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Quel fenomeno che si chiama Donald Trump

C’è poco da meravigliarsi per quello che sta facendo: lo aveva scritto in termini chiari e forti nel suo programma elettorale

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Donald Trump non cessa di stupire. Sta portando avanti la sua metodologica attività di smantellamento dell’eredità Obama, deciso a cambiare gli Stati Uniti già nei primi 100 giorni della sua Amministrazione.
Purtroppo lo sta facendo in un modo che possiamo definire improvvisato, quasi «da uomo della strada», se non fosse che un uomo con la sua ricchezza della strada sa poco o niente.
Da dilettante però potremmo dirlo.
Il primo paradosso lo abbiamo sentito nella dichiarazione fatta al momento dell’insediamento: «America First!», prima di tutto l’America.
Nulla da dire sul concetto, dato che il suo lavoro è quello di servire gli Stati Uniti. Ma definire «America» gli USA è una imprecisione che irrita tutti gli altri stati americani. I Messicani, per esempio, da sempre denunciano i «gringos» di essersi appropriati perfino del nome del continente.
 
La seconda anomalia delle sue decisioni è quella del muro che vuole costruire per separare gli Usa dal Messico. Premesso che gli accordi portano solitamente più risultati delle barriere, ci viene alla mente la Muraglia Cinese, tanto grande da essere vista perfino dalla Luna. Un capolavoro, una delle sette meraviglie del mondo, ma che non servì per fermare le orde barbariche dei mongoli, motivo per cui venne costruita.
L’idea poi di farlo pagare al Messico è solo un oltraggio alla dignità dei messicani. Ovviamente il Messico non ci sente per nulla e allora Trump ha pensato di imporre dazi doganali del 20% sulle importazioni da quel Paese. Come se a essere danneggiati fossero solo gli altri e non gli statunitensi che dovranno pagare i prodotti messicani il 20% in più.
 
Un capolavoro di miopia è stata la cancellazione dell’accordo per il libero scambio commerciale tra gli stati che si affacciano sul Pacifico impostato da Obama ma non ancora formalizzato. Alla Cina non è sembtaro vero e ha ringraziato gli USA che lascia così libero il mercato.
Quanto al Giappone e alla Corea del Nord, ne sapremo di più nei prossimi giorni, dato che li affronterà a breve. Se davvero vuole ridurre gli impegni militari sul territorio del Sol Levante, a più di settant’anni dalla fine della guerra non sarà una tragedia, ma la nascita di un nuovo corso per il Giappone.
Dio ce la mandi buona invece con il dittatore coreano Kim Jong-un, perché è un soggetto caratteriale che - almeno a parole e nei gesti – si sente in grado di sfidare il mondo.
 
Resta un mistero il tipo di rapporto che vorrà intessere con l’Europa, dato che ha elogiato la Gran Bretagna che ha voluto staccarsi dall’Unione Europea. Ovviamente la premier britannica Theresa May si è sentita lusingata e ha progettato una strada in comune con gli USA, almeno finché Trump non ha firmato il decreto che impone l’ostracismo ai cittadini di alcuni paesi a rischio. La Gran Bretagna infatti appartiene al Commonwealth, molti dei cui cittadini possono essere considerati pericolosi per gli USA di Trump.
Anche l’Europa ha criticato duramente la decisione di Trump di discriminare in base all’appartenenza e alla fede, che sono due pilastri della libertà dell'individuo.
 
In effetti il «bando anti islamici» sta creando problemi che Trump non aveva (speriamo) neppure immaginato. Il bloccare persone agli aeroporti, senza stabilire un’applicazione ponderata del decreto, non ha precedenti. Impedire il lavoro a persone indispendabili all'industria americana ha fatto sollevare le multinazionali danneggiate. Impedire l'accoglienza ai cervelli in fuga dal resto del mondo è una mossa che favorirà l'Europa. 
Ma anche i rapporti con gli stati discriminati si stanno incrinando paurosamente.
L’Iran si è dimostrato più maturo degli USA, dato che il leader ha detto che «i tempi dei muri sono passati».
Ma è l’Iraq che offre il paradosso più eclatante. Il governo di Baghdad ha annunciato che farà rimpatriare i soldati americani di stanza nel proprio stato. Quindi Trump darà una mano non da poco ai terroristi dell’ISIS che tanto dichiara di voler sconfiggere.
Stessa cosa per la Siria, con buona pace per la Russia che si trova sempre più centrale nella crisi del Medio Oriente, dal quale speravamo di tenerla lontana.
 
Il più delle volte il potere rende responsabili gli uomini di governo, ma in questo caso Trump ci fa venire in mente un precedente che vogliamo citare, senza per questo voler fare un paragone irriverente.
Quando Hitler volle esprimere il suo pensiero politico nel 1925, pubblicò «Mein Kampf», un saggio (ci si passi il termine) nel quale delineava il programma del partito nazista.
Il mondo non prese in seria considerazione il pensiero del futuro Führer, ritenendo il contenuto solo l’espressione dell’odio che Hitler covava nei confronti di quelli che vedeva comei «mali del mondo».
In realtà però, come sappiamo, Hitler mise in pratica tutto il programma con meticolosità teutonica.
Come abbiamo detto, non vogliamo fare paragoni irriverenti nei confronti di Donald Trump, altrimenti avrebbe ragione a considerare i giornalisti delle «cattive persone», le peggiori del mondo.
Quello che vogliamo dire è che anche Donald Trump aveva scritto un programma che i più avevano considerato inverosimile.
Nulla di più sbagliato: il Presidente sta portando avanti il suo programma con meticolosità americana.
 
GdM

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