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Cinquant’anni dell’alluvione del 1966 – Giorno 5 novembre

Le valli del Trentino sono devastate, i paesi isolati, i ponti travolti, gli abitanti terrorizzati

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Foto archivio Adele Paternolli - Croxarie - Ecomuseo Valsugana.
 
Il 5 novembre era sabato e non si sarebbe andati a scuola prima del lunedì successivo, cioè alla fine del ponte.
Volevamo dare una mano ai soccorritori, ma sarebbero state necessarie imbarcazioni che non c’erano. Cercammo di comprendere che cosa era successo.
Erano passati pochi anni dalla tragedia del Vajont e in città tutti avevano paura della diga di Santa Giustina, perché il suo invaso era così grande da essere in grado di spazzare via Trento.
In realtà, anche la diga del Vajont aveva resistito alla pressione immane dall’ondata provocata dalla frana del monte Toc. Ma non si era tranquilli lo stesso.
Correva voce che qualcuno avesse deciso di chiudere le paratie di Santa Giustina per salvare la città. E in effetti l’ing. Menna, dirigente del Genio Civile del Trentino aveva disposto sotto la propria responsabilità che il livello dell’invaso superasse di un metro il massimo consentito.
Menna salvò le città di Trento, di Verona e di Rovigo, ma lo avremmo saputo solo molto tempo dopo.
Grazie a Menna, il disastro che sconvolse Trento fu provocato dal solo Avisio. Chissà che cosa sarebbe successo che anche il Noce avesse potuto riversare nell’Adige la propria piena.
Anche la diga di Stramentizzo sull’Avisio era stata costruita bene, perché non solo resse alla pressione, ma superò egregiamente la fase più spaventosa per un invaso: la tracimazione delle acque.
 

 
La pioggia aveva provocato uno smottamento a Tonadico nelle Giudicarie che distrusse quattro case uccidendo tre persone che le abitavano.
In val di Non una massa di acqua e fango si abbatté su un gruppo di persone che cercavano di liberare i binari della Trento Malé, uccidendo un brigadiere e un operaio.
Ma, come detto, la situazione peggiore era nel Trentino Orientale: esondarono tutti i corsi d’acqua che nascono sulle Dolomiti.
Il torrente Cismon aveva rotto 200 metri di argine e tra Siror e Tonadico e aveva spazzato via il ponte di San Silvestro, lasciando isolato il Primiero.
In Valsugana il fiume Brenta, che raccoglieva le acque dei corsi d’acqua in piena, diventava spaventoso man mano che procedeva verso Bassano.
A valle di Borgo Valsugana il torrente Chieppena aveva formato un invaso a Bieno perché una frana aveva occluso il corso. Poi, quando la frana cedette, le acque si riversarono con violenza a valle investendo Strigno e Villa Agnedo.
Distrusse lo stabilimento Bauer Foradori, il caseificio sociale, la chiesa, alcune case e il ponte della Statale della Valsugana.
A Tezze era stato dato l’ordine di sgombero per timore che la diga di Arsié potesse cedere, ma se ne andarono in pochi.
 

 

 

 

 

 

 

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