Home | Festival Economia | 2007 | La proposta a favore di una generazione «senza rete» – Precari: contratti, salari minimi e sgravi fiscali

La proposta a favore di una generazione «senza rete» – Precari: contratti, salari minimi e sgravi fiscali

Pietro Garibaldi, docente di Economia politica all'Università di Torino racconta una tendenza non solo italiana e in continua crescita

image

La generazione dei trentenni è destinata ad un futuro senza rete, fatto di precariato. Dal Festival di Trento arriva la proposta, lanciata da Pietro Garibaldi, docente di economia politica all'Università di Torino, di standard minimi nei salari e nei contributi previdenziali, per tutte le prestazioni di lavoro: «Se non si interviene, rischiamo di ritrovarci in futuro milioni di persone in pensione senza copertura.»
Quanti sono i precari? Quattro milioni secondo un dato de "Lavoce.info". Più di tre milioni dice Pietro Garibaldi, sollecitato dal direttore del Corriere del Trentino Enrico Franco. Difficile quantificarli esattamente perché, per definizione, i lavoratori a tempo indeterminato hanno frequenti periodi di «non lavoro» in cui non è chiaro se considerarli precari o disoccupati.

Nell'incontro a Palazzo Geremia dal titolo «Protezione o flessibilità? Un nuovo modello per il mercato del lavoro» Pietro Garibaldi, docente di Economia politica all'Università di Torino, esplora questo fenomeno.
In Italia, a partire dagli anni 80, la disoccupazione ha conosciuto una consistente diminuzione, accompagnata, paradossalmente, da una crescita economica molto contenuta e comunque inferiore ai livelli europei.
«Dunque c'è stato un miracolo con una doppia faccia - dice Pietro Garibaldi - aumento dell'occupazione consistente e crescita, all'opposto, contenuta.»
Secondo le statistiche gran parte di questi nuovi lavoratori sono precari.

Ma questo fenomeno, il precariato, è prettamente italiano? No, riguarda molti altri Stati europei e, in particolare, quei paesi che hanno introdotto riforme marginali, "duali", non strutturali. Dunque interventi che riguardano solo una parte della popolazione lavoratrice. Questa tipologia di politica è favorita, perché «l'elettore mediano è tipicamente occupato quando il governo introduce riforme, mentre giovani e pensionati sono generalmente categorie sottorappresentate» dice Garibaldi.

Il mercato del precariato ha caratteristiche comuni nei diversi Paesi in cui è diffuso. Produce fatturati notevoli: secondo i dati, il contributo alla crescita dei contratti temporanei varia dal 35% al 100%. Si accompagna ad una bassa crescita della produttività del lavoro. Ha un'incidenza notevole tra i giovani, mentre diminuisce con l'aumentare dell'età; dunque è concepito come una sorta di porta d'ingresso nel mondo del lavoro.

I soggetti che fanno parte del cosiddetto mercato marginale sono tra loro molto diversi. Garibaldi individua diversi profili. Ci sono i dipendenti a termine involontari, che costituiscono la maggioranza. In percentuali minori ma sempre rilevanti, sono i collaboratori occasionali, i collaboratori coordinati e continuativi e a progetto e gli autonomi con partita IVA. L'insieme di queste categorie forma in Italia il 13,4 % della forza lavorativa ed è composto da una maggioranza di lavoro atipico.

Questo sistema, che ha prodotto una notevole diminuzione della disoccupazione, presenta però anche problemi evidenti. Limiti che sono sempre più presi in considerazione, analizzati, criticati. Quali?
Secondo Garibaldi sono riassumibili in tre espressioni: questo tipo di mercato è duale, non sostenibile e complesso.
«Duale perché è relativamente facile l'entrata ma difficoltosa l'uscita, la conquista di un posto stabile; dunque è un mercato senza prospettive.»
Secondo i dati, la probabilità di passare da un contratto a tempo determinato ad uno indeterminato entro un anno è solo del 11%.
E non è sostenibile perché si basa su salari bassi - fenomeno del tutto evidente - e su bassa formazione. La probabilità di ricevere formazione in un posto stabile è del 75%, in uno temporaneo cala al 50%.

Infine, un mercato complesso. Già prima della legge 30 esistevano diverse figure contrattuali, tanto è vero che nel 2002 l'ISTAT ne aveva individuato oltre 35. I profili poi sono ulteriormente aumentati con l'introduzione di tale norma.

Questa è la situazione attuale. La questione ora è: che fare? Quali soluzioni adottare? Luigi Garibaldi ne indica due, elaborate con Tito Boeri, economista e responsabile scientifico del Festival.
La prima consiste nella determinazione di standard minimi nei salari e nei contributi previdenziali, per tutte le prestazioni di lavoro. In base a questo progetto, il salario minimo per ogni lavoratore dovrebbero essere fissato a 5 Euro, una cifra che attualmente il 3% dei lavoratori italiani, con punte del 7,5% al Sud, non raggiungono.
«Un salario minimo esiste nella maggior parte dei Paesi, c'è in Gran Bretagna e in Francia - dice Garibaldi -non capisco perché non debba esserci in Italia.»
Per quanto riguarda invece i contributi previdenziali, secondo il relatore, il minimo dovrebbe essere fissato al 33%.

La seconda soluzione, che può essere integrata con la prima, è definire un «cursus honurum» che consenta di garantire all'impresa la flessibilità di cui ha bisogno e al lavoratore un progetto occupazionale di lungo periodo.
Dice Garibaldi: «Secondo questo modello le imprese dovrebbero utilizzare inizialmente contratti a tempo determinato con forme di tutela che aumentano al passare del tempo.»
In altre parole «ci sarebbero tre periodi: una fase di prova (della durata di sei mesi), una di inserimento in cui investire in capitale umano (fino al terzo anno) e una di permanenza (dal terzo anno in poi).» Il tutto con contratti a tempo determinato di massimo due anni.

Ma, ci si potrebbe chiedere, se i salari hanno un livello determinato, il principio e il peso della contrattazione si modifica?
«La contrattazione resta - dice Garibaldi - perché si pone solo un livello minimo che può crescere, semmai verrà semplificata".»

Altro problema che si pone è quello del mercato informale, tanto diffuso in Italia. E' possibile che definendo una retribuzione minima si alimenti il sommerso?
«Le esperienze precedenti mostrano esiti positivi dell'introduzione di standard, si è anche verificato che l'introduzione del salario minimo provoca una tendenza a quella cifra anche nel mercato informale.»
Soluzioni interessanti dunque e soprattutto, secondo il relatore, a costo zero.

L'argomento e la discussione hanno destato un notevole interesse nel pubblico che ha risposto con numerose domande e interventi. Una partecipazione ormai divenuta una consuetudine degli incontri di questo Festival.

(am)

Condividi con: Post on Facebook Facebook Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Giovani in azione

di Astrid Panizza

Gourmet

di Giuseppe Casagrande

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Cartoline

di Bruno Lucchi

L'Autonomia ieri e oggi

di Mauro Marcantoni