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Pensione complementare: Olanda, Italia e T.A.A a confronto

Meriti, difetti, scenari futuri dei modelli pensionistici

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C’è un cantiere aperto, in tutti i Paesi, dove si individuano soluzioni comuni ma con enfasi diverse. Un cantiere chiamato pensioni.
Retribuzioni eque e sostenibili possono essere costruite anche con la previdenza complementare e non solo allungando la vita lavorativa.
Se ne è parlato al Consorzio dei Comuni Trentini, per i «Confronti» del Festival dell'Economia,  mettendo a confronto l’esperienza olandese con quella italiana e del Trentino Alto Adige.
 
Nel nostro Paese la riforma pensionistica, spiega Gianfranco Cerea, docente presso la Facoltà dell’Economia dell’Università di Trento e presidente di Cassa del Trentino, ha un lungo percorso.
Alcune idee, nate in un periodo di «vacche obese» sono state via via riviste.
Se la Grecia è lo Stato che dà le pensioni più alte (prossime al 100% del reddito) e la Francia e l’Inghilterra tra quelli che le danno più basse (sotto il 50%), l’Italia si posizione a un livello medio alto.
 
Le pensioni sono prossime, infatti, al 70% del reddito lavorativo.
«Forse non tutti lo sanno – precisa Cerea – ma l’Italia è uno dei Paesi dove la spesa pensionistica è sotto controllo. Ciò vuol dire che non c’è il debito occulto. Vietato però farsi delle illusioni. La spesa sanitaria e la non autosufficienza cresceranno sempre di più.»
 
La riforma italiana delle pensioni, si spiega nell’incontro, è stata fatta per aprire qualche spiraglio per l’autosufficienza e per mantenere un sistema sanitario degno del suo nome.
C’è stata anche una revisione tra stipendio e pensioni.
Se nel 2010 una persona che andava in pensione a 69 anni dopo 39 di lavoro prendeva il 76,6% del reddito chi ci andrà nelle stesse condizioni nel 2060 prenderà il 68,9% del reddito.
 
In futuro le persone avranno una pensione che varierà a seconda di tre fattori: l’età in cui si ritireranno dal mondo occupazionale; gli anni di lavoro maturati e la dinamica della carriera.
Se nel 2010 un lavoratore autonomo andato in pensione a 66 anni dopo 38 anni di contributi ha preso il 73,5% del reddito nel 2060 prenderebbe solamente il 38,6%.
Ma non solo. Chi avrà una progressione di carriera prenderà una retribuzione pensionistica minore rispetto a chi avrà avuto un lavoro senza picchi.
 
Il caso dell’Olanda è molto diverso da quello italiano.
A 65 anni chi va in pensione prende, indipendentemente dal lavoro che ha svolto, 1200 euro che salgono a 1400 nel caso di una coppia. Il reddito è quindi garantito.
Se poi l’Italia si regge sul pilastro delle pensioni pubbliche l’Olanda, al contrario, sta in piedi grazie alle pensioni occupazionali.
Il sistema però, con la congiuntura economica del 2008, è entrato in crisi.
«Da noi – dichiara Eduard Ponds, docente di Economia alla Tiliburg University –il rapporto tra PIL e fondi pensionistici è del 129.8%. Da voi il 4.1%. Questo ci ha portato a essere molto vulnerabili agli shock economici».
 
In cinque anni i finanziamenti dei fondi pensionistici in Olanda si sono ridotti del 65% (si è passati dal 150% all’85%), per via dell’incremento dell’aspettativa di vita (-15%), della riduzione degli interessi (-30%) e della riduzione dei titoli di mercato (-15%).
«Non possiamo aumentare i contributi e quindi le parti sociali – ammette – devono ripensare i contenuti pensionistici integrativi. Dobbiamo riuscire ad avere un sistema, flessibile, in grado cioè di adattarsi agli sviluppi di lungo periodo e, soprattutto, diversificare di più.»
 
A illustrare l’esperienza del Trentino Alto Adige ci ha pensato Gottfried Tappeiner, presidente di Centrum PensPlan e docente alla Facoltà di Economia dell’Università di Innsbruck.
«Se in Italia la pensione complementare si basa su fondi categoriali in Trentino Alto Adige tutti i lavoratori, indipendentemente dal tipo di mestiere, confluiscono in un fondo territoriale. Gli iscritti sono 137mila. In Italia toccano quota 5milioni.»
 
La riforma Dini del 1996, afferma Tappeiner, è veramente lungimirante e ha risolto problemi che altri Paesi, come per esempio, l’Austria o la Germania hanno ancora da risolvere.
Il primo pilastro, quello delle pensioni pubbliche è però continuamente oggetto di interventi politici e quindi è altamente volatile.
Dobbiamo pertanto integrarlo con il secondo pilastro che però ha gravi limiti: una fase di risparmio troppo lunga; tasso di sconto molto elevato; sistema poco flessibile; ricorso al sistema di anticipo; solidarietà illimitata.
 
Una soluzione possibile potrebbe essere, secondo il presidente di Centrum PensPlan, di fare un sistema di welfare integrato.
Iscrizione «quasi obbligatoria» alla nascita con agevolazioni fiscale per chi versa i contributi; funzione fiduciaria dei fondi; integrazione dei due sistemi pensione, sanità, non autosufficienza; trasformazione della casa o dell’appartamento in una rendita tramite un fondo immobiliare con la possibilità di utilizzo fino alla morte e con diritti di prelazione per gli eredi a condizioni prestabilite.

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