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Dal nord al sud, via mare, quinta parte – Di Luciana Grillo

Si passa lo stretto di Gibilterra, si arriva a Cartagena. Poi a Valencia e Barcellona

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Gibilterra.
 
La prossima tappa sarà Cartagena. Nel giorno di navigazione, dopo aver passeggiato sui ponti, letto, dipinto una t-shirt al Laboratorio creativo, mi affaccio a guardare il passaggio delle Colonne d’Ercole: penso a Ulisse e ai grandi navigatori che le oltrepassarono in senso contrario al mio. Io vado verso est, loro andavano verso ovest.
Nel punto più vicino tra Europa e Africa, si vedono nettamente le coste.
Il direttore di crociera diffonde con gli altoparlanti presenti nelle sale interne e sui ponti – ma non nelle cabine per non disturbare chi riposa – tutte le notizie «tecniche» relative al passaggio.
 
Lo stretto di Gibilterra è lungo circa 60 chilometri, largo 14 nel punto più stretto e 44 nel punto più largo.
Si fronteggiano Gibilterra, territorio appartenente al regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, dove ufficialmente si parla in inglese (ma tutti capiscono e parlano lo spagnolo), e Ceuta, enclave spagnola in Marocco.
Questa volta la nave non si ferma a Gibilterra: io ne ho un ricordo vivissimo, sia della città in riva al mare, affollata di turisti e negozi, sia della Rocca che è attraversata da cunicoli e abitata da una impertinente colonia di scimmie che strappano dalle mani dei turisti cibo, bottigliette d’acqua, persino occhiali da sole…
 

Cartagena.
 
Si naviga con mare calmo e sole splendente. Si entra nel mare nostrum e ci si sente quasi a casa.
La prima città spagnola sul Mediterraneo dove sostiamo è Cartagena: il nome mi fa pensare alle guerre puniche e ad Annibale.
Il porto è nuovo, ricco di piante e vialetti. In uno slargo si eleva una colonna che ricorda i caduti di Cuba nel tardo ’800.
La città è proprio a due passi: incontro subito il busto bronzeo del re Carlo III di Borbone-Farnese, vissuto nel 1700, duca di Parma e Piacenza, poi re di Napoli e di Sicilia (a Napoli una bellissima piazza è dedicata a lui), infine re di Spagna.
 
Percorro con l’aiuto di una mappa strade belle, vedo palazzi nobiliari, raffinatissime ringhiere in ferro battuto, piazze ampie, chiese ricche di ori e stucchi, poi, in un vicoletto, si apre la porta del Museo Archeologico, piccolo e ordinato, dove scopro un bellissimo busto di Rea Silvia – madre di Romolo e Remo – e tanti altri reperti che hanno a che fare con il mondo latino.
Attraverso un corridoio sotterraneo, sul quale si ergono i ruderi della Iglesia de Santa Marìa la Vieja, esco all’aperto e mi trovo in un teatro romano del Primo secolo a. C. Salgo in alto verso la facciata della chiesa, ridiscendo nella cavea, mentre intorno c’è la città, con i suoi rumori e la sua vita.
Visita emozionante, ma il restauro del teatro mi sembra un po’ troppo!
 

 
Nel pomeriggio, vado verso destra, percorro un viale, trovo un ascensore che mi porta sulla collina dove campeggia un castello medioevale, anche questo restaurato troppo.
Il panorama a 360° è bello, il vialetto di accesso è impreziosito da maioliche moderne che riprendono antichi detti in latino, citano Andrea Doria e Plinio; in basso, un busto di Asdrubale, fratello di Annibale, fondatore di questa città. Devo confessare che mi emoziono. Ricostruisco su memorie lontane che Cartagena fu espugnata da Scipione l’Africano e diventò romana al tempo di Giulio Cesare.
Di fronte, oltre il viale, su una collinetta, c’è un altro teatro romano, circondato in parte da mura e in parte trasformato in plaza de toros, non è raggiungibile né visitabile.
 
Torno a bordo con l’idea di aver visitato una città che è stata crogiuolo di civiltà, certe costruzioni hanno particolari moreschi, le tante chiese sono la testimonianza della permanenza dei cristiani.
A bordo, doccia, spettacolo, cena e la musica graffiante di Giorgio Rossi che ormai ci saluta da lontano quando ci vede arrivare.
Notte tranquilla, penultima tappa è Valencia: in attesa di sbarcare per salire sulla navetta che ci porterà in centro città, sento passeggeri che «non vedono l’ora di mangiare la paella»…
 

Valencia.
 
Io voglio tornare nel centro della città, rivedere strade chiese e palazzi, entrare in Cattedrale e ritrovare il «Santo Caliz» – forse il Santo Graal – in una piccola cappella, il ricco altare maggiore sovrastato da una cupola ottagonale, la Madonna del parto protettrice delle partorienti, le lastre di alabastro che mi ricordano sia il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna che la suggestiva abbazia di Sant’Antimo a Montalcino.
Il mio pensiero va subito a Dante che nel Paradiso, quando vede scendere l’anima del suo avo Cacciaguida, evoca la fiamma che si intravede dietro l’alabastro…
Valencia mi intenerisce, l’ho visitata la prima volta con i miei genitori, i fratelli, gli zii e i cugini tanto tempo fa. L’albergo dove alloggiammo non esiste più, ma cerco ostinatamente la Calle del Almirante Roger de Lauria/Carrer de Roger de Llòria (in catalano valenciano), perché questo ammiraglio era nato nel paese di mio padre, Lauria!

La crociera volge al termine.
Dopo uno splendido spettacolo di flamenco e un’altra notte pacifica, sostiamo a Barcellona per poche ore. Il porto è a pochi passi dalla Rambla, quindi scendo e passeggio in questa città che amo, dove sono stata molte volte, dove apprezzo le costruzioni massicce del Barrio Gotico, le piazze moderne, il coloratissimo mercato della Bouqueria, la folla variopinta e i mimi che attendono un piccolo obolo fermi per ore in pose improbabili.
I barcellonesi sanno mescolare con abilità antico e moderno, le case di Gaudì che sembrano ondeggiare, i palazzoni ottocenteschi e le costruzioni moderne e geometriche, le vetrine che mettono insieme libri antichi e ventagli che riproducono le forme colorate di Mirò.
 

MIrò a Barcellona.
 
Nel 14° giorno, si sbarca. Poche formalità, qualche saluto (l’Hotel Director mi augura buon ritorno a casa e io gli rispondo Arrivederci!) e poi in taxi alla stazione ferroviaria, con un solo piccolo trolley. La valigia viaggia da sola, gentilmente spedita direttamente a casa dal Costa Club.
Dove andrò la prossima volta?
Quali ricordi sopravviveranno?
 
Ancora una volta faccio un veloce bilancio: ho visto luoghi che non conoscevo, ho provato emozioni intense, ho ripercorso strade, scale, vicoli che sento sempre più miei, ho conosciuto persone gentili con le quali si è creata una simpatia spontanea (e dunque scambio di numeri di telefono e messaggi WhatsApp), mi sono (un po’) riposata, ho avuto ancora una volta conferma che un viaggio via mare mi permette di vedere molto, circondata da personale garbato, che si prende cura di me.
E non è poco!

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