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Herat: in fibrillazione il raccordo tra la Struttura militare e lo Stato

La sterile polemica sulle circostanze che hanno portato alla morte il caporalmaggiore Miotto in Afghanistan

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Nella foto, il comandante del contingente italiano a Herat, generale Marcello Bellacicco.

Ieri avevamo chiesto delucidazioni al PIO (Ufficio per la pubblica informazione) di Herat sulla vicenda del Caporalmaggiore deceduto nel Gulistan, ma non ci è giunta nessuna risposta.
Il che, in termini giornalistici, è una risposta che si traduce non un no comment, ovvero «non abbiamo niente da aggiungere». Insomma, la versione originale rimane l'unica.
Tuttavia, restano in piedi due versioni, anche se la seconda è solo l'estensione della prima.
Ragionando su tutto ciò, possiamo giungere a una conclusione che, pur restando una nostra opinione, ci sembra utile pubblicare.

Anzitutto, come accennato, quella che è stata chiamata un po' frettolosamente «seconda versione» altro non è che la stessa notizia dotata di maggiori circostanze.
Resta infatti confermata la tesi per cui il povero Miotto sia stato colpito da un cecchino. Il proiettile che lo ha colpito può certamente portare la firma del fucile di precisione russo, anche se ci sembra piuttosto improbabile che la distanza, indicata tra i 1.000 e i 1.500 metri, risponda realtà.

Va comunque precisato che anche i civili in Italia possono comunemente acquistare dei fucili di precisione capaci di centrare un bersaglio posto a mille metri. Si tratta di armi appositamente costruite a tale scopo, il cui calibro è solitamente il 338 Lapu magnum.
La loro precisione è tale da garantire a quella distanza una rosa di tiro entro gli 8 centimetri dal bersaglio.
Ci sono poligoni abilitati al 338 anche in provincia di Treviso e vengono organizzate gare sportive intitolate «Nove su 900».

Se non è sufficiente un normale congegno di puntamento per centrare un bersaglio da quella distanza, va detto che basta un'ottica con l'«olo-point», ovvero con l'ologramma luminoso al posto della crocetta (che a quella distanza potrebbe coprire il bersaglio).
Trattandosi di mirino elettronico, è possibile anche interfacciarlo con un computer che prenda in considerazione la carica esplosiva, le condizioni atmosferiche, le dinamiche ecc.

Ciò detto, ci pare plausibile che si tratti di un cecchino così come lo intendiamo oggi.
Più probabile però che gli insorti avessero scatenato un attacco a fuoco da una lunga distanza e che almeno uno di loro fosse dotato di fucile adeguato e di buona mira, anche perché un cecchino ha bisogno quantomeno di un bersaglio fermo per sparare.
In tutti i casi, tenendo conto che l'unico punto di penetrazione di una persona protetta da giubbotto antiproiettile è il foro per le braccia e che il proiettile impiega un secondo prima di arrivare, si tratta di un caso davvero unico di combinazioni negative incrociate.

Quanto alle circostanze militari, ci pare che anche la versione ufficiale parli di un attacco vero e proprio fatto in forze «relativamente numerose»: più di quattro terroristi, secondo la tecnica della guerriglia.
L'attacco, secondo quanto dichiarato dal ministro La Russa, sarebbe stato un vero e proprio scontro a fuoco durato più di una decina di minuti.

Ma la protesta del ministro sta nel fatto che non siano state comunicate subito tutte le circostanze che hanno portato all'uccisione del caporalmaggiore. A ben leggere, infatti, sarebbe stata comunicata solo la parte finale, la sola che secondo la classificazione militare avrebbe potuto essere definita «notizia suscettibile di comunicazione».
Anche il ministro lamenta solo di essere stato informato in parte e non perché gli sia stata fornita una versione non rispondente alla realtà.

Come abbiamo scritto due giorni fa, è difficile stabilire la sottile linea rossa che divide l'informazione legittima da quella indiscreta.
Se un giornalista non militare può commettere l'errore di dire troppo, un militare non giornalista può commettere l'errore contrario.
Questo però può essere contemplato solo nei rapporti tra il comando militare e la pubblica informazione, non tra vertici militari e ministro.

Un ministro rappresenta infatti il punto di raccordo tra una Struttura dello Stato e il popolo italiano. La gente elegge il politico e non il tecnico, per questo si aspetta che il ministro sia tenuto al corrente sempre di tutto.
In questo caso, se c'è stato un malinteso, è stato gestito male.
Da una parte l'embargo momentaneo e parziale della notizia, dall'altra l'insofferenza di un Ministro che male ha accettato l'idea di essere tenuto all'oscuro di qualcosa.
In effetti, da una parte bastava che il rapporto iniziale fosse completo, con la preghiera di voler attendere qualche giorno prima di diffonderla per intero. Dall'altra era sufficiente che il ministro contasse fino a 10 prima di esternare la propria seccatura.

Gli effetti negativi sono due.
Il primo è che la faccenda ha dato adito alle opposizioni in Parlamento di trovare argomenti di contestazione anche sulla missione militare in Afghanistan, che finora sembrava fuori discussione.
Il secondo è che il commento di La Russa ha spinto il capo di Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, a esprimere una dura reprimenda nei confronti del Ministro.

Insomma, il raccordo tra la Struttura militare e lo Stato è in fibrillazione inutile e controproducente.
Di fronte a tutto questo, apprezziamo perfino il PIO di Herat che non ha voluto rispondere alla nostra richiesta di delucidazioni.
Peccato che sullo sfondo di tutto ciò ci sia la morte di un bravo ragazzo di soli 24 anni.

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