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Cosa sta succedendo dalla Libia alla Siria?

Il tracciato di una situazione drammatica e in continua evoluzione – A cura dell'Osservatorio di Politica Internazionale

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Ora che l’Europa si sta curando le ferite del peggiore attacco terroristico di matrice islamica mai consumato nell’Antico Continente, è bene secondo noi offrire ai nostri lettori un quadro generale della situazione geopolitica in Nord Africa e nel Medio Oriente, con particolare attenzione alle situazioni evolutive tra la Libia e la Siria.
Lo faremo in varie puntate, parlando di ogni singolo paese. E lo facciamo con la collaborazione con uno degli organismi più esperti in materia, il Centro Studi Internazionali, il cui osservatore politico Gabriele Iacovino ha scritto le dotte pagine che andiamo a pubblicare in più puntate.
Di seguito, la prima parte: la situazione nel suo insieme.

Il 2014 si è concluso lasciando irrisolti i nodi relativi ai due maggiori poli di instabilità nel Mediterraneo e in Medio Oriente, ossia la Libia e la Siria.
Tuttavia, soprattutto per quanto riguarda il grande Paese nord africano, si cominciano a vedere i primi segnali di una più incisiva azione della Comunità Internazionale volta a cercare di porre un freno all’anarchia libica favorendo il dialogo con le componenti più moderate dello spettro sociale e politico.
Inoltre, non è da escludere che nei prossimi mesi, all’interno dei consessi ONU, si faccia largo la possibilità di una missione internazionale di stabilizzazione, i cui termini, tuttavia, non potranno prescindere dall’individuazione di un credibile e influente interlocutore nazionale.
Occorre sottolineare come, in questa direzione, la diplomazia italiana abbia dimostrato una incredibile vitalità e dinamicità.
Infatti, il dossier libico è stato un punto centrale nell’agenda del Governo Renzi, che, nell’ultimo trimestre, si è dimostrato abile nel cercare di costruire una rete multilaterale che potesse fungere da «contact group» informale sulla Libia.
 
La visita ufficiale del Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi a Roma ha mostrato i primi segnali di una potenziale cooperazione italo-egiziana sul dossier libico, il cui fulcro è la comune volontà di pacificare il Paese e scongiurare la massiccia e incontrollata diffusione del radicalismo jihadista.
Sino ad oggi, Roma e Il Cairo hanno offerto, in maniera diversa, il proprio rilevante contributo nel processo di ricostruzione dello Stato e sostegno alle forze moderate del Paese: l’Italia, ormai da mesi, addestra i militari che andranno a costituire la spina dorsale del futuro Esercito nazionale libico, mentre l’Egitto ha verosimilmente fornito alle organizzazioni para-militari laiche i caccia bombardieri utilizzati nella battaglia contro le milizie islamiste.
Oltre all’Egitto, il nostro Paese ha parlato della strategia di stabilizzazione della Libia con l’Algeria, a margine di un bilaterale il cui focus principale era di natura economica, e, soprattutto con il Regno Unito.
Infatti, nel corso dell’ultimo summit NATO di Bruxelles, i rappresentanti della Farnesina e quelli del Foreign Office britannico hanno gettato le basi per una ipotetica azione comune, nelle appropriate sedi internazionali, volta alla definizione di una missione di stabilizzazione sotto mandato ONU.

 La situazione in generale

L’incredibile rapidità dell’azione dello Stato Islamico in Iraq e il suo rafforzamento in Siria hanno portato la Comunità Internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ad approntare un intervento militare contro una realtà terroristica che appare come la più grande minaccia alla sicurezza globale degli ultimi 10 anni.
Baghdadi, l’autoproclamato califfo dello Stato Islamico, non solo è riuscito a creare un movimento jihadista attivo nella guerra civile siriana, ma è anche stato capace di inserirsi nel tradizionale scontro settario in Iraq - suo Paese d’origine - e, sfruttando le debolezze delle istituzioni centrali, ha inferto un duro colpo alla stabilità dell’intera regione.
Occorre quindi sottolineare come lo Stato Islamico, oltre ad essere un gruppo terroristico che è riuscito a diventare il punto di riferimento del jihadismo internazionale, ha raccolto attorno a sé diverse realtà del panorama sunnita iracheno, dalle tribù di Anbar, scontente per la spartizione del potere locale, ai reduci del regime baathista, rimasti lungamente nell’ombra ad aspettare il momento propizio per colpire il governo di Maliki, reo di aver tutelato quasi esclusivamente gli interessi della componente sciita del Paese.
Tuttavia, oltre all’abile manipolazione dell’antico settarismo iracheno, l’avanzata dello Stato Islamico è stata facilitata della scarsissima preparazione dell’Esercito iracheno, che si è letteralmente disciolto davanti all’avanzata jihadista.
Non risulta azzardato immaginare che le lo Stato Islamico avrebbe potuto prendere il controllo di una porzione ancora maggiore del territorio iracheno qualora a contrastarlo non fossero intervenute sia le milizie sciite, supportate dall’Iran, sia i Peshmerga curdi, soldati della Regione Autonoma del Kurdistan.
 
Proprio i curdi sono stati tra i maggiori destinatari del sostegno logistico occidentale, grazie ai cospicui carichi di medicinali, cibo, equipaggiamento, armi e munizioni forniti ai Peshmerga, spina dorsale della resistenza opposta allo Stato Islamico.
Anche l’Italia, perfettamente consapevole della minaccia regionale e internazionale costituita dal movimento jihadista siriano ed iracheno, ha contribuito al sostegno della resistenza curda. E occorre sottolineare come, per il governo di Roma, il contrasto allo Stato Islamico non sia avvenuto soltanto con azioni mirate in Medio Oriente, ma anche sul territorio europeo e nazionale, intensificando i controlli di sicurezza con l’obbiettivo di scongiurare i rischi legati sia al ritorno dei combattenti stranieri in patria sia alla radicalizzazione di cellule locali.
In un momento in cui la Comunità Internazionale appare poco propensa all’invio di propri militari sul campo di battaglia, i combattenti curdi hanno rappresentato, in un certo senso, i famosi «boots on the ground» (stivali sul campo) invocati da alcuni ambienti interventisti minoritari presenti in ogni singolo Paese.
Ad oggi, l’intervento militare contro lo Stato Islamico ha assunto la forma di ripetuti raid aerei mirati a distruggere convogli, basi di addestramento, infrastrutture critiche e di comando e controllo del gruppo. Tale azione, che ha avuto negli Stati Uniti il maggior protagonista e contributore (98% delle sortite aeree), si è configurata come una coalizione internazionale formata sia da Paesi occidentali che da Paesi del Medio Oriente.
In questo senso, l’Amministrazione Obama è stata molto abile nel coinvolgere le Monarchie del Golfo e il grande alleato giordano, evitando così di presentare l’intervento militare come l’ennesima guerra dell’Occidente contro il Mondo Islamico.
Si tratta di un successo politico, diplomatico e propagandistico non indifferente, soprattutto se si considerano le recenti difficoltà che Washington ha incontrato nella conduzione della propria politica estera.
 
L’avanzata dello Stato Islamico in Iraq e Siria ha parzialmente spostato l’attenzione dei media internazionali da un altro dossier la cui gravità non accenna a diminuire, ossia quella crisi libica sempre più epicentro dell’instabilità del Nord Africa e del Mediterraneo.
Tale spostamento del barometro mediatico e di politica estera da parte dei principali Paesi occidentali ed arabi non ha tuttavia riguardato l’Italia che, al contrario, ha invitato la Comunità Internazionale assolutamente a non sottovalutare gli eventi libici.
Infatti, in più occasioni, i vertici politici e istituzionali del nostro Paese hanno ribadito la necessità di elaborare una strategia comune per arginare la guerra civile libica e ristabilire l’ordine e la sicurezza nella sponda meridionale del Mediterraneo.
Tale necessità è resa ancor più pressante dagli sviluppi degli ultimi mesi, tesi alla radicalizzazione dello scontro tra i secolaristi e gli islamisti, tra il Parlamento eletto di Tobrouk e quello auto-proclamato di Tripoli, tra le milizie del Generale Haftar e i gruppi armati sotto l’ombrello del Consiglio Rivoluzionario di Bengasi.
Al di là della distanza geografica che separa Libia e Medio Oriente, le rispettive crisi potrebbero diventare presto due facce della stessa medaglia, in quanto, anche in Cirenaica e Tripolitana, i gruppi islamisti più estremisti locali hanno cominciato a manifestare interesse e comunanza di vedute con lo Stato Islamico.
Dunque, sussiste un rischio concreto sia che il modello operativo e politico lanciato da Baghdadi ispiri i combattenti nordafricani e sia che le reti jihadiste locali cooptino le agende delle tribù e delle milizie locali per la creazione di un «califfato» anche nel Maghreb.
 
Infine, volgendo lo sguardo ad un altro teatro di interesse strategico per l’Italia, ha destato particolare soddisfazione la decisione, da parte del nuovo Presidente afghano Gahni, di procedere alla conclusione degli accordi di sicurezza con Stati Uniti e NATO, rispettivamente il Bilateral Security Agreement (BSA) e il NATO Status of Force Agreement (SOFA), dopo una estenuante trattativa durata oltre 2 anni e influenzata dall’ambiguità dai giochi politici dell’ormai ex Capo di Stato Hamid Karzai.
Dunque, grazie al SOFA, l’Italia ha ricevuto quell’indispensabile cornice giuridica e quella necessaria manifestazione di volontà politica da parte di Kabul che le consentiranno, al pari dei suoi alleati in Resolute Support, di continuare ad aiutare il popolo e le istituzioni afghane nel complesso processo di pacificazione e stabilizzazione.
Il personale italiano continuerà a portare avanti i programmi di addestramento e advisoring per le Forze di sicurezza afghane con il chiaro intento di consolidare i risultati e i successi raggiunti in dieci anni di presenza sul terreno.
 
Ce.S.I
(Prossimo:l’Afghanistan)

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