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Sapienza: «Profitto delle banche, garanzia per il risparmiatore»

«La competizione e la ricerca del profitto hanno un effetto positivo sulla gestione delle banche e stimolano la creazione di una classe manageriale efficiente»

«Avere paura delle banche estere? È un falso problema, dobbiamo piuttosto temere il vivaio della mediocrità nella classe dirigente delle banche. In Italia la proprietà pubblica o semi-pubblica ha fatto male alle banche perché le ha gestite seguendo logiche politiche, poco trasparenti, a volte in conflitto con il loro obiettivo principale: fare profitto»
Lo spiega l’economista Paola Sapienza. La competizione e la ricerca del profitto hanno invece un effetto positivo sulla gestione delle banche e stimolano la creazione di una classe manageriale efficiente.
Competizione sì, ma non a tutti i costi: la logica del profitto, se moderata da tutele al consumatore, produce effetti di efficienza che hanno ripercussioni positive sull’economia reale.
Al Festival dell'Economia una riflessione sugli effetti della governance delle banche sull'economia reale.
 
«Dobbiamo a tutti i costi mantenere italiane le banche. Le nostre banche garantiscono il finanziamento ai nostri progetti nazionali, mentre quelle estere portano i capitali all’estero al servizio di altre comunità»: sono affermazioni che si sono sentite di recente in ambito politico ed economico nel nostro Paese.
Ma è davvero così? Il Festival dell’Economia di Trento si interroga sulla presenza degli stranieri nelle nostre banche e lo fa con l’aiuto dell’economista Paola Sapienza, docente della Northwestern University e della Kellogg School of Management ed esperta di governance bancaria.
 
«Si tratta di una domanda rilevante, soprattutto nell’Italia di oggi – ha sottolineato Paola Sapienza nell’incontro che si è svolto nella sala conferenze del Dipartimento di Economia dell’Università di Trento – perché la paura dello straniero e il protezionismo hanno nascosto nel corso di questi ultimi cinquant’anni una tutela del sistema bancario che lo ha fatto deteriorare. In Italia la proprietà pubblica o semi-pubblica ha fatto male alle banche, perché ha permesso di assecondare troppo la politica.»
 
«La proprietà pubblica sposta gli obiettivi da una massimizzazione dei profitti a obiettivi generici che forniscono all’organizzazione bancaria una scusa per non essere efficiente, – spiega Sapienza. – La protezione dalle acquisizioni ostili, in più, genera una cultura accondiscendente all’interno delle imprese in generale e induce meno sforzo da parte della classe dirigente e una crescita inferiore».
«Le banche dovrebbero invece svolgere il ruolo di intermediari nell’economia tra i risparmiatori che investono e la parte produttiva dell’economia, gli imprenditori e i lavoratori che necessitano di capitale finanziario per sviluppare i loro progetti.
«Quando le banche sono efficienti, questo passaggio di capitale viene indirizzato in modo mirato. Ma cosa spinge il meccanismo bancario ad essere efficiente? Essenzialmente un solo aspetto: il profitto. L’imprenditore bancario mette a disposizione i capitali (e il suo capitale umano) per sostenere la parte produttiva del Paese che ha le idee e che va cercata. In Italia, invece, le banche non si dimostrano in grado di riconoscere il merito di credito che si trova nelle società, perché non fanno più le banche.
«Fanno altro e sono troppo succubi di meccanismi politici che proteggono realtà importanti ma poco produttive. Da qui derivano le difficoltà a concedere prestiti».
 
Dunque la competizione va vista come aspetto positivo?
«Se regolamentata sì – spiega Sapienza. – Per molti anni la competizione è stata temuta come elemento destabilizzante del sistema: l’atteggiamento politico l’ha limitata, per evitare che le banche si esponessero a rischi molto alti.
«Negli Stati Uniti degli anni Novanta l’apertura alla competizione ha portato effetti positivi: crescita di nuove imprese, accesso al credito degli imprenditori e un miglioramento dell’economia reale. Ma la gestione deve essere competente e il ruolo chiave è quello della proprietà, degli azionisti.»
 
«Ciò che maggiormente genera inefficienza nell’erogazione del credito – dice in conclusione la economista – è quando la banca non è unicamente interessata al profitto ma segue altre logiche, come nel caso delle banche pubbliche che finanziano i soliti noti o persone che non hanno naturale accesso al credito, oppure quando ci sono azionisti in conflitto di interesse o che rischiano capitali non propri.
«La competizione bancaria fa bene all’economia reale perché le banche diventano più efficienti e prestano meglio a tutto vantaggio delle imprese. La ricerca del profitto può essere vista come uno strumento che garantisce l’efficienza e, di conseguenza, il risparmiatore. Va però mitigato con un sistema di meccanismo che possano mitigarne gli eccessi.»

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