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Le mie Seychelles – Di Luciana Grillo

Un arcipelago paradiso formato da più di cento isole con meno di 100.000 abitanti

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Altro paradiso per i turisti! Altro arcipelago formato da più di cento isole con meno di 100.000 abitanti.
La capitale è Victoria, nell’isola di Mahé. Si parla inglese, francese e creolo, anche qui una lingua mista, diversa da quella delle isole circostanti (Mauritius, Reunion, Comore, Maldive…).
Anche qui, forse, arrivarono i malesi e gli arabi prima di Cristo, ma furono i portoghesi guidati da Vasco de Gama a scoprirle realmente nel 1502.
Le chiamarono «Amirantes», cioè isole dell’ammiraglio, ma poi nell’uso comune prevalse il nome «Sette sorelle» da cui l’attuale Seychelles.
 
Per i portoghesi furono solo una tappa verso altri luoghi, così come per gli inglesi che vi approdarono nel 1600, probabilmente per sfuggire a una tempesta, ma non vi si fermarono.
Verso la fine del secolo diventarono un covo di pirati che assalivano e derubavano le navi che dall’Europa andavano verso l’Oriente o dall’Oriente tornavano cariche di merci preziose, sete e spezie.
Alle Seychelles furono importati schiavi soprattutto dal Kenia.
 

 
I francesi, che avevano già occupato Mauritius, scoperte queste altre isole dalla vegetazione lussureggiante, se ne appropriarono a metà del 1700 e le difesero dagli inglesi che però riuscirono a conquistarle nel primo ventennio del 1800.
Nel 1835, abolita la schiavitù, sostennero lo sviluppo agricolo.
Ma la vita non fu facile per gli indigeni, decimati da povertà e malattie, nonché dalle guerre mondiali nelle quali furono arruolati.
Aspiravano all’indipendenza che conquistarono solo nel 1976, diventando una repubblica semipresidenziale indipendente, membro del Commonwealth.
Sorvolo sulle interferenze degli Stati Europei e dell’Unione Sovietica, tutti interessati all’arcipelago che costituiva una base strategica di grande importanza.
 
La prima passeggiata a Victoria mi ha portato davanti a un imponente e moderno palazzo la cui scalinata di accesso era coperta di fiori e sovrastata dalla foto di un uomo. Sotto di essa si leggeva «Mersi».
Ho saputo che si trattava di un ex presidente della repubblica molto amato dal suo popolo, deceduto qualche giorno prima, di cui si sarebbe fatto il funerale.
Camminando lungo giardini curati, ho raggiunto il centro ed ho avuto la sensazione di trovarmi in un Paese tranquillo, abbastanza evoluto, dove non si vedevano mendicanti o case fatiscenti. 
 

 
C’è un lungo viale alberato, ci sono bei palazzi (uffici del governo o altro), c’è un piccolo museo dove fanno bella mostra di sé bronzi rappresentanti la fauna locale: pesci, coccodrilli e tartarughe.
Al centro di un incrocio, un orologio vittoriano. Le strade sono piuttosto strette, su di esse si aprono piccoli negozi, qualcuno indiano, molti cinesi. Il mercato è pittoresco: fin dall’entrata i banchi del pesce attirano gli sguardi dei visitatori, poi verdure colorate, tanti frutti, purtroppo molti già confezionati in buste di plastica.
Come a Port Louis, al primo piano, lungo una sorta di balconata, ci sono negozi di souvenir e un bar con ottima connessione free wifi.
 
A prima vista, i victoriani non sono simpatici, sorridono poco, vogliono solo vendere le loro mercanzie a turisti che vanno lì per godere di spiagge e mare incontaminato, con scarso interesse per il popolo che ci abita; al contrario, i bambini che escono da scuola in divisa, sorridono e salutano.
Visito la cattedrale cattolica dedicata all’Immacolata Concezione (moderna, ampia, con belle porte in legno), il Giardino botanico ricchissimo di piante e fiori sconosciuti, dove soggiornano grandi tartarughe, infine percorrendo in bus una strada panoramica verso nord, arrivo a Beau Vallon, una bella spiaggia, lunga e spaziosa. Il mare è un po’ mosso.
 

 
Il giorno successivo in battello vado all’isola di Praslin e per prima cosa la guida mi accompagna al Parco Naturalistico, al cui interno si trova la Riserva Naturale di Vallée de Mai.
Qui si può ammirare il «cocò de mer», strano frutto dalla forma «erotica». Foto a gogò con cocò de mer in mano!
L’isola è bella, verde, una delle sue spiagge si chiama Anse Lazio, risveglia il mio amor patrio.
Ma bellissime sono tutte le spiagge, bianche e lunghe, bordate da un bosco di palme. Il mare è turchese intenso, solo a vederlo vien voglia di bagnarsi!
 
Ancora più bella è l’altra isola – La Digue – una cui spiaggia tutti chiamano «Bilboa» perché la pubblicità di prodotti solari di questa marca girata qui l’ha resa famosissima.
È splendida, vi si arriva attraversando un giardino (a pagamento) a piedi o in bicicletta o servendosi di una piccola auto elettrica; poi si cammina un po’, infine grandi blocchi di granito sono come quinte di un teatro e rivelano spiagge incantevoli, angoli veramente indimenticabili.
Come è lontano il Madagascar con la sua miseria, le sue strade piene di buche e i bambini scalzi… Qui tutto si muove a favore del turista, in spiaggia si sentono parlare tante lingue diverse.
Il cielo e il mare si uniscono sulla linea dell’orizzonte.
 

 
L’ultimo giorno a Victoria è il più unico: esco a piedi dal porto e mi avvio verso il centro. C’è molta gente, quasi tutta vestita di rosso. Il solito palazzo con la scalinata questa volta è privo di fiori.
Più avanti, davanti allo stadio, folla composta, poliziotti, auto, cortei di bambini, banchetti che vendono fiori. Si svolge sul campo di atletica il funerale dell’ex presidente. Tanta gente e tanto silenzio.
 
Vado oltre, mi dirigo verso il mercato, ma tutti i negozi sono chiusi in segno di lutto.
Nel tornare alla nave, sento una banda che suona, si aprono i cancelli dello stadio ed un lungo corteo di automobili scure percorre lentamente il viale.
La compostezza, la partecipazione a un rito collettivo e il dolore per la morte di un ex presidente dell’intera popolazione mi colpiscono profondamente.
Sciamano i vittoriani con le loro bluse rosse, ricominciano a sorridere e… la routine quotidiana riprende il suo corso.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Puntata precedente)

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