Home | Festival Economia | 2009 | L’identità sarebbe l’unico valore vero di una casa editrice

L’identità sarebbe l’unico valore vero di una casa editrice

Prendere un'idea e trasformarla in un oggetto: è questo il lavoro dell'Editore

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Gian Arturo Ferrari, direttore generale della Divisione Libri del Gruppo Mondadori, era la persona giusta per inserirsi nel tema del Festival dell'Economia e sviscerare quel che significa oggi "Identità", anche in epoca di crisi, per le grandi imprese editoriali. Per la serie di incontri "Intersezioni", Ferrari, introdotto da Stefano Salis come un "filosofo della scienza prestato al mondo editoriale", ha tenuto una vera e propria lezione di storia su come il libro e tutto il mondo che gli gira attorno è andato sviluppandosi, evolvendosi e cambiando a partire da tremila anni fa (quando con la diffusione dei poemi omerici nasce anche l'idea di "libro") per giungere fino ai successi e ai problemi di oggi, ai best seller, anzi, ai "mega seller" di Stieg Larsson, di Saviano, di Stepheny Meyer oppure di Khaled Hosseini, sulla cui origine però rimangono ancora molti misteri.

Tremila anni fa nacque il libro: ha esordito così Gian Arturo Ferrari di fronte ad un uditorio numeroso, attento e, soprattutto, mediamente giovane.
«Nasce quando cominciano a circolare i poemi omerici e continua a diffondersi in tutto il mondo via via conosciuto, fino verso la seconda metà del Cinquecento.»

Se fino al Rinascimento per fare una sola copia di un libro ci volevano un intero gregge di pecore per procurarsi le pergamene e la vita intera di un uomo per realizzare fisicamente il grosso volume, «a partire dall'invenzione dei caratteri mobili per la stampa e dall'introduzione della carta, nasce la prima idea di editoria».
Una strana editoria, quella che dalla fine del sedicesimo secolo fino alla fine del diciannovesimo si diffonde prima in Europa e poi in America: «Era un'editoria che assommava in sé anche le funzioni dello stampatore e quelle del libraio. Dobbiamo attendere proprio la fine dell'Ottocento perché l'editore si liberi delle macchine tipografiche e affidi ai librai la vendita dei suoi libri: nasce insomma l'editore puro».

Tutto il Novecento è stato, per l'Italia, ma pure per il vecchio e il nuovo continente, una storia scritta anche dagli Editori, che hanno subito capito una cosa.
«L'editore è colui che il libro non lo scrive, non lo stampa e non lo vende - ha avvertito Ferrari. - E dove sta allora la sua funzione? Qual è la sua importanza? Che ci sta a fare, l'Editore? L'Editore è quella persona o, meglio, quel gruppo di persone, è insomma l'impresa che prende un'idea, prende un testo scritto da un autore e lo trasforma in un oggetto, in un prodotto.»

E la forza di questo prodotto dove sta? Che cosa spinge i lettori ad acquistare questo piuttosto che quel libro?
«La forza di un libro sta nell'identità della sua casa editrice, sta nella storia della griffe editoriale, sta nella credibilità di chi il libro lo confeziona. Ogni casa editrice che ha percorso il Novecento ed è sopravvissuta fino ad oggi ha subito compreso che per poter resistere sul mercato doveva puntare su un'identità unica, originale, riconoscibile, vendibile. Ed ogni casa editrice, almeno quelle che hanno avuto successo, questa identità se la sono costruita in modo quasi mitico".»

Ecco il gruppo di giovani torinesi dar vita alla Einaudi, individuando in Giulio Einaudi il proprio eroe fondatore, mentre la sua missione era quella di diffondere in modo pedagogico libri su libri per educare gli italiani e per riscattarli dall'ignoranza.
Diversa fu l'identità della Mondadori, ma simile la costruzione del mito: «Arnoldo Mondadori, con la sua istruzione ferma alla seconda elementare, fu l'eroe fondatore, mentre la missione editoriale nacque dalla necessità di dare all'Italia e agli Italiani una grande casa editrice che fosse capaci di riscattarli dalla povertà.»

E siamo all'oggi.
«La questione dell'identità - ha proseguito Gian Arturo Ferrari, virando decisamente a questo punto sulla sua esperienza personale alla Mondadori, - mi porta a dire che, a maggior ragione in una nazione che legge poco come l'Italia e che oggi è pure in crisi, le diverse case editrici devono affinare le proprie identità.
«Dirò di più. La Mondadori, in realtà, è una compagine che controlla più case editrici. Bene, la nostra scelta è stata ed è quella di conservare e di valorizzare quelle singole identità: ogni nostra casa "consorella" ha il proprio marchio, il proprio brand, la propria storia, ognuna è una società autonoma con propri autonomi piani editoriali. E facciamo questo non tanto perché noi si sia buoni o generosi, ma perché l'identità è veramente l'unico valore reale e monetizzabile che una impresa editoriale possegga.»

Ma l'identità la si misura anche su cose molto più concrete.
«È vero. L'identità nasce dal modus operandi di ogni editore. C'è chi, come noi di Mondadori, puntiamo sulla scelta degli autori e sulle logiche di diffusione di un libro, mettendo in secondo piano ad esempio la fisicità del volume, il suo apparato grafico, la sua riconoscibilità aziendale, mentre altri, come ad esempio Einaudi, puntano a identificarsi e a caratterizzarsi con la veste fisica del libro. Un libro Einaudi lo vedi subito da lontano, lo distingui per il carattere tipografico, per la scelta dell'immagine di copertina, anche se questa scelta deve presupporre comunque una scuderia di autori di prim'ordine.»

E il best-seller? Lo si può costruire a tavolino? Ferrari a questo punto lascia aperte molte strade.
«Per me il best seller è il libro che vende mediamente 100mila copie ed è il frutto raro, è il risultato sperato di quel progetto editoriale che abbiamo fin qui sinteticamente descritto. Il vero fenomeno dei nostri tempi però è il libro che vende un milione, tre milioni, cinque milioni di copie, è quello che noi chiamiamo il mega seller alla Stieg Larsson, alla Saviano, alla Stepheny Meyer, alla Khaled Hosseini...»

E come nasce questo fenomeno?
«Difficile rispondere: forse il mega seller nasce da internet e dal passa parola che in rete provoca vere ondate di vendite, degli tsunami che investono le librerie; forse nasce dal grande pubblico degli adolescenti che viaggiano preferibilmente su internet, oppure dai grandi punti di vendita che trattano i libri come i supermercati trattano i detersivi, facendo ruotare e mettendo nelle posizioni migliori delle librerie i titoli che via via tirano di più... Forse dipende da un mix di queste ragioni, ma se mi chiedeste di essere più preciso, mi troverei in difficoltà.»

Ma vivrà ancora il libro? Ha un futuro la carta stampata?
«La concorrenza del digitale e dell'informatica è grande, l'evoluzione tecnologica ci conduce verso lidi che possiamo ben prevedere, con prodotti altamente sofisticati che costano sempre di meno. Staremo a vedere quel che accadrà, continuando però a lavorare come abbiamo sempre fatto, per tradurre un'idea, una storia, un testo in un libro. Rispettosi dell'identità che ci siamo costruiti o che abbiamo ereditato.»

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