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Il Premio Nobel Maskin: il pensiero che fu di De Gasperi

«Una società, per funzionare bene, deve delegare le decisioni ai propri rappresentanti, i quali non vogliono un mandato troppo corto»

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«Il politico guarda all’elettorato, lo statista guarda al futuro»
Questa osservazione è stata pronunciata da Alcide De Gasperi per dare un preciso ammonimento a coloro che sarebbero venuti dopo di lui.
Se si ha paura di non essere rieletti, allora non si farà mai il proprio dovere ma solo i propri interessi.
Insomma, De Gasperi sapeva essere tanto democratico quanto pragmatico.
De Gasperi non è stato insignito con un Premio Nobel, ma i suoi insegnamenti tornano sempre alla memoria in tutta la loro levatura.

Eric Maskin, Premio Nobel per l'Economia nel 2007 (con l. Hurwicz e R. Myerson), per la seconda volta al Festival di Trento, ci arriva alla fine, dopo aver sviluppato un modello matematico astratto, ma dalle implicazioni molto concrete.
Non parla del «caso Italia» ma quando gli si chiede quanto le nuove tecnologie, viste come strumento capace di dare corpo all'idea della democrazia diretta che sottrae all'arbitrio del politico il potere di decidere per consegnarlo nelle mani del popolo e dei cittadini, non ha dubbi.
«Le tecnologie moderne sicuramente facilitano l'espressione del pensiero politico da parte dell'opinione pubblica, ma non credo che possano di per sé rendere i cittadini più informati: le lezioni, infatti, non si fanno tutti i giorni e dunque potremmo, attraverso la Rete, cercare di raccogliere quante più informazioni possibili sui politici ed il loro operato, decidere in base ad esse chi votare o meno, ma se dovessimo noi prendere ogni giorno decisioni, come fanno i politici che ci rappresentano, ne saremmo sopraffatti. Le tecnologie non risolverebbero il problema e dunque una società, per funzionare bene, deve delegare le decisioni ai propri rappresentanti.»
Il riferimento è chiaramente rivolto a un leader di partito.
 
Quale può essere dunque l'antidoto al rischio che un politico assuma delle decisioni pensando al proprio tornaconto personale (la rielezione, ad esempio) piuttosto che al bene comune, al volere del popolo?
La libera informazione, la stampa vigorosa e indipendente che «fa bene il suo mestiere» e che, sola, può spingere i politici ad agire in modo positivo per la società. In verità, un altro strumento utile, sempre che si voglia optare per la democrazia rappresentativa, potrebbe essere il limite al mandato elettorale.
«Potrebbe essere auspicabile – dice Maskin – per evitare appunto il rischio che un politico investito di un lungo mandato possa prendere decisioni che alla fine si rivelano disastrose. La realtà, però, è che nessuno vuole un mandato troppo breve, né troppo lungo.»
 
Nella migliore delle democrazie, quella rappresentativa, nessuno è insomma in grado di garantire che un politico eletto o un funzionario pubblico assuma le decisioni più giuste, giacché queste potranno essere di un tipo nel primo mandato e di un altro nell'eventuale secondo mandato, dipende tutto dalla volontà del politico di lasciare o meno un'eredità ideale, dal calcolo sul premio che ad esso ne deriverà prendendo una decisione piuttosto che un'altra, dal grado di congruenza che vi può essere nel politico e nei cittadini su cosa sia bene per la società.
Consapevoli naturalmente, come ha ricordato Tito Boeri citando il leader del PPE Jean Claude Juncker, che i politici sanno perfettamente quali sono le cose che vanno fatte e che ciò che non sanno è però come farsi rieleggere.
La mancata citazione del pensiero di De Gasperi è puramente casuale.

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