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Rampini: «L'era della Cina, delle banche centrali, dell'energia»

«Ma anche dell'innovazione senza crescita della produttività»

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Foto di Nadia Clementi.
 
«2006-2015: 10 anni che hanno cambiato l'economia»: questo il tema proposto a Federico Rampini in occasione del decennale di un Festival a cui lo scrittore e inviato di Repubblica ha sempre contribuito, senza perdere neanche un'edizione.
Ma Rampini non si è limitato a una pur intelligente riepilogazione: ha lanciato anche uno sguardo al futuro.
«Il pendolo della storia dopo cinque secoli sta ritornando verso l'Oriente - ha detto ad esempio - e tutto questo senza la prevista democratizzazione della Cina. Clinton era convinto che sarebbe successo, e così Bill Gates, o Francis Fukuyama. Sbagliavano.»
Riguardo alla grande crisi degli ultimi anni, per Rampini si è persa l'occasione di fare almeno tesoro dei suoi insegnamenti e imporre un cambiamento di modello.
«Tra noi progressisti, tra noi keynesiani, possiamo pensare che sia così, ma non è vero, negli Usa c'è stata una lettura di destra della crisi, e questa lettura è arrivata anche in Germania.»
Questo decennio ci ha portato inoltre ad una nuova stagione di protagonismo per le banche centrali, ultima la Bce di Draghi, anche se con notevole ritardo rispetto agli Usa.
Infine, sullo sviluppo: esso si accompagna in genere a due fattori, la crescita demografica e l'innovazione. La prima oggi sembra essere preclusa all'Occidente.
Riguardo all'innovazione, «sembra essere ovunque, e tuttavia non vi è traccia di un miglioramento della produttività umana, al punto tale che alcuni pensano che l'innovazione attuale assorba molte nostre energie e ci distragga piuttosto che renderci più produttivi.»
 
Introdotto da Giuseppe Laterza, Federico Rampini ha raccontato gli ultimi dieci anni della nostra storia. I cambiamenti economici, sociali, tecnologici, politici.
Esattamente come ha fatto a lungo come inviato in vari paesi del mondo, fra cui Cina e Usa, e ultimamente anche mettendo in scena dei veri e propri spettacoli, uno dei quali, lo scorso anno, ha esordito proprio a Trento durante il Festival dell'Economia.
In realtà Rampini è partito dal 1999, snocciolando alcuni eventi: la creazione del Wto, un salto in avanti nella globalizzazione, lo scoppio della bolla finanziaria dei titoli tecnologici, la guerra in Iraq condotta da Bush con la conseguente crescita del deficit pubblico americano.
E via e via: il crollo del mercato immobiliare negli Usa, prima avvisaglia della grande crisi, poi la bancarotta di Lehman Brothers, seguita dalla maxi-manovra di investimenti pubblici di Obama (800 miliardi di spesa) e dall'immissione di nuova liquidità nell'economia reale.
Nel 2011 l'epicentro della crisi si sposta in Europa. Anche la crescita della Cina inizia a frenare. Nel 2015 finalmente anche la Banca centrale europea comincia a stampare moneta, «copiando» ciò che avevano fatto gli Usa 6 anni prima.
E la svalutazione dell'euro che ne è seguita sta cominciando a produrre i suoi frutti.
 
Ma Rampini ha fatto spazio anche ai ricordi personali, in primis quelli legati al suo trasferimento in California.
«La Silicon Valley – ha detto – è inimitabile. In molti hanno cercato di copiarla ma senza riuscirci. C'è un'esaltazione della creatività e persino della trasgressione che risale al 68, al movimento hippy, e ne fa uno straordinario laboratorio, libertario, anarchico, quello che ha dato vita ad internet.
«Pensiamo all'open source, all'idea che le innovazioni non vadano brevettate e debbano essere fruibili da tutti liberamente. Purtroppo questa cultura è stata progressivamente messa all'angolo.»
Nel frattempo la Cina diventava la grande manifattura del mondo. Rampini ha raccontato la crescita della Cina, il suo diventare, oggi, attrattiva anche per gli studenti italiani, poi il ritorno negli Usa, stavolta a New York, per trovare un'America all'epoca molto in affanno.
Ma, con una rivoluzione spettacolare, le cose sono cambiate ancora. Grazie a una nuova ondata di innovazione, l'internet 2.0, e alla recentissima rivoluzione energetica, che è dovuta in buona parte all'evoluzione tecnologica, e ha reso indipendente l'America dal petrolio arabo.
 
Quali conclusioni si posso trarre da questa lunga cavalcata attraverso la storia?
«Noi stiamo assistendo alla fine del dominio dell'Occidente, ma senza la prevista democratizzazione della Cina. Anzi, il regime sta diventando più autoritario di come lo avevo conosciuto io dieci anni fa.»
Riguardo alla grande crisi degli ultimi anni, non c'è una lettura omogenea.
«Negli Usa è molto forte una lettura di destra, che dà tutta la colpa allo stato. E il Tea party è oggi più forte che mai.
«Anche se il sistema bancario alla fine è stato salvato da Bush, con denaro pubblico, i repubblicani oggi incolpano l'interventismo statale dei democratici.
«Questa lettura è arrivata in Germania: una crisi generata dalla finanza tossica, dai mutui subprimes, da Wall street, è stata di fatto imputata al debito pubblico, che terrorizza i tedeschi fin dai tempi di Weimar.»
Infine, in generale sullo sviluppo, che è necessario anche al fine di avere più uguaglianza sociale, perché nelle recessioni ci guadagnano solo coloro che possono contare su patrimoni e rendite finanziarie, secondo la lezione di Piketty.
Stranamente, «anche se esso dovrebbe essere trainato dall'innovazione, e l'innovazione sembra essere ovunque, in tutti i prodotti a cui oggi abbiamo accesso, non vi è traccia di un miglioramento della produttività umana, al punto tale che alcuni pensano che l'innovazione attuale assorba molte nostre energie e ci distragga piuttosto che renderci più produttivi.»
 
Federico Rampini insieme con le nostre collaboratrici Nadia Clementi e Daniela Larentis. 

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