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Il punto sulle elezioni svolte in Afghanistan – Di Francesca Manenti

A oltre un mese dall’inizio delle elezioni presidenziali, la nomina del successore di Hamid Karzai sembra destinata ad essere ulteriormente posticipata

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È passato più di un mese dall’inizio delle elezioni presidenziali che si sono tenute in Afghanistan lo scorso 5 aprile e la nomina del successore di Hamid Karzai sembra destinata ad essere ulteriormente posticipata.
Dopo settimane di spoglio da parte della Commissione Elettorale Indipendente, infatti, i primi risultati hanno evidenziato come nessuno dei candidati abbia raggiunto il 50% delle preferenze, il quorum necessario per vincere la consultazione al primo turno.
Nonostante siano ancora in corso gli accertamenti di validità su decine di migliaia di voti, sembra ormai sempre più probabile che i risultati definitivi, previsti per il prossimo 14 maggio, sanciscano il ballottaggio tra i due contendenti che hanno raccolto il maggior consenso: Abdullah Abdullah, ex Ministro degli esteri, sfidante di Karzai nel 2009 e considerato il favorito, e l’ex Ministro delle finanze Ashraf Ghani, attestatisi rispettivamente a circa il 45% e il 32%.
Qualora anche l’attività di verifica, ora in fase di completamento, non alterasse gli attuali risultati, solo un eventuale, e alquanto improbabile, accordo tra i due candidati potrebbe scongiurare lo slittamento dell’insediamento del nuovo Presidente.
Appare plausibile, al contrario, che sia Abdullah sia Ghani cerchino di agevolare la formazione di alleanze strategiche con i candidati ormai esclusi dalla competizione, i quali, identificato il rispettivo cavallo vincente su cui scommettere, potrebbero decidere di offrire il proprio sostegno elettorale in cambio di un futuro riconoscimento all’interno del nuovo governo.
 
In una fase delicata come quella del ballottaggio, in cui in genere l’affluenza alle urne rischia sempre di registrare un sensibile calo rispetto al primo turno, la possibilità di ampliare il proprio bacino elettorale potrebbe effettivamente consentire ad uno dei due candidati di raggiungere lo scarto di voti necessario per aggiudicarsi la vittoria.
In questo contesto, la recente alleanza tra Abdullah e Gul Agha Sherzai, candidato che, sebbene si sia attestato al 1,9% a livello nazionale, ha ottenuto un ottimo risultato nella provincia meridionale di Kandahar, potrebbe risultare una scelta strategica per Abdullah, unico candidato ad essere di etnia mista (pasthun di padre e tagiko di madre). La maggioranza della popolazione nella regione meridionale, infatti, è di etnia pashtun e, in particolare appartenente alla confederazione tribale Durrani, come l’attuale Presidente e lo stesso Sherzai.
In un Paese in cui il legame etnico e tribale rappresenta tuttora uno dei principi cardine per la gestione delle dinamiche politiche e sociali, trovare un alleato di sostanza a Kandahar non solo potrebbe consentire ad Abdullah di incontrare il sostegno degli elettori di Sherzai, ma, soprattutto, potrebbe orientare il voto di quanti si riconoscono nella tribù Durrani, e permettere all’ex Ministro degli Esteri quindi di sottrarre un’importante fetta elettorale al suo rivale, anch’egli pashtun ma appartenente ad un’altra confederazione tribale.
 
L’iter per la definizione del nuovo Presidente, dunque, tra secondo turno, nuovi scrutini ed eventuali denunce di brogli, potrebbe dilatarsi fino all’inizio dell’estate.
Lo stallo politico che si verrebbe inevitabilmente a creare, però, potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo per la già difficile gestione della sicurezza all’interno del Paese.
Nonostante gli episodi di violenza direttamente connessi alle elezioni siano stati piuttosto circoscritti, l’insorgenza talebana continua a rappresentare la principale minaccia alla stabilità.
Il recente riacutizzarsi delle violenze, anche in regioni in genere interessate solo marginalmente dal fenomeno (come la valle del Panjishir, da sempre considerata roccaforte delle Forze anti-talebane) ha messo in evidenza quale sia, tuttora, la reale portata dalla militanza talebana.
 
Nonostante le Forze afghane (Afghan National Security Forces – ANSF) siano ormai pienamente responsabili della sicurezza interna, gli attacchi compiuti in questi mesi sia contro obiettivi civili sia contro personale militare e di Polizia, hanno sollevato alcune perplessità sull’effettiva autonomia del personale di sicurezza nel garantire la stabilità del Paese.
L’assistenza delle Forze internazionali per portare avanti il processo di rafforzamento delle ANSF, dunque, appare ancora di grande importanza per rispondere con efficacia all’azione destabilizzatrice dei militanti.
Tuttavia, nonostante l’approssimarsi del ritiro definitivo delle truppe straniere dal Paese, che dovrebbe essere completato entro il 2014, non è ancora stato raggiunto un’intesa riguardo al Bilateral Security Agreement (BSA), l’accordo tra governo afghano e Stati Uniti che dovrebbe fornire il quadro giuridico delle truppe internazionali presenti in Afghanistan a partire dal prossimo gennaio.
L’assenza del BSA rappresenta una variabile critica anche per quei Paesi europei, tra i quali l’Italia, che hanno espresso l’intenzione di portare avanti il proprio impegno nel Paese e, conseguentemente hanno aderito a Resoulte Support, la missione NATO che dovrebbe avere inizio nel 2015.
La definizione del NATO Status of Forces Agreement, infatti, è strettamente vincolato al raggiungimento di un accordo tra Kabul e Washington.
 
La reticenza a firmare l’accordo dimostrata in questi mesi dall’attuale Presidente afghano non solo è stata motivo di un significativo deterioramento delle relazioni tra Kabul e Washington, ma rischia anche di compromettere seriamente lo sviluppo futuro dei programmi di addestramento delle Forze di sicurezza nazionali.
In assenza di una precisa definizione dell’accordo, infatti, appare alquanto improbabile la permanenza dei contingenti internazionali, statunitensi e NATO, a partire dal prossimo gennaio.
Il procrastinarsi del definitivo passaggio di consegne tra Karzai e il suo successore, dunque, potrebbe dunque congelare l’attuale impasse venutasi a creare tra il governo e le Forze internazionali, con effetti che potrebbero rivelarsi deleteri sia per il successo del processo di formazione del personale afghano, militare e di polizia, sia, di conseguenza, per l’efficacia della capacità di risposta delle autorità nazionali alla costante instabilità interna.
Benché entrambi i candidati ad oggi destinati al ballottaggio abbiano espresso l’intenzione di firmare l’accordo con gli Stati Uniti, l’effettivo insediamento del nuovo Presidente potrebbe essere posticipato alla fine dell’anno e, con esso, la definizione del BSA. 
 
Francesca Manenti
Ce.S.I.

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