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«La luce in fondo al tunnel: perché la ripresa è così lenta»

Al Festival: Steven Fazzari a Palazzo Geremia per il ciclo «Visioni»

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Fazzari: la diseguaglianza ha originato la crisi negli Usa ed ora frena la ripresa. Ridurre le differenze di reddito può aiutare a migliorare l’economia globale. Negli Usa la democrazia economica non c’è.
Il 5% degli americani più ricchi guidano la ripresa «stellare» dei consumi, mentre la domanda del restante 95% è ancora al palo, frenata dalla difficoltà di accedere al credito.
La crisi quindi ha aumentato le disuguaglianze. Non è pensabile una economia che dipenda solo dai ricchi. Ridurre le differenze può aiutare la ripresa globale.
La «lezione americana» di Steven Fazzari, economista della Washington University a St.Luis, potrebbe essere utile anche in Europa. Perché lì è nata la grande crisi del 2008, e lì è ripartita per prima la ripresa. Con qualche distinguo, però.
 
Intanto una premessa che sfata molti luoghi comuni. La bolla immobiliare e la finanza velenosa che hanno causato la crisi in realtà avevano origini più antiche.
Per vent’anni la domanda negli Usa è stata sostenuta grazie alla facilità di ottenere credito, mentre in realtà i salari non crescevano allo stesso modo.
Quindi il 95% degli americani meno ricchi hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, e quando l’indebitamento è diventato insostenibile si è generata la crisi finanziaria.
Fazzari si è occupato a lungo del tema delle disuguaglianze, arrivando alla conclusione che la ripresa - negli Usa è cominciata già sei anni fa - potrebbe essere molto più veloce se le differenze di reddito tra il 5% di chi guadagna di più e il 95% di chi guadagna di meno fossero meno marcate.
Ovvero: la disuguaglianza è un segno di debolezza per tutta l’economia a stelle e strisce, e la causa di quella che l’economista ha chiamato «stagnazione secolare», o crescita lenta, seguita alla grande crisi del 2008-2009.
 
I segnali sono molti. Analizzando le grandi crisi del passato, quella più recente sembra completamente diversa dalle altre.
Se nelle altre recessioni dopo due-tre anni si tornava alla normalità, nella «grande recessione» l’occupazione è scesa dei 6% anziché del 2 come nelle precedenti situazioni.
Negli Stati Uniti ci sono voluti 76 mesi per tornare ai livelli precedenti. Anche negli ultimi due anni, caratterizzati da una forte ripresa della produzione, i valori sono comunque inferiori rispetto a quanto previsto.
«Gli Stati Uniti – ha affermato Fazzari – avrebbero potuto fare molto meglio.»
 
In realtà la forbice tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno si è sempre più allargata.
Nel ventennio dal 1960 al 1980 i redditi del 95% che guadagna meno sono cresciuti annualmente dell’1,9%, quelli del restante 5% dei ricchi del 2,1%.
Nel periodo dal 1980 al 2007, anno della grande crisi, i redditi del 95% più povero sono cresciuti dell’1,1%, quelli del 5% che guadagnano di più del 3,9%.
E dopo la crisi la spesa di chi guadagna di più è schizzata verso l’alto, mentre il restante 95% non risparmia e fatica a tenere testa alla ripresa, appesantito dai debiti pregressi e dalla difficoltà di accedere a nuovo credito.
«Questa non è mobilità sociale –ha concluso Steven Fazzari – perché l’economia sta sempre più nelle mani dei ricchi. Negli Usa si parla molto di democrazia, ma dal punto di vista economico non ci siamo.
«Abbiamo bisogno di spingere la domanda , ma non può essere sostenuta solo dai ricchi. Altrimenti avremo un problema.»

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