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Missione giornalistica in Libano, il Paese dove vivono i Cedri/ 2

Come costruire una pace duratura tra due Paesi da sempre in guerra con l’impiego di 3.600 soldati determinati a mantenerla

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Nella foto sopra, il mitragliere di scorta prende posizione sulla ralla del lince di scorta.
  


Allo sbarco in terra libanese in veste di giornalisti embedded nell’Esercito Italiano (= accorpati nell’EI) si comprendono subito due cose.
La prima è che siamo una potenza militare in terra straniera, la seconda è che siamo amati prima ancora che rispettati.
Tuttavia, il pericolo è nell’aria come negli altri teatri di guerra in cui sono impegnate le nostre forze armate. L’attentato è potenzialmente sempre dietro l’angolo e, come abbiamo visto nel passato, può venire da qualsiasi parte.
Fatto sta che, raggiunta la base logistica UNIFIL di Beirut, la partenza per il Libano meridionale viene organizzata con le massime precauzioni.
A tutti viene dato il sacco Gap (giubbotto anti proiettili), contenente anche l’elmetto, un pronto soccorso tattico e un altro elemento protettivo del corpo umano.
«Metterete i bagagli a mano nel sedile del finestrino, – ci dice il sottufficiale che organizza la spedizione. – Voi invece starete seduti sul sedile del corridoio. In questa maniera sarete protetti maggiormente in caso di attacco. Tenete le tendine chiuse, indossate il giubbotto e l’elmetto.»
  

Nella foto sopra, una scena poco rassicurante vista dal pullman che ci porta alla base di Shama. 
  
Il viaggio per la base di Shama durerà tre ore. Trascorse con giubbotto e elmetto sono davvero faticose. Eppure, nessuno si lamenta. Qualcuno si abitua a dormire proprio grazie al giubbotto che lo tiene in posizione fissa.
Il convoglio è formato da quattro pullman di soldati e da un Carro Pesante che trasporta il container con i bagagli e le armi, accompagnati da un certo numero di veicoli di scorta. Vi sono autoveicoli dotati di jammer (disturbo anti telefonino), blindati puma (a tre assi) e i blindati lince. I veicoli militari della LAF (forze armate libanesi) aprono e chiudono il corteo.
Dopo due ore di viaggio, al termine dell’autostrada nord-sud, la scorta libanese lascia il convoglio e i nostri lince diventano la nostra scorta effettiva: ralla aperta, mitragliere che brandeggia armi di gruppo leggere e pesanti. Il convoglio si più compatto e mantiene massima allerta.
Quando entriamo nella base di Shama è l’alba, siamo tutti stanchissimi (abbiamo fatto 48 ore senza dormire né mangiare), ma almeno siamo a destinazione. La nostra missione è cominciata.
 

L'accesso alla base di Shama.

È domenica mattina e chi può riposa un po’ più del solito.
Io e due colleghi maschi entriamo nella camerata che ci è stata assegnata, dove ancora dormono due giovani ufficiali. Riescono a dormire anche se noi ci sistemiamo con un certo impaccio. È da anni che non ci facciamo il letto da soli e forse i due giovani non se lo sono mai preparato…
Ci viene detto che se vogliamo possiamo dormire, ma ormai sono le otto e non vogliamo metterci a letto.
Sicché non ci resta che far buttar giù dalla branda anche il tenente colonnello Angelo Vesto (nella foto di fianco), responsabile del PIO, l’Ufficio Pubblica Informazione, che si era programmato il sonno del giusto prima di affrontare e tenere a bada la squadra di cinque giornalisti.
Ci riceve e si presenta insieme ai suoi collaboratori. Ci informa con un promemoria sul programma della missione e in dettaglio gli impegni della giornata appena cominciata.
Angelo Vesto è un ufficiale di lunga carriera e di grande esperienza. È un siciliano di Messina ed è solare e colto e vivace come solo i siculi riescono a essere. Inoltre è moralmente dotato e professionalmente attrezzato. In aggiunta ha il sottile senso dell’umorismo che io apprezzo particolarmente. La confidenza senza riserve che ci dà anticipa la certezza che non lascerà correre la minima infrazione da parte nostra.
Giornalista anche lui da tempi immemorabili, conosce i suoi polli e ha disposto che non possa esservi un solo minuto di ozio per noi. Un giornalista impegnato è meno pericoloso di uno in ozio che va in giro per la base.
Da soli, comunque, in giro per la base non ci lascia andare.

 
Per quella mattina è prevista una serie di incontri.
Anzitutto il briefing sui motivi per cui i nostri militari sono lì e sulla situazione della missione.
«Oltre a noi sono presenti molte altre forze armate, la più numerosa delle quali è quella spagnola. Per questo il comando UNIFIL attualmente è ispanico, anche se di preferenza viene affidato a un generale italiano.
«Con la risoluzione 1.701 – prosegue Vesto – l’ONU ci ha affidati una serie di incombenze, le cui principali sono quelle di assistere le LAF, di rastrellare tutte le armi in possesso ai non governativi e soprattutto di collaborare attivamente alla definizione di un confine certo tra Israele e Libano. I dettagli ve li spiegheranno i vari comandi di unità.»
Da giornalisti quali siamo, possiamo aggiungere che la missione reale, quella che non solo giustifica ma impone la presenza ONU in Libano, è l’ultima citata dal colonnello del Pio: la costruzione di un confine certo e condiviso. La linea di confine viene definita «Blue Line» perché viene costruita con pazienza giorno per giorno, passo a passo, con pazienza e buona volontà dai soldati dell’UNIFIL con i plinti che segnano i punti di confine concordati tra le parti sono dipinti di blu Onu.
Ma avremo modo di parlarne diffusamente, perché la Blue Line è il vero raccordo tra la guerra e la pace in quel settore caldo del mondo. 
 
 
 
Nelle foto sopra, in senso orario, il generale De Cicco, il colonnello Sciosci e il colonnello Poli. 
 
Il responsabile del Pio ci presenta poi al colonnello Riccardo Sciosci, comandante del 6° Reggimento Trasporti con sede a Budrio (BO), che cura non solo la logistica delle basi italiane ma anche tutti i servizi collegati, che vanno dalle forniture di acqua potabile e il vettovagliamento, dalla sicurezza NBC alla sanità.
Abbiamo visitato così l’officina dei nostri mezzi militari (c’era in cura anche un cingolato), la centrale anti nucleare biologica e chimica e il piccolo ospedale. In una base che accoglie 2.000 soldati, l’uno percento ha sempre bisogno di qualche consiglio medico e la mattina una ventina di ragazzi si presentano in astanteria.
«Sono ragazzi di sana costituzione, – ci dice il responsabile medico militare della base. – Per questo si presentano in pochi e il tutto si risolve quasi sempre con una visita e una prescrizione medica. Attualmente ne abbiamo ricoverato uno solo. Assolutamente non grave, altrimenti lo avremmo trasportato in un ospedale di riferimento UNIFIL.»
Fanno capo al servizio sanità anche o medici distaccati in altre unità dove la presenza dei sanitari è prevista per regolamento.
 


Dopo la visita agli aspetti logistici, si incontra il generale comandante, Gualtieri Mario De Cicco.
Ha poco tempo a disposizione, ma ci saluta volentieri perché in quel momento siamo l’interfaccia con il suo Paese.
Comanda il settore a sud del fiume Litani, un’area dalle dimensioni di 25 chilometri per 30, presidiata da 3.600 militari, dei quali circa 1.600 italiani. Il resto sono di nazioni come la Francia, il Ghana, la Corea del Sud, Malesia, Irlanda e perfino distaccamenti della Slovenia del Brunei e della Tanzania.
Vi partecipano anche una quarantina di carabinieri, che svolgono funzioni di polizia militare.
Il contingente italiano è formato dalla Brigata Meccanizzata Aosta, dislocata su quattro basi principali: Shama, dove ha sede il comando, Marakah che ospita il VI Reggimento Bersaglieri di Trapani, Al Mansouri e Zibquine che è presidiato dal VI Reggimento Lancoeri di Aosta.


La sala briefing alla base di Shama, in un tendone gonfiabile, con microfoni e videoproiettore.

Nel pomeriggio, veniamo portati a visitare quest’ultimo reggimento, dove ci accoglie il comandante colonnello Fulvio Poli. Lo vediamo nella foto, accanto alla Bandiera di Guerra del Reggimento. Bandiera decorata con varie medaglie, delle quali almeno due vanno menzionate perché davvero meritate in condizioni estremamente particolari.
Come si sa, nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza (il Regno d’Italia aveva solo 5 anni...), il Reale Esercito Italiano subì una cocente sconfitta a Custoza per opera degli Austriaci, che pur essendo meno numerosi erano ben comandati. 
Nel corso della battaglia, molti si comportarono eroicamente, ma solo i Lancieri di Aosta vinsero. E per ben due volte nella stessa giornata: due medaglie d’oro alla bandiera. Fantastico.
Non a caso (foto sopra), all’ingresso della base dei Lancieri viene ostentato il nome di Custoza nei tre colori.
  

In questa suggestiva immagine, i corazzati dell'Aosta Cavalleria, col mare di sfondo.

«Il nostro compito – ci spiega il colonnello Poli in un briefing – è sostanzialmente quello di raccordare le parti sulla collocazione dei plinti della Blue Line (tecnicamente definiti Blue Pillar) e curarne la messa a dimora. Ci sono commissioni di militari libanesi e israeliane che concordano punto per punto. È previsto un totale di 469 Blue Pillar, dei quali ne sono stati concordati 171 e dei quali, a loro volta, 100 sono stati già posizionati.»
Non è un lavoro da poco, ci spiega il comandante. Il punto astronomico della messa a dimora del Pillar deve essere concordato dalle parti con uno scarto non superiore ai 50 centimetri. Anche la loro costruzione viene poi verificata dalle parti e, se ci sono controversie superiori ai 50 cm, vanno rifatti.
Raccordare le parti è un lavoro improbo, più da diplomatici che da soldati, ma deve essere gestito da militari perché o rappresentanti di Israele e Libano sono appunto militari. I politici in un secondo momento faranno del confine una realtà sancita dalla legge.
Con i ritmi attuali, ammesso che non scoppino discussioni insuperabili (come ad esempio al momento della divisione di alcuni villaggi che si estendono a cavallo del confine), ci vorranno almeno quattro anni di lavoro.
 
 

Nelle due immagini, la Blue Line come vista da Google Earth e come si trova tracciata dai militari.
 
Nella prossima puntata spiegheremo come si svolgono le riunioni periodiche delle forze armate Libanesi e Israeliane, ospitate dai Lancieri d’Aosta una volta al mese e i problemi oggettivi dei nostri militari che materialmente posano i Blue Pillar.
Si tratta della fase più delicata e rischiosa dell’intera operazione UNIFIL, che vede i nostri ragazzi davvero in prima linea ed esposti a pericoli che i nostri concittadini neanche possono immaginare.
 
Guido de Mozzi
G.demozzi@ladigetto.it 

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