Trentino

Venerdì 4 novembre il giornale l’Adige distribuirà il libro di Luigi Sardi intitolato «4 novembre 1966, l’alluvione», racconto e fotografie emozionanti

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Titolo: 4 novembre 1966, l’alluvione
Autore: Luigi Sardi
 
Editore: Reverdito 2016
Pagine: 192, illustrato
 
Prezzo di copertina: € 13
Prezzo con il giornale l’Adige del 4 novembre: € 10
 
Il prossimo 4 novembre sarà il cinquantesimo anniversario della più grande alluvione che il Trentino ricordi.
Tante le iniziative attivate per ricordare quei tragici momenti.
Noi, nel limite del possibile, daremo spazio a tutte. Ma saranno due gli eventi cui daremo maggiore risalto: il ricordo di quei terribili giorni del sottoscritto Guido de Mozzi che all'epoca aveva 20 anni, e il libro di Luigi Sardi editato da Reverdito.
Qui parliamo del libro di Sardi, che verrà distribuito dal giornale l’Adige venerdì 4 novembre al prezzo di 10 euro unitamente al quotidiano.
Poiché lo si troverà poi nelle biblioteche al prezzo di copertina è di € 13, si consiglia di acquistarlo con il giornale.
 
Si intitola «4 novembre 1966, l’alluvione – Racconto e immagini» e consiste in un volume del formato 17x24, legato a brossura con alette, di 192 pagine di cui 64 con immagini fotografiche.
Di tutti i testi che abbiamo letto sull’alluvione, quello di Sardi è a nostro parere il più completo.
Anzitutto perché riporta i testi dei documenti originali dell’epoca, i rapporti del Genio Civile (allora non c’era la Protezione Civile), i verbali dei Carabinieri, i documenti del Commissariato del Governo.
Poi perché richiama gli articoli dei giornali di allora, l’Adige (la cui tipografia, in Via Rosmini, era allagata) e l’Alto Adige, le corrispondenze di giornalisti inviati e dei corrispondenti dalle valli sconvolte, testimonianze di persone che hanno vissuto in prima persona i momenti più difficili della grande alluvione.
Ma soprattutto per l’emozione che riesce a creare al lettore ricostruendo il dramma vissuto minuto per minuto dalla persona che si può definire «l’eroe dell’alluvione», ing. Federico Menna del Genio Civile.
L’ingegnere, regolo di calcolo alla mano (allora non c’erano i computer), decise di superare i li limiti di guardia della diga di Santa Giustina per consentire alla città di Trento di superare l'ecezionale piena in corso generata dal fiume Avisio.
Ne riportiamo un pezzo.

«Fu a questo punto che, in relazione alla preoccupante evoluzione della piena dell’Adige, vietai qualsiasi manovra di scarico dal lago fino a quando il suo livello non avesse raggiunto la quota 531, superiore di un metro a quella di massimo invaso.»

«L’ordine di contenere le portate in arrivo nel serbatoio [lago di Santa Giustina] fino alla quota 531, fu accettato dal vice capo della centrale idroelettrica di Taio solo dopo un drammatico colloquio e il mio personale impegno di confermagli l’ordine stesso tramite la linea telefonica pubblica, cosa che feci mediante apposito fonogramma alle ore 20,10 del 4 novembre.
«L’effetto della manovra ebbe successo. La quota 531 fu raggiunta alle ore 5 del 5 novembre e in tal modo fu possibile trattenere nel serbatoio, nel periodo più critico della piena, circa 12 milioni di metri cubi d’acqua di cui 4 oltre la quota di massimo invaso prevista dal disciplinare di concessione dell’impianto.
«Tale trattenuta impedì che una ulteriore portata di 300 metri cubi al secondo si aggiungesse a quella degli altri affluenti dell’Adige tra le 21 e le 24 del 4 novembre, il momento di maggiore intensità dell’evento alluvionale allorquando l’onda di piena raggiunse il colmo a Trento e le tracimazioni si trasformarono in sfondamenti degli argini a nord e a sud della città.»
...
«Credo – commenterà successivamente Menna, – che sia giusto porre in evidenza che la manovra fu fatta in via eccezionale perché eccezionale, e forse irripetibile, fu la situazione che la rese necessaria e possibile, ricordando che serva di monito: in uno sbarramento fluviale il cammino fra il livello di massimo invaso e quello di massima piena è un cammino pericoloso e chi lo affronta deve essere ben sicuro che possa essere percorso.»
In realtà, quell’ingegnere aveva una certezza. La diga era stata costruita a regola d’arte, incrollabili le rocce alle quali era ancorata, sicuro il territorio che fa da corona al lago.
Non esitò ad impartire un ordine estremo vincendo l’ovvio timore di quanti dovevano materialmente eseguire quella decisione.
Fu una scelta coraggiosa che salvò Trento, Verona, Rovigo. Chissà se fu premiata. Spero che sarà sempre ricordata.

Oltre a quei drammatici momenti, che oggi rileggiamo con emozione, Sardi descrive quanto accadde nelle valli dell’Avisio, del Brenta, del Cismon.
Sempre con medesima la capacità narrativa del giornalista, con la documentazione dello storico, con le fotografie selezionate tra le migliaia scattate in quel periodo.
 
G. de Mozzi


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