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Parmalat, uno scandalo tutto italiano (si spera) a lieto fine

A confronto l'economista Marco Onado, il giornalista Mucchetti E, a sospresa, l'ex Amm. Delegato di Unicredit, Profumo

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Parmalat è la storia di un'azienda italiana, un tempo grande e poi depredata da un proprietario e un manipolo di manager senza scrupoli.
È la storia di un'inchiesta clamorosa e di un salvataggio altrettanto clamoroso, portato a termine da un signore silenzioso, Enrico Bondi, commissario poi diventato amministratore delegato.

Oggi Parmalat, che è tornata ad essere una multinazionale del latte bella e florida, è tornata sotto i riflettori perché contesa tra italianità e mercato.
Tutta colpa dell'Opa totalitaria lanciata dalla francese Lactalis.

E proprio il tentativo di scalata francese ha tenuto a casa, a Collecchio, l'Ad Bondi, sostituito sul palco del Festival da Marco Onado, docente di finanza dell'Università Bocconi di Milano.
Da «testimone del tempo», il docente ha conversato con Massimo Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera, penna tra le più temute dal mondo della finanza ed economia del nostro paese.
E, a sorpresa, sul palco è salito Alessandro Profumo, ex Ad di Unicredit, nel ruolo di difensore di un sistema bancario piuttosto distratto sui controlli dei bilanci Parmalat.

La storia di Parmalat, iniziata nel 1961, può essere suddivisa in tre fasi principali.
Più in là nel tempo e quasi perso nella memoria, ricorre il periodo della Parmalat formato famiglia, governata dai Tanzi e dal suo padre-padrone, Calisto.
Il periodo buio dell'inchiesta giudiziaria che tra il 2004 e 2005 porta all'amministrazione straordinaria di Parmalat S.p.A e Parmalat Finanziaria S.p.A.
La nuova Parmalat S.p.A. costituita il 1 ottobre 2005 e guidata dall'amministratore delegato Enrico Bondi.

Su Callisto Tanzi pesa una condanna a una manciata di anni per un fallimento da 14 miliardi di euro, molti dei quali sottratti ai centinaia di migliaia di risparmiatori, e posticipato nel tempo grazie a potenti finanziamenti di banche, più o meno compiacenti, più o meno consapevoli di sostenere una delle maggiori truffe internazionali ma attirate dalla prospettiva di facili guadagni, grazie alle intermediazioni sulle obbligazioni.

Oggi Parmalat è un gruppo che registra un fatturato di circa 4 miliardi di euro, con oltre 14 mila dipendenti, sparsi in dodici paesi fondamentali e in cinque regioni (Europa, Nord America, Centro e Sud America, Australia e Sud Africa).
Il gruppo di Collecchio è uno dei leader mondiali nel mercato del latte UHT e nel segmento del latte tradizionale, e ha raggiunto una posizione altamente competitiva nel mercato in espansione delle bevande a base di frutta.

Il professor Marco Onado tratteggia un quadro impietoso.
«Il disastro Parmalat è la sommatoria di tanti difetti, non un caso isolato. Un disastro dovuto a tre componenti principali: un imprenditore con un'idea valida e ambizioni di crescita, lo stesso signore ha pochi soldi e non ne vuole metterne di propri, i soldi ce li mettono le banche grazie all'appoggio politico basato sulla corruzione.»
In altre parole, il peggio della Prima Repubblica.

La ricostruzione di Onado continua.
«Verso la fine anni '80, Tanzi ha bisogno di un salvagente che viene individuato e realizzato con la quotazione in borsa, un'operazione fatta senza oneri per l'imprenditore parmense. Un sistema finanziario sano avrebbe dovuto fermare Tanzi già allora.»

Al contrario fu il trampolino verso il baratro finanziario. Ed il docente individua la dinamica.
«Il fatturato di quegli anni cresce del 20 per cento, grazie ad acquisizione in giro per il mondo, ma fu una crescita con i piedi d'argilla: i margini dell'azienda erano modesti e la crescita era basata soprattutto sull'indebitamento.»
«Nessuno - continua il docente - ferma Tanzi e i suoi manager. Bastava incrociare dati di bilancio e il falso in bilancio sarebbe emerso con facilità.»

Già: nessuno intervenne, nemmeno gli accademici o i luminari della finanza italiana.
E l'autocritica arriva solo da uno dei migliori giornalisti italiani, Massimo Mucchetti, che affonda, con una punta di coraggio amaro.
«Anche oggi vedo, nei bilanci Fiat, un alto indebitamento e una liquidità elevata. Quando chiedo perché con i liquidi non pagano i debiti, che costano in interessi, mi danno le spiegazioni più varie.»

«Le logiche di oggi non sono così diverse da quelle che hanno causato la grande crisi da cui non siamo ancora usciti. - Insiste Mucchetti. - Debiti creati sui debiti, nella speranza di risultati aziendali in grado di tenere a galla il sistema o le società.»

Ma il quadro di Mucchetti è ancora più oscuro, quando guarda al futuro.
«Bondi, dopo la Montedison, ha risanato Parmalat. E quale regalo riceve? Essere scalato da un gruppo estero, un gruppo a gestione familiare molto indebitato e attratto dal tesoro in liquidità oggi custodito nelle casse Parmalat. Vedo Bondi abbandonato da tutti, dalla politica e dal sistema bancario. Una beffa per un manager uscito dalla scuola Mediobanca.»

«In questa partita - rivela Mucchetti, - Bondi è paradossalmente legato da un altro laccio, che lui stesso ha voluto per "rassicurare" il mercato internazionale, ovvero la regola statutaria che impedisce la scalata ad aziende maggiori.»

Ed allora come uscirne? Tito Boeri chiama a sorpresa sul palco Alessandro Profumo, ex Ad di Unicredit.
Da uomo di banca, Profumo salva il sistema bancario dall'accusa di miopia.
«I dati non erano facilmente comparabili ed era difficile da fuori scorgere le criticità. Il problema - Precisa Profumo - non è la nazionalità dell'impresa, ma come permettere la crescita di aziende italiane in grado di competere sui mercati internazionali e come diventare un paese attrattivo per gli investitori esterni.»

Di tutta la vicenda Parmalat, un aspetto è rimasto escluso dal palco del festival: la sorte di migliaia di risparmiatori che nel crack Parmalat hanno perso gran parte dei risparmi.

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