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Il 2 maggio di 140 anni fa lo «Schiaffo di Tunisi»

L’Italia aveva conquistato commercialmente la Tunisia senza colpo ferire, ma il governo francese ce la portò via con un'azione di forza

Nella seconda metà del 1800 il neonato Regno d’Italia aveva politiche espansionistiche verso l’altra sponda del Mediterraneo, ma non aveva mire colonialistiche come gli altri stati d'Europa.
Di fatto teneva ottimi rapporti commerciali con la Tunisia senza bisogno delle armi, tanto vero che nel 1868 (l’Italia aveva sette anni di vita) stipulò il trattato italo-tunisino che, per la durata di 28 anni, avrebbe regolato il regime delle «capitolazioni». Si chiamano così gli accordi internazionali di privilegio.
L'accordo garantiva alla Tunisia diritti, privilegi e immunità concesse da diversi Stati preunitari italiani.

Gli italiani di Tunisia conservavano la loro nazionalità d'origine e non dipendevano che dalla giurisdizione consolare in materia civile, commerciale e giudiziaria, ma non in materia immobiliare, in cui, tuttavia, era riservata al console l'applicazione delle sentenze pronunciate dai tribunali del Bey. Il «Bey» era il titolo che l’impero turco aveva attribuito al suo tempo ai vari capi tribù.
L'uguaglianza civile assicurava agli italiani la libertà di commercio e un vero e proprio privilegio d'extraterritorialità per i loro stabilimenti.
In materia di pesca e di navigazione, beneficiavano dello stesso trattamento dei tunisini.
Infine, il Bey non poteva modificare i dazi doganali senza consultare preventivamente il governo italiano.
 
In quel tempo il principale obiettivo di politica estera del secondo governo guidato da Benedetto Cairoli era lo stabilimento di un protettorato sulla Tunisia, cui ambiva anche la Francia.
Cairoli, come prima di lui Agostino Depretis, non ritenne mai di procedere a un'occupazione, essendo in generale ostili ad una politica militarista. D’altronde, non c’era bisogno di interventi militari.
Quanto agli appetiti francesi, Cairoli confidava nella possibile opposizione della Gran Bretagna all'allargamento della sfera di influenza francese in Africa del nord. Mentre, semmai, Londra era ostile al fatto che una sola potenza controllasse per intero il Canale di Sicilia.
 
Ma agli inizi del 1881 la Francia decise di intervenire militarmente in Tunisia.
Le motivazioni dell'azione vennero riassunte da Jules Ferry, il quale sosteneva che gli italiani non si sarebbero opposti perché da poche settimane Parigi aveva acconsentito al rinnovo del trattato di commercio italo-francese. L'Italia era ancora impegnata a saldare il debito contratto di 600 milioni di lire con la Terza Repubblica francese e soprattutto era Roma ad essere politicamente isolata nonostante i tentativi di avvicinamento a Berlino e Vienna.
Ferry ribadiva che era stato proprio Otto von Bismarck ad avere invitato Parigi ad agire in Tunisia precisando che in caso di azione, la Germania non avrebbe sollevato obiezioni.
Mentre in Italia si dibatteva circa l'attendibilità delle notizie su una possibile azione francese in Tunisia, a Tolone si preparava un corpo di spedizione di ventimila uomini.
 
Il 2 maggio 1881, 140 anni fa, un contingente francese di duemila uomini sbarcò a Biserta, raggiunto l'11 maggio dal resto delle forze.
I giornali italiani di allora coniarono l’espressione «Lo schiaffo di Tunisi» per descrivere l’atto di forza francese.
L'episodio diede un'ulteriore conferma dell'isolamento politico dell'Italia neonata, e rinfocolò le polemiche che avevano seguito il Congresso di Berlino di tre anni prima.
Gli eventi, in effetti, dimostravano la velleitarietà della politica estera di Benedetto Cairoli e di Depretis, l'impossibilità di un'alleanza con la Francia e la necessità di un riavvicinamento con Berlino e, quindi, con Vienna, seppure obtorto collo.
Una simile inversione della politica estera dell'ultimo decennio, tuttavia, non poteva essere condotta dai medesimi uomini, e Benedetto Cairoli presentò le proprie dimissioni il 29 maggio 1881, evitando così che la Camera lo sfiduciasse apertamente; da allora di fatto scomparve dalla scena politica.
 
La Tunisia, incuneata fra l'Algeria a ovest, colonia francese dal 1830, e Cirenaica e Tripolitania a sud-est, era allora un obiettivo strategico sia italiano che francese.
La debolezza dei bey, gli intrighi dei ministri, come Mustapha Khaznadar e Mustafà Ben Ismail, la pressione costante dei consoli europei, la bancarotta dello Stato divenuto ostaggio dei creditori nonostante gli sforzi del riformatore Kheireddine Pascià, aprirono le porte all'occupazione francese.
 
Il 12 maggio 1881 fu stipulato il trattato del Bardo sotto il regno di Sadok Bey: lo Stato tunisino si privò con esso del diritto di legazione attiva, incaricando «gli agenti diplomatici e consolari della Francia nei paesi stranieri […] della protezione degli interessi tunisini».
L'Italia, che aveva un trattato tuttora valido con la Tunisia, si trovò ad avere in mano un pugno di mosche.
Le potenze europee reagirono differentemente, secondo i loro interessi: il Regno Unito si affrettò a occupare l'Egitto, mentre Germania e Austria-Ungheria non avanzarono riserve circa la condotta francese.

Gli immigrati italiani in Tunisia avrebbero protestato e avrebbero causato serie difficoltà alla Francia.
Tuttavia, poco alla volta, il problema rientrò e gli immigrati poterono optare in seguito per la cittadinanza francese e beneficiare degli stessi vantaggi dei coloni transalpini.
Ma i rapporti italo-francesi s'incrinarono pericolosamente, tanto vero che molti attribuiscono allo «Schiaffo di Tunisi» l’adesione del Regno d’Italia alla Triplice Alleanza. Bismark aveva raggiunto l’obiettivo.

Il Regno d’Italia iniziò allora a guardare l’Africa con occhio colonialistico. Si portò in Abissinia, unico paese ancora «libero» e nel 1911 rivolse le proprie attenzioni alla Libia, altro stato che non interessava a nessuno, perché «non valeva niente».
Nel 2011 la Francia di Sarkozy ripeté lo sgarbo nei confronti dell’Italia, attivando con gli USA le azioni militari che portarono alla caduta di Gheddafi.
La stampa italiana stavolta non parlò di «Schiaffo di Tripoli», ma ormai era evidente gli interessi italiani hanno sempre suscitato l’invidia dei francesi.

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