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Crescita, bene comune e migrazioni: il Corno d’Africa

Un tema seguito da vicino dal nostro giornale, che colloca in quella parte dell’Africa la sorgente del terrorismo e del conseguente fenomeno di emigrazione

In un'edizione del Festival dell'economia dedicata al tema delle classi dirigenti, della crescita e del bene comune un appuntamento che apre lo sguardo sulle scelte adottate dalle élite africane, sui processi e le policy che stanno interessando la parte orientale di questo continente così frammentato e a tratti ancora poco conosciuto.
Non potevamo dimenticarcene noi che tanto abbiamo scritto sul Corno d’Africa (vedi servizi in pagina sul Terrorismo internazionale).
Uoldelul Chelati Dirai, docente di storia all'Università di Macerata, mette in relazione il concetto di crescita, di bene comune e il fenomeno - così drammaticamente attuale - delle migrazioni.
 
È un'analisi che interroga la realtà senza cedere a semplificazioni quella offerta da Uoldelul Chelati Dirai nell'ambito dell'incontro «Crescita, bene comune e migrazioni: alcuni casi dal Corno D'Africa».
Perché in un Paese che gli indicatori economici danno in crescita abbiamo forti segnali di crisi manifestate dal problema dell'immigrazione?
Dalla fine degli anni Settanta all'inizio degli anni Novanta l'Africa è stata sottoposta a un fenomeno di criminalizzazione dello Stato. Negli anni Ottanta e Novanta questa condizione di collasso va imputata al ruolo ipertrofico dello Stato.
Questa lenta emorragia è stata seguita, a partire dagli anni Novanta, dalla caduta del bipolarismo che ha portato a una riduzione dell'importanza strategica della regione, al prevalere dell'indipendentismo eritreo e soprattutto all'immissione di questa regione nell'economia di mercato.
In questo particolare scenario la formazione delle classi politiche è avvenuta per assorbimento dei gruppi di guerriglia che hanno ripudiato sul piano ideologico il trascorso socialista, mantenendo di fatto il ruolo centrale dello Stato.
Sulla base di questa situazione si pone la necessità di democratizzare gli Stati e le istituzioni sorte in contesti autoritari e non pluralistici, rafforzandole e rendendole indipendenti dalle classi dirigenti.
 
La politica economica dell'Eritrea si esprime nel concetto dell'unhurried development (sviluppo senza fretta), basato su misure di contenimento degli aiuti, di rigido filtro sugli investimenti stranieri, di autosufficienza nei processi di trasformazione economica e sull'attribuzione di un ruolo centrale dello Stato quale principale attore economico, adducendo una presunta immaturità del settore privato.
In Etiopia la gestione del bene comune è invece inquadrata all'interno di un piano di crescita ambizioso, il National Growth Transformation Plan, che mira a creare condizioni di autosufficienza sul piano alimentare e che presta una forte attenzione al tema della sostenibilità ambientale.
Se nelle prime due situazioni si rileva un eccesso di presenza dello Stato nelle politiche economiche, in Somalia, divisa in regioni caratterizzate da condizioni politiche e sociali molto diverse tra loro, l'assenza di un attore politico centrale fa sì che la definizione di bene comune sia affidata alla società civile, alle tante forme di associazionismo e alle organizzazioni caritatevoli locali.
 
La questione che fino ad ora i grandi analisti sembrano non porsi è chi definisce le priorità e le strategie? Chi valuta i costi sociali delle scelte in materia di bene comune?
E' proprio nel corto circuito fra le politiche della classi dirigenti e nella loro incapacità di essere inclusive che si può scorgere l'intensificarsi dei flussi migratori, che possono essere letti come unica risposta politica lasciata a chi non ha alternative a porre resistenza a politiche di oppressione.
L'aspetto paradossale, sottolineato da Uoldelul Chelati Dirai, è che le migrazioni a un certo punto possono contribuire a rafforzare il concetto di bene comune e a riattivare e rinegoziare il concetto di sviluppo attraverso la mobilitazione sociale e politica.

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