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Piccoli frutti: le insidie dei cambiamenti climatici

Al centro del confronto tra la Società cooperativa agricola Sant'Orsola e Itas Mutua

Il mutamento climatico può produrre effetti negativi anche alle coltivazioni dei piccoli frutti danneggiando serre e magazzini, compromettendo i raccolti e finendo per creare difficoltà economiche all'intera filiera.
Questi i rischi, che in qualche caso sono già realtà, di cui si è discusso nei giorni scorsi all’Auditorium Sant’Orsola nel Villaggio dei Piccoli Frutti a Pergine Valsugana durante una serata organizzata dalla Società cooperativa agricola con Itas Mutua e che ha visto, tra gli altri, anche l’intervento di Dino Zardi, professore ordinario di Fisica dell'Atmosfera presso l'Università di Trento e presidente AISAM (Associazione Italiana di Scienze dell’Atmosfera e Meteorologia).
 
Come ha sottolineato Zardi nel suo intervento, «il cambiamento climatico è ormai sotto gli occhi di tutti e gli esperti confermano senza ragionevole dubbio che l’origine è antropica, cioè legata alla continua emissione di gas serra dovuta alle attività umane.
«Nel lungo termine, dovremo adottare politiche di mitigazione, cambiando modelli di sviluppo e stili di vita. Nel breve termine dovremo adattarci a cambiamenti che non saranno rapidamente reversibili.»
 
Il dato più evidente è l’aumento delle temperature, che porta con sé variazioni dei regimi termici delle varie aree e fasce altitudinali, con conseguenze sull’optimum per le colture e i tempi delle stagioni agricole, ma anche sui parassiti.
I regimi delle temperature hanno impatti significativi anche sul ciclo dell’acqua: l’aria più calda può contenere più calore quindi estrarre più acqua dal suolo e dalle piante, con conseguente stress idrico e rischio siccità.
Lo zero termico mediamente più alto implica fusione dei ghiacciai, le nostre riserve, e meno precipitazioni nevose in quota, con riduzione degli accumuli invernali e rischio di accentuati deflussi furante gli eventi intensi. Inoltre, aria più calda e più umida implica eventi di precipitazione più intensi, specie nel caso dei temporali estivi.
 
Dopo i saluti iniziali, il presidente della Sant’Orsola Silvio Bertoldi ha segnalato ai soci la necessità di intervenire in modo efficace e con urgenza per adeguare le produzioni di piccoli frutti ai palesi cambiamenti climatici in corso e futuri.
Il dibattito si è incentrato su tali cambiamenti e sulle relative conseguenze in ambito agricolo, specialmente per i produttori di piccoli frutti che dovranno sempre più considerare questi impatti preparandosi per intervenire al meglio.
Eventi climatici estremi sempre più intensi e frequenti infatti metteranno a dura prova, ad esempio, le strutture di copertura presenti e renderanno difficoltosa la coltivazione al loro interno con forti ripercussioni anche per quanto riguarda l’aspetto assicurativo.
 
Dal canto suo, il direttore Matteo Bortolini ha sottolineato come per il futuro sarà necessario mettere in programma investimenti in strutture e coperture che possano resistere a questi eventi riducendo il rischio di danni sulle coltivazioni.
Impianti che dovranno essere coperti da adeguate polizze assicurative riducendo al minimo il rischio residuo e rendendo l’investimento sicuro per l’imprenditore.
«In questo senso sarà fondamentale la collaborazione tra le compagnie di assicurazione e i produttori» – ha concluso Bortolini.
 
Dal canto suo, Loris Bonato, responsabile rischi agricoli Itas, ha sensibilizzato i numerosi produttori di piccoli frutti presenti sull’importanza del ruolo dell’assicurazione facendo capire le logiche e le motivazioni che stanno alla base di specifiche scelte di assunzione del rischio o di garanzie legate agli eventi atmosferici.
«Itas è uno dei maggiori assicuratori a livello italiano nella copertura dei rischi agricoli e continuerà a presidiare il territorio tramite i propri agenti.
«Oggi il rischio atmosferico deve tuttavia essere gestito in sinergia con gli agricoltori che si stanno già evolvendo per mitigare il rischio stesso, – ha sottolineato Bonato. – Tramite, ad esempio, strutture più robuste, scelte varietali adeguate al territorio e sistemi di protezione attiva.»
La gestione del rischio atmosferico, e quindi la stabilità economica aziendale, passa in definitiva dalla creazione di percorsi comuni tra compagnia assicurativa e aziende, in cui tutti gli attori in gioco sono consapevoli del rischio.

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