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«Minacciare l’uscita dall’Euro per negoziare con la Germania»

Aperto giovedì dal premio Nobel Michael Spence, il Festival dell'Economia si è chiuso oggi con un altro Nobel, James Mirrlees, con questa battuta

«Uscire dall'Euro significa fuggire, la crisi si può affrontare resistendo ad essa e combattendo, ma i Paesi che scelgono di combattere lo facciano considerando anche l'opzione della fuga.»
Sir James Mirrlees non vuole chiamarlo «ricatto», preferisce il termine «negoziato».
A negoziare, naturalmente con la Germania e con la BCE, dovrebbero pensare i Paesi che maggiormente sono oggi in recessione e che hanno alti tassi di disoccupazione, per i quali non vi può essere uscita dalla crisi senza politiche statali di espansione della domanda accompagnate da un taglio delle tasse e degli stipendi ai lavoratori delle professioni meno qualificate per sostenere la piena occupazione.
 
Aperto giovedì dal premio Nobel Michael Spence, il Festival dell'Economia si è chiuso oggi con un altro Nobel, Mirrlees, e con l'"argomento del giorno", la possibile exit strategy di alcuni Paesi dall'Eurozona.
 
Mirrlees lo ha detto solo alla fine.
«Io sono un fan del welfare state e non voglio vedere diminuzioni nell'assistenza. Ma come facciamo a porre termine a queste politiche di austerity? Lasciare l'Euro non è solo una possibilità teorica, ed oggi è più difficile di quanto invece fosse stato entrarci.
«Con l'Euro i Paesi sono entrati in un sistema di regole molto severo ed hanno dovuto adottare la politica fiscale tedesca. L'espansione di cui abbiamo bisogno dev'essere però finanziata sul versante monetario, mentre gli Stati dovrebbero sussidiare l'occupazione.»
 
Mirrlees ha tratteggiato un panorama europeo a geometria variabile, dove vi sono alcuni Stati «che non se la cavano troppo male» (ancora la Germania, ma anche la Polonia e il Regno Unito), ed altri che hanno invece subìto drastici cali negli investimenti, con conseguenze drammatiche sull'occupazione e «meno drammatiche», secondo il premio Nobel, sul Pil.
Quanto è importante la questione del debito nel caso italiano?
 
«Il debito è sempre stato un problema pervasivo per l'Italia, ma è difficile capire se è di per sé stesso un così grave problema. Ma perché dovremmo poi preoccuparci così tanto del debito? C'è il rischio di default, naturalmente, ma il debito è un segno del fatto che un governo spende senza un controllo sulla spesa. La cosa migliore sarebbe riportare gli investimenti ad un livello antecedente all'inizio della recessione.
«Questo è difficile perché le banche non hanno voglia di erogare prestiti, e la politica monetaria ha fallito nel suo tentativo di intervento su questo versante. Si è detto che un tasso d'interesse allo 0 % avrebbe aiutato, ma le banche lo avrebbero accettato? Come incoraggiare dunque gli investimenti?»
 
«Un modo sarebbe avere delle assicurazioni sui prestiti – continua il Nobel, – ma le politiche adottate in Occidente sono state tardive. Creare degli istituti di credito pubblici? La realtà è che forse sono le imprese che non vogliono investire, perché pensano che forse si uscirà presto dalla crisi. In alcuni paesi un  ritorno agli investimenti non risolverebbe comunque il problema, perché la crisi bancaria ha tolto alle persone l'accesso al credito spingendo i governi a fare deficit.
«Questa recessione non se ne andrà e dobbiamo chiederci fino a che punto possiamo permetterci dei salvataggi, e chi deve essere salvato?»

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