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Un viaggio in Arabia/ 3 – Di Luciana Grillo

Yanbu Albahar, città di 400.000 abitanti, dove visse nel primo ventennio del secolo scorso Lawrence d’Arabia, l’artefice della rivolta araba contro gli Ottomani

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La nave di notte naviga, al risveglio ci troviamo in un nuovo porto, quello di Yanbu Albahar, una città di 400.000 abitanti, dove visse, nel primo ventennio del secolo scorso, Thomas Edward Lawrence, l’ufficiale inglese noto che partecipò alla Grande Rivolta Araba contro la dominazione ottomana.
In realtà di Lawrence d’Arabia si dicono tante cose. Si sussurra che sia stato un agente dei servizi segreti di Sua Maestà britannica; certamente fu un archeologo appassionato e uno scrittore affascinante, oltre che un abile stratega della guerriglia che organizzò il sabotaggio della linea ferroviaria che da Damasco arrivava a Madinah.
La guida che ci accompagna lo cita spesso, ricorda anche la delusione di Lawrence che aveva combattuto contro la Turchia per la libertà dei Paesi arabi e, finita la rivolta, fu costretto ad assistere alla spartizione dei territori da parte delle potenze coloniali europee.


 
Yanbu Albahar, città di mare poco distante da Yanbu An Pakhl, che è nell’interno, è diventata, a partire dagli anni ’70 del Novecento, prevalentemente una città industriale, in cui il lungomare separa le case dalle numerose raffinerie che dal mare lanciano fiamme, attraverso gli intrecci di ferro che fanno pensare a tante torri Eiffel, o – con più fantasia – a lunghi colli di giraffe.
Il lungomare si amplia, diventa un grande parco, un vero polmone verde, ricco di fontane e fiori, ponticelli romantici, laghetti e persino piccole cascate, che la guida ci mostra con entusiasmo, ricordandoci più volte che nell’antichità proprio qui si trovavano 300 sorgenti naturali.
Antonella, dell’Ufficio Escursioni, traduce per noi, con competenza e grande disponibilità.
 
La parte vecchia conserva tracce del passato che i sovrani vogliono restaurare a beneficio dei turisti; oggi è una città-cantiere, si affaccia sul porto, dove una volta si trovavano i banchetti che vendevano il cibo per i pescatori.
La guida ci dice che nel passato questo era il luogo privilegiato di incontri fra viaggiatori e commercianti di tutto il mondo.
Dal Souq Al-Lail si diffondono profumi molto intensi, in ogni piccola bottega ci sono donne che vendono datteri, creme e saponi, che fanno tatuaggi (lavabili) con l’henné, che ci guardano con simpatia.
Sono immigrate, dalla pelle nera e dai capelli crespi.
 

 
Le ricche saudite non frequentano il Souq, preferiscono barocchi centri commerciali dove trovano abiti, scarpe, borse e cosmetici firmatissimi.
Dal Souq al waterfront il passo è breve: tutte le case sono in ristrutturazione, fra qualche anno saranno piccole graziose ville a schiera senza identità.
Le aiuole sono numerose e curatissime, archi di ferro sono ricoperti di foglie verdi e fiori… ma che delusione: aiuole, fiori e foglie sono di plastica! Ingannano da lontano gli occhi, ma da vicino si rivelano riproduzioni grossolane made in China.
 
Un po’ deludente questa Yanbu, detta «città dalle due anime» perché secondo i manager del turismo comprende la parte antica e quella moderna. Purtroppo non abbiamo il tempo di fare un’escursione per raggiungere la barriera corallina.
La guida (e Antonella continua a tradurre) ci dice che i campi di corallo sono così estesi da far pensare a città sottomarine.
Ancora una volta, penso di aver visto una realtà in via di cambiamento.
Chi verrà qui fra qualche anno, potrà pensare di trovarsi alle Seychelles o a Mauritius; l’idea di preservare il patrimonio architettonico è piuttosto impopolare. Alle costruzioni originali si sostituiscono le villette a schiera…
Ancora una volta penso che gli errori degli altri diventano esempi da imitare. La storia non è – e non è stata – magistra vitae.

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