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Col Treno della Memoria – Di Valentina Samuelli

Il terribile resoconto di una studentessa della classe 5ªD del Liceo artistico «A. Vittoria» di Trento

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Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo a brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita.
Senza memoria la vita non è vita.
La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, i nostri sentimenti, persino il nostro agire.
Senza di essa non siamo nulla.
(Luis Bunuel)

Ho intrapreso questo viaggio nei ricordi senza sapere veramente cosa aspettarmi, quali emozioni e sentimenti avrei provato; onestamente avevo timore di quello che avrei visto.
Ho intrapreso questo viaggio perché avevo bisogno di conoscere la storia, e non quella che è scritta sui libri di scuola o che si vede in televisione dai nostri comodi divani a casa, ma una storia scomoda e terribile che sappiamo da decine di anni, da quando la Seconda Guerra è finita, ma che, per indifferenza e pigrizia, nessuno si prende la briga di approfondire.
 

 
Siamo partiti la domenica del 3 marzo e come prima tappa siamo arrivati a Berlino dove ci siamo fermati per tre giorni. Abbiamo visitato memoriali e due campi di concentramento: Sachsenhausen e Ravensbruck.
Il secondo in particolare è quello che mi ha colpito di più fra i due, probabilmente perché era un campo per sole donne: prigioniere politiche, omosessuali e bambine che venivano sottoposte a continui esperimenti e torture.
Il campo era circondato da casette dove, un tempo, vivevano gli ufficiali delle SS con mogli e figli; era infatti molto confortante, dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, tornare a casa e trovare la cena pronta e la casa pulita.
Vicino al campo si trova un laghetto dove mogli e figli facevano il bagno e gite in barca in tutta tranquillità quando, a neanche dieci metri da loro, dietro un muro, si trovava l’inferno.
In questo laghetto, quando c’è sole, si possono ancora scorgere le ceneri depositate sul fondo.
 

 
A Cracovia, invece, abbiamo visitato i campi di Auschwitz I e Auschwitz II, ossia Birkenau. La situazione fuori dal campo era caotica: molte persone, classi, turisti, e poi tutti i controlli prima di entrare, ma una volta dentro il silenzio totale.
Era come se avessero del tutto abbassato il volume, di colpo, ovattato, surreale; si sentivano solo i nostri passi sulla strada sterrata e tirava un vento gelido che penetrava fino alle ossa.
I gruppetti che di solito si formano all’interno di un gruppo più grande si erano sciolti: ognuno camminava da solo, immerso nei propri pensieri, cercando di immedesimarsi o almeno di immaginare come doveva essere la «vita» là dentro; non ci siamo riusciti, neanche minimamente.
 

 
Mi ha impressionata particolarmente una stanza, non credo che dimenticherò facilmente la sensazione provata entrando: era uno stanzone enorme, completamente vuoto eccetto per la parete sinistra, dove, in un vetro che la ricopriva interamente, c’erano mucchi e mucchi di capelli umani, due tonnellate per l’esattezza.
Stando alla guida là dentro non c’era nemmeno la metà di quello che avrebbe dovuto esserci originariamente.
Non si potevano fare foto, naturalmente, ma non mi servono foto quando l’immagine ce l’ho stampata perfettamente in testa, nella memoria.
 

 
Non credo di aver mai provato così tante emozioni e sensazioni contemporaneamente: non riuscivo a muovermi, come di sasso, provavo disgusto alla vista di così tanti capelli, ma anche rabbia e una desiderio irrefrenabile di piangere pensando che mi trovavo davanti a veri capelli di persone veramente esistite, e non a qualcosa che era semplicemente appartenuto a loro come scarpe, valigie e occhiali; persone che, in un passato non molto lontano, erano state lì e che, per la maggior parte, in quel luogo vi erano morta.
Ma più di tutto, alla fine di questa tempesta di emozioni, c’era un sentimento di speranza, speranza che queste mostruosità non si ripetano più, speranza in futuro non ci sia una ragazza qualunque, impietrita davanti ad una parete di capelli umani, senza sapersi spiegare perché e come abbia fatto l’umanità ad arrivare a quel punto… di nuovo.
 

 
Il pomeriggio siamo andati a visitare Birkenau, il campo di sterminio. Mi aspettavo di scoppiare in lacrime non appena entrata, ma ancora una volta sono rimasta di ghiaccio, completamente svuotata, senza sapere cosa pensare.
Le emozioni provate a Birkenau non sono immediate, si manifestano in ognuno di noi in maniera differente, dopo un po' di tempo, me ne sto rendendo conto solo ora, scrivendo questo articolo.
È talmente inconcepibile che una mente possa elaborare pensieri del genere e metterli in atto è completamente fuori questione.
Davanti a me si trovava la desolazione, una desolazione della quale non riuscivo a vedere la fine; in mezzo a questo infinito passavano le rotaie, rotaie di un treno sul qual stiamo ancora viaggiando.
 

 
Durante questo viaggio nel passato non abbiamo solo ricordato, abbiamo anche riflettuto sull’attualità.
Dicono che noi giovani siamo il futuro, ma non siamo solo questo, noi siamo prima di tutto il presente.
Quindi ragazzi e ragazze apriamo gli occhi, facciamo uno sforzo, ricordiamoci come tutto è iniziato perché in una società come la nostra, moderna, non è difficile cadere nella fitta trama di bugie e illusioni formate dai social, che ogni giorno ci controllano sempre di più dicendoci come vivere, come mangiare, di chi aver paura, chi odiare; nutrendo la nostra mente di idee e opinioni già strutturate in modo che a nessuno venga in mente di dire: «Ma se le cose non stessero veramente così? Se ci fosse un’altra versione dei fatti? Che cos’hanno fatto queste persone per essere temute così tanto»?
Impariamo a mettere in discussione ogni cosa, tutto quello che pensiamo di sapere, non appiattiamoci, cerchiamo, informiamoci, non limitiamoci alla superficie. È l’unica cosa che possiamo fare.
Ho intrapreso questo viaggio da sola, non volevo influenze, penso sia un’esperienza da fare solo in compagnia di sé stessi. Quando sono partita non conoscevo nessuno, ora mi rendo conto di conoscere 6 milioni di persone nuove.

Valentina Samuelli


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