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Al Festival: «La scuola non è più l’ascensore sociale»

Il sistema educativo italiano e la mobilità sociale: ne hanno parlato Marco Rossi Doria, Carlo Barone e Giuseppe Bertola

Formalmente aperto, sostanzialmente chiuso: «Il sistema educativo italiano e la mobilità sociale» è stato il tema  dell’incontro promosso dalla Fondazione Agnelli, che si è svolto per la sezione Confronti, in merito alla funzione dell’istruzione per la riduzione delle disuguaglianze sociali.
Ne hanno parlato il «maestro di strada» Marco Rossi Doria, ex sottosegretario all’istruzione del governo Monti, il sociologo Carlo Barone e Giuseppe Bertola, docente di  Economia presso l’EDHEC Business School di Nizza.
Non sono solo le barriere economiche, ma anche quelle culturali che depotenziano l’istruzione nell’essere facilitatore di mobilità sociale.
 
In Italia sono pari al 17% i giovani che al 25esimo anno di età non hanno né un diploma né competenze per svolgere un’attività lavorativa.
Un dato migliore di sette anni fa, che si attestava al 24%, ma si tratta sempre di poveri del meridione, delle periferie urbane del centro nord, che provengono da famiglie monoreddito o sotto la soglia di povertà o vicine alle soglie di povertà.
Questi giovani sono stati veicolati dalle medie a istituti professionali e tecnici. In genere più maschi che femmine.
Da questi dati pubblicati dall’Ocse il 27 maggio scorso è partito Marco Rossi Doria per sottolineare le priorità in Italia per ovviare al fatto che «siamo l’ultimo paese dell’area Ocse per occupazione giovanile: appena il 52,8% dei giovani tra i 25 e i 29 anni hanno un’occupazione contro una media del 73,7% dell'area di riferimento E tra chi lavora, oltre il 50% ha un lavoro precario, è la terza percentuale più alta dell’OCSE».
«Oltre a esserlo i figli dei poveri – ha detto Rossi Doria – sono tutti i giovani ad essere penalizzati, c’è una sorta di attacco generazionale. I motivi sono molto complessi.
«I NEET sono il 26,09% a fronte di una media Ocse del 15%. Siamo il quarto dato più elevato tra i 34 Paesi Ocse, dopo Spagna, Grecia Turchia, con un incremento di 5 punti percentuali rispetto al 2008.»
 
Rafforzare le competenze di base prima della scuola media, dare un sostegno pubblico alla scolarità nelle fasce deboli della società, aumentare le scuole professionali, prolungare la possibilità di tornare scuola fino a 30 anni, sono i suggerimenti espressi da Rossi Doria.
In Italia, più che in altri Paesi chi è figlio di laureato si laurea, chi è figlio di diplomati si diploma, in buona sostanza si ricalcano le orme di chi ci ha preceduto.
A dirlo è stato Giuseppe Bertola sottolieando che le diseguaglianze in Italia vengono tramandate di generazione in generazione. Uno degli snodi è la scuola media: qui si verificano i presupposti della differenziazione sociale nella nostra scuola.
La scuola elementare mantiene il ruolo di facilitatore di mobilità sociale. Il nostro sistema di scuola di secondo grado conferma che la scelta tra liceo e formazione professionale è dettato dal background socio economico della famiglia.
Se da un punto di vista filosofico, ha spiegato, è giusto dare di più a chi ha la sfortuna di partire male, ma nei fatti economicamente è più produttivo dare le cose a chi le sa fare e meno redditizio darle a chi parte da zero.
 
Parlare di merito vorrà dire dare peso alle posizione di partenza, ma cosa può fare la scuola.
Per mobilità efficiente un insegnante deve darsi da fare e aiutare chi è partito male oltre a insegnare. In un Paese culturalmente privilegiato, la scuola pubblica va meglio, in uno con poca cultura va meglio la scuola privata.
Sul piano dell’alta formazione, Carlo Barone ha affermato che chi viene da famiglie meno istruite anche se con possibilità finanziarie, si iscrive meno all’università.
Bisogna contrastare, le disuguaglianze, ha sollecitato, prima che si arrivi al diploma, ovvero lavorare per tempo sulle motivazioni di studio dei ragazzi che vanno bene a scuola, ma che vengono da famiglie non attrezzate culturalmente.
L’Italia ha meno laureati rispetto agli altri Paesi europei, e questi non vanno neanche meglio che altrove.
Un apparente paradosso: la nostra economia ha smesso di chiedere alte professionalità perché non investe in ricerca, sviluppo e cultura e rischia di indebolire le lauree, e così l’ascensore sociale si blocca.

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